Diossina, nuova legge ultimatum all'Ilva

La Puglia dichiara guerra all’inquinamento provocato dall’Ilva. Oggi il presidente Vendola riunirà la giunta regionale per approvare il disegno di legge antidiossina che riduce il tetto previsto dalla legislazione nazionale alle emissioni di diossina, adottando i criteri previsti dal «Protocollo di Aarhus», approvato dal Consiglio dell’Ue nel 2004 e recepito da 16 paesi dell’Unione, ma non dall’Italia.
11 novembre 2008
Bepi Martellotta
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

Nichi Vendola BARI - La Regione Puglia dichiara guerra all’inquinamento ambientale provocato dall’Ilva. Oggi il presidente Nichi Vendola riunirà la giunta regionale per approvare il disegno di legge messo a punto dall’assessore all’Ecologia Michele Losappio che riduce il tetto previsto dalla legislazione nazionale alle emissioni di diossina, adottando i criteri previsti dal «Protocollo di Aarhus», approvato dal Consiglio dell’Ue nel 2004 e recepito da 16 paesi dell’Unione, ma non dall’Italia. La guerra di nervi ingaggiata da tempo con lo stabilimento siderurgico e, sin dal suo insediamento, col governo Berlusconi trova così uno sbocco: la Puglia, dopo aver più volte sollecitato il premier e il ministro all’Ambiente Prestigiacomo a modificare il decreto legislativo 152 del 2006 perché venisse ristretto il campo di monitoraggio delle diossine ai soli 17 congeneri indicati dall’Oms (invece dei 210 previsti dal dlgs), con la conseguente riduzione dei tetti di emissione di diossina e furani, mette un «paletto» definitivo sui valori limite di sostanze inquinanti liberate nell’aria di Taranto. La «norma a tutela della salute e dell’ambiente», che sarà approvata oggi, prevede infatti che tutti gli impianti in esercizio, a partire dal primo aprile 2009, non potranno superare la soglia di 2,5 nanogrammi per metro cubo di policlorodibenzodiossina e policlorodibenzofurani. Dal 31 dicembre 2010, invece, la soglia di emissioni di Pccd+Pcdf non potrà superare gli 0,4 nanogrammi per metro cubo, ovvero quanto prevede il già citato protocollo europeo per tutti gli impianti di nuova realizzazione. Per i nuovi impianti Ilva, invece, scatta subito la soglia dello 0,4% sui gas di scarico. Considerato che, attualmente, l’Ilva emette tra i 7 e i 9 nanogrammi per metro cubo di quelle sostanze (diossine e furani) - e che la legge nazionale consente fino a 10 nanogrammi - si capisce bene la portata della «mannaia» attuata dal governo Vendola. Il terzo articolo del ddl sancisce i poteri di vigilanza e controllo, in capo all’Arpa. L’Ilva, entro 60 giorni dall’approvazione della legge, dovrà presentare all’Agenzia guidata da Giorgio Assennato un piano di campionamento dei gas di scarico. In caso di mancato rispetto delle soglie previste e in vigore già quest’anno per i nuovi impianti, per lo stabilimento di Emilio Riva scatta la diffida della Regione e, se trascorsi altri 60 giorni in assenza di adempimenti da parte dell’Ilva, il blocco dell’impianto fino alla decisione sull’eventuale riattivazione che dovrà prendere la Conferenza dei Servizi. Il ddl, probabilmente, sarà impugnato dal governo dinanzi alla Consulta (perché aggira la norma nazionale) ma - questo il ragionamento di Vendola - sarà difficile per Berlusconi ingaggiare una battaglia con Taranto per convincerla a morire di tumore pur di salvare i suoi posti di lavoro. Perché ora? Per due motivi, uno di carattere tecnico e l’altro, per così dire, politico. Il primo: l’Arpa ha concluso nel giugno scorso la campagna di monitoraggio iniziata un anno prima. Da quelle rilevazioni emerge che l’Ilva, pur nelle soglie consentite dalla legislazione nazionale, emette quantità rilevanti di diossina che potrebbero essere drasticamente ridotte con l’adozione di tecnologie innovative. In pratica, c’è l’evidenza scientifica - sebbene sconfessata dal governo nazionale, che ha già rigettato il rapporto Arpa - per ingaggiare una battaglia sulla tutela della salute e dell’ambiente. Il secondo: dopo il protocollo di intesa con Riva del dicembre 2006; dopo l’avvio delle procedure Aia e la stipula lo scorso aprile dell’accordo, che prevede l’adeguamento degli impianti alle «Bat» (best available techniques); dopo i diversi solleciti senza risposta di Vendola al governo affinché fosse rivista la legislazione; dopo i diversi casi di tumore denunciati dagli ambientalisti di Taranto (e l’avvio del registro regionale, che monitorerà la situazione); ebbene, dopo tutte queste tappe, è giunto il momento, per la Puglia, di voltare pagina e diventare - questo l’obiettivo di Vendola - regione apripista nel proporre un nuovo modello di sviluppo industriale eco-compatibile. «Lo strumento scientifico oggi c’è - sottolinea Losappio, che ieri ha riunito enti locali tarantini e Arpa sull’autorizzazione integrata ambientale - mentre per anni, sino al 2006, l’Arpa è stata considerata un contenitore vuoto e le uniche rilevazioni erano quelle Ines, basate cioé su generiche statistiche. I miglioramenti che pure l’Ilva ha attuato, nell’ambito dell’istruttoria del protocollo Aia, non sono sufficienti a capovolgere la situazione. Così la obbligheremo a farlo». Una decisione, questa, che arriva all’indomani dei diversi segnali mandati da Palazzo Chigi (il recente cambio dei componenti del comitato Aia) e dell’allarme lanciato in più occasioni dalla città di Taranto, sempre più consapevole di pagare ad un prezzo troppo alto il proprio ruolo di «cuore» siderurgico d’Italia. Una decisione promessa da Vendola mesi orsono ai bimbi di Taranto perfino nella data, perché i loro disegni sui fumi inquinanti dell’Ilva - raccolti dal governatore in un libro - non restassero solo dei fogli di carta.

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