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Diossina nel latte materno: peggiore della strage di Erode

I decimi dei veleni che tutti respiriamo nell'aria sono sempre troppi se filtrano dal corpo delle madri a quello dei neonati. Le nostre donne, nell'atto di nutrire i propri figli, li «avvelenano». C'è al mondo oltraggio più grande?
17 aprile 2008
Vito Bruno
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

- «La diossina nel latte materno», che ha occupato le prime pagine dei giornali nei giorni scorsi, è una notizia che a pensarci bene presenta due possibili livelli di lettura. Da una parte è una «non notizia»: se la diossina e gli altrettanto micidiali pcb (policlorobifenili) abbondano nell'aria che si respira a Taranto, nel latte che si compra al supermercato, nei formaggi che si mangiano a tavola, insomma, sono una parte integrante del nostro sistema respiratorio e del nostro regime alimentare, non si capisce perché non dovrebbero entrare anche nel latte delle donne che allattano al seno i propri figli. Dove sarebbe la novità?

Dall'altra è una notizia devastante, se solo ci si sofferma a considerare l'aspetto simbolico che vi è implicito, e cioè la profanazione dell'ultimo tabù che ci è rimasto: la maternità.
Le nostre donne, nell'atto di nutrire i propri figli, li «avvelenano». C'è al mondo oltraggio più grande? Profanazione più sacrilega?

Quell'immagine che tutti abbiamo imparato a conoscere e amare fin da bambini nelle nostre chiese, che pure per chi si professa non credente rappresenta la radice stessa della vita, la sua immagine più limpida e naturale, e cioè la madre che allatta il figlio, è stata violata.

Peggio: è stata sradicata dall'altare della sacralità della vita umana dove finora i nostri padri l'avevamo custodita, per buttarla nella bolgia oscena di una disputa da ragionieri della morte: quale è la quantità di veleno che la legge consente di tollerare nel latte umano? E dopo quante leucemie infantili bisogna prendere in considerazione l'ipotesi di limare di un zero virgola zero zero diossina e pcb?

Altro che Erode. Qui siamo in una macabra pochade dove l'avvelenamento di massa dei bambini si pratica per via burocratica, nell'indolente e apatica inerzia generale.

Ma che futuro può avere una società che mette in discussione persino il valore della vita? Che non si ferma neanche davanti a ciò che per millenni abbiamo considerato sacro? Che fa i conteggi su quanti bambini malati ci possiamo permettere con un certo tasso di inquinamento? Che non si commuove neanche davanti al dolore innocente dell'infanzia? Che davanti all'accertata presenza di veleno nel latte delle madri fa spallucce?

Sì, per molti la notizia dell'altro giorno è stata una «non notizia» da far scomparire al più presto dalle prime pagine dei giornali. Ma per altri no. Per fortuna c'è stato anche chi ha capito la tragica importanza di quel dato oggettivo, l'incalcolabile valore simbolico della partita in gioco, e guarda caso sono stati le madri e i bambini che hanno manifestato contro l'inquinamento, che hanno gridato allo scandalo laddove c'è solo silenzio e complicità. E' da loro che bisogna ripartire, con loro e con le loro speranze che si possono ritrovare le ragioni della vita.

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