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Taranto, inquinamento nelle cozze: 10 volte più della media

La contaminazione potrebbe derivare dal pcb. I dati dell'Arpa, si studia l'origine dei veleni Il livello di inquinanti è di poco inferiore al limite consentito dalla normativa europea relativa alla presenza di elementi tossici negli alimenti
1 febbraio 2009
Valentina Marzo
Fonte: Corriere del Mezzogiono

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TARANTO — Nelle cozze tarantine c'è una concentrazione di sostanze inquinanti dieci volte superiore alla media regionale. È quanto rivelano le prime indagini condotte dall'Arpa Puglia sui mitili che crescono nelle acque joniche. Dai primi risultati delle analisi sui campioni marini è emerso che le cozze tarantine hanno al loro interno un accumulo di elementi tossici dieci volte superiore a quelli presenti nelle cozze negli altri litorali pugliesi. Non si sa ancora se la contaminazione dei frutti di mare dipenda dagli scarichi industriali dell'Ilva o da altri fattori: il dato sicuro è che la quantità di sostanze inquinanti ha raggiunto livelli di poco sotto la soglia consentita dalla normativa europea relativa alla presenza di elementi tossici negli alimenti.

Il bollettino dell'Arpa non è ancora ufficiale ma sono state riscontrate nei mitili presenze sospette. Per la prima volta i tecnici dell'agenzia regionale per l'ambiente hanno analizzato i corpi idrici marini, prendendo in esame alcuni campioni che destano al momento serie preoccupazioni.

La natura di questi elementi inquinanti non è nota, ma molto probabilmente il transito delle navi marine, l'attività dell'Ilva e la presenza di altri possibili batteri contribuiscono a contaminare le acque. «Stiamo facendo un monitoraggio sul biota, il componente biologico - confermano dall'Arpa Puglia - le sostanze tossiche ci sono, non abbiamo ancora individuato l'origine. Di sicuro siamo molto vicini allo standard minimo di qualità - continuano dall'agenzia dell'ambiente - tra qualche settimana potremo avere dei risultati ufficiali».

Il sospetto dei tecnici dell'Arpa è che nemmeno con la depurazione si possano eliminare totalmente dalle cozze queste sostanze nocive. La contaminazione può dipendere dalla presenza di pcb (policlorobifenili), considerati inquinanti persistenti dalla tossicità in alcuni casi simile a quella della diossina, o ancora, può derivare da attività umane, legate all'industria.

Nel caso in cui fosse confermato l' allarme nelle cozze, per quanto preannunciano alcuni tecnici dell'Arpa, non si esclude la possibilità di vietarne la vendita. Dopo lo scandalo del latte alla diossina e l'abbattimento delle pecore contaminate, si teme che anche sulle cozze ci sia una vera emergenza e la conseguente necessità di un intervento. Circa un mese fa furono abbattuti millecentocinquanta capi di bestiame, tra pecore adulte, agnellini e caprette. In attesa dei dati ufficiali, le analisi dei tecnici proseguono per accertare un possibile legame tra l'inquinamento delle cozze e l'attività siderurgica dell'Ilva.

Il biologo Marano: «Depurarle non è sufficiente»

Parla il docente dell'Università di Bari: «Servono procedure più lunghe per far allontanare gli elementi nocivi»

BARI — Giovanni Marano, direttore del dipartimento provinciale di biologia marina di Bari, ritiene che la depurazione delle cozze non sia sufficiente per eliminare del tutto le sostanze tossiche.

Marano, in che cosa consiste la depurazione dei mitili?

«La depurazione delle cozze contrasta la contaminazione microbica, cioè la presenza di organismi viventi e di patogeni nocivi. In acqua pulita i mitili si liberano di quasi tutte le sostanze tossiche».

Ma se nelle cozze, come nel caso di Taranto, c'è un'alta concentrazione di elementi inquinanti, la depurazione è comunque sufficiente?

«Se ci sono sostanze sospette la depurazione che in genere dura 24 ore, non basta più. Non è specifica per eliminare gli inquinanti chimici, perché serve per rimuovere l'inquinamento organico, e non quello di altra natura. In quel caso dovrebbero esserci passaggi più lunghi per far allontanare totalmente gli elementi nocivi ».

Il sospetto dei tecnici dell'Arpa è che, tra le altre presenze riscontrate nei mitili
tarantini, ci sia un'alta concentrazione di policlorobifenili.

«I pcb sono composti dei fenili, derivanti dagli scarichi industriali, in genere delle industrie petrolifere e non siderurgiche come ad esempio l'Ilva. Ma non è escluso che la concentrazione di agglomerati industriali di vario genere abbia determinato a Taranto l'inquinamento dei corpi marini».

Che tipo di sostanze è possibile trovare in questi frutti di mare?

«Bisogna in primis valutare il contesto in cui si vanno a fare le analisi. Le fogne cittadine sono le fonti principali dell'inquinamento. In secondo luogo nelle acque portuali, per esempio, c'è una lunga serie di fattori che potrebbero intervenire. In genere le industrie siderurgiche non hanno scarichi marini, a meno che non si tratti di scarichi di servizi, derivanti ad esempio da bagni o mense».

Che tipo di interventi si dovrebbero fare per contrastare la contaminazione di mitili come le cozze che hanno una distribuzione così ampia?

«Possiamo trovarci di fronte ad un'emergenza che non va sottovalutata. La depurazione come si svolge adesso non basterebbe più. Bisogna avviare controlli costanti e precisi che vanno ad individuare l'origine delle sostanze tossiche».

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