La bocciatura del Tar delle nomine delle Commissioni del ministero dell’Ambiente provoca una vacatio legis circa la limitazione delle attività inquinanti della grande industria. A pagare le conseguenze maggiori, ancora la Puglia.
Erasmo Venosi
Fonte: TerraNews - 14 novembre 2009
L’ultima sentenza del Tar sulle nomine dei componenti delle Commissioni indicate dal ministero dell’Ambiente rischia di consegnare alla confusione più totale i vincoli normativi predisposti per limitare le attività inquinanti dell’industria. Una vacatio legis che potrà provocare enormi danni all’ambiente e al territorio. Ed è proprio Taranto, una delle città più inquinate d’Italia a causa della presenza dell’impianto siderurgico dell’Ilva, che rischia di pagarne presto le conseguenze. Il pericolo è inequivocabilmente verificabile nella vicenda dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale): introdotta con direttiva 61/96 (direttiva Ippc), è lo strumento cardine della Ue per l’attuazione di politiche ambientali che mirano a realizzare la riduzione complessiva dell’inquinamento prodotto dal settore industriale.
ilva di Taranto
Autore: Italo Mairo
Tecnicamente l’Aia attua un approccio preventivo e integrato che punta a evitare, o se non è possibile a ridurre, le emissioni intervenendo nelle varie fasi del processo, alla sua fonte. L’Aia riguarda anche l’efficienza dell’uso dell’energia e «le misure necessarie per prevenire gli incidenti». La prima “anomalia” del legislatore è il parziale recepimento della direttiva, nel 1999. A seguito di procedura d’infrazione, viene delegato il governo nel 2003 e il recepimento avverrà due anni dopo. Il legislatore comunitario attraverso la direttiva si prefigge di attuare la riduzione integrata dell’inquinamento nell’aria, nell’acqua e nel suolo. La centralità Ippc nelle politiche comunitarie trova piena conferma nel VI Programma comunitario per l’ambiente: “Ambiente 2010 il nostro futuro, la nostra scelta”. Nell’obiettivo generale “ambientesalute” è specificato che occorre «ottenere una qualità dell’ambiente tale che i livelli di contaminanti di origine antropica non diano adito a conseguenze o a rischi per la salute umana». Tutte le aziende italiane, circa 8.000, dovevano ottenere l’Aia entro l’ottobre 2007. I grandi impianti di competenza statale sono 200: a tutt’oggi le Aia concesse ammontano a circa 30. Emblematico e cinico, si diceva, è il caso della martoriata Taranto. Dichiarata per legge “città a elevato rischio di crisi ambientale”, e con una emissione di diossina pari al 90 per cento del totale prodotto in Italia. In Europa il limite diossine in un metro cubo di aria è di 4 diecimiliardesimi di grammo. In Italia con una furbata “aggregativa” (media tra 200 congeneri diversi di diossine e simili) si è stabilito un limite enormemente superiore. E da nessuno è stato mai modificato. Diciotto mesi fa un accordo tra ministero dell’Ambiente ed enti locali fissava in 300 giorni il tempo massimo per l’ottenimento dell’Aia ai 7 impianti maggiormente inquinanti di Taranto. Secondo i dati dell’Ines (Inventario nazionale delle emissioni e delle sorgenti), oltre alla diossina, a Taranto l’industria immette in atmosfera il 95 per cento degli Ipa (Idrocarburi policiclici aromatici) prodotti da tutto il settore industriale italiano, oltre al 57 per cento di mercurio e rilevanti quantitativi di cadmio e cromo. L’Aia, congiuntamente ai Piani regionali di risanamento e tutela della qualità dell’aria e dell’acqua, può arginare gli effetti di quel “mattatoio”, silente e cinico. Intanto, i numeri dimostrano quanta indifferenza possa essere mostrata dalla politica e dalle istituzioni: la commissione Aia del ministro Prestigiacomo ha concesso 26 Aia. Pur nell’evidente emergenza di Taranto, su 157 Aia complessive il maggiore emettitore di inquinanti, l’Ilva, è stato posto come ordine di intervento al 113esimo posto, al 13esimo la raffineria Eni, al 96esimo la centrale Edison, al 118esimo Enipower. Taranto dovrà sorbirsi patologie e inquinamento almeno per un altro lustro, considerando il ritmo di produzione di 26 Aia della Commissione. E ora la confusione normativa non potrà che dilatare i tempi. Eppure i 7 impianti hanno prodotto complessivamente negli ultimi quattro anni utili annui per circa un miliardo di euro. Con grande gioia dei proprietari delle industrie. Tra cui lo Stato con Eni ed Enel.
La collaborazione con PeaceLink è cresciuta da controlli sui dati ambientali a un sistema continuativo di analisi e allerta. Omniscope prepara e conserva il dato; PeaceLink lo porta nel confronto con cittadini, giornalisti e istituzioni. E così le informazioni diventano accessibili e verificabili.
E' stata richiesta all'Associazione PeaceLink una memoria con le osservazioni all'ultimo decreto legge del Governo. Si allega a questa pagina web il testo che abbiamo elaborato per i deputati della Commissione Finanze.
Ho assistito al calvario dei miei cari e anche di chi ho conosciuto solo in un letto di ospedale. Quello che negli anni ho visto nel reparto di Oncologia di Taranto, il via vai di malati sempre in aumento, e la drammaticità del loro ultimo respiro.
Il parere dell’avvocato Maurizio Rizzo Striano (associazione Genitori Tarantini) sul decreto della Corte d’Appello di Milano che impone il fermo delle emissioni nocive alla salute dell'area a caldo dell'Ilva di Taranto entro 90 giorni
sociale.network