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E il fante italiano andò in guerra...

Gli italiani di fronte al massacro del '15-'18, tra insofferenza e rivolta morale

Cruciale era il periodo della licenza. Molti soldati al ritorno a casa non potevano fare a meno di scoprirsi estranei alla guerra. La licenza produceva una inevitabile interruzione del processo di adattamento alla guerra. Il soldato si scopriva ancora uomo, padre e marito con una sensibilità e un senso dell’umanità che la bruttura della guerra gli facevano invece perdere. Molti ritennero che fu proprio l’effetto licenza a creare i presupposti per gli insuccessi del 1916 dell’esercito italiano.
I militari di idee socialiste potevano essere condannati all’ergastolo per tradimento se diffondevano l’Avanti o raccoglieva fondi per il quotidiano socialista.
21 novembre 2004 - Maurizio Attanasi

Cosa è la guerra?
“La guerra è un massacro fra uomini che non si conoscono a vantaggio di uomini che si conoscono ma eviteranno di massacrarsi reciprocamente”.
(Paul Valéry)
I comandi militari e i politici erano cresciuti nel mito del risorgimento, con le battaglia tra poche migliaia di uomini, con grandi manovre, codici cavallereschi, tintinnio di sciabole, cariche della cavalleria con la banda al seguito. Le battaglie avevano sempre interessato marginalmente le popolazioni civili nelle guerre ottocentesche.

Il conflitto del 1914 rompe questi schemi, queste consuetudini facendo tremare le certezza di una classe militare che si era formata di manuali di guerra che già dopo i primi mesi di guerra sembravano obsoleti.

L’ingresso “ritardato” dell’Italia non aveva avvantaggiato l’esercito sabaudo che commise gli stessi errori e non trasse nessun giovamento dall’esperienza degli altri eserciti, che combattevano già da quasi un anno.

La nuova guerra si presentava come una guerra totale, una guerra di massa contrapposta alla guerra “d’elite” del secolo precedente.

Il numero di uomini mobilitati era estremamente superiore rispetto al passato, milioni di uomini furono vestiti di grigio verde e inviati a combattere in posti che non avevano mai visto, e contro un nemico che era stato sempre dipinto dalla stampa nazionale come “l’orco cattivo” che voleva conquistare e invadere la patria.

E proprio questa mobilitazione di milioni di uomini fu un grosso sconvolgimento nelle vite degli italiani. Contadini, soprattutto, uomini di ogni regione di Italia venivano trasferiti in lembi di stato di cui non avevano mai sentito parlare e si trovarono a vivere, morire e combattere insieme ad altri uomini che parlavano spesso un dialetto per loro incomprensibile.

Il fante del Salento si trovò a combattere con il contadino veneto, con l’artigiano siciliano, con il toscano ecc… Era forse la prima occasione in cui fatta l’Italia “si stavano facendo gli italiani”, venendosi a creare per forza di cosa, per la necessità una comunanza di pensieri, tradizioni, una mescolanza di suoni, parole culture che nessun politico italiano aveva non solo voluto ma neanche pensato.

La guerra totale del 15-18 fu tale, anche perché, interessò in maniera devastante le popolazioni civili; non solo le popolazioni del Veneto, che videro le proprie province teatro di guerra e che vissero gli sfondamenti del 16 e la rotta del 17, lasciando paesi e abbandonando case; ma fu tutta la nazione a provare e vivere sulla propria pelle lo sforzo bellico, con i problemi e le difficoltà che questo comportava. I viveri in città scarseggiavano in continuazione, con episodi nel corso del conflitto di città che rischiarono insurrezione perché prive di cibo, e in campagna , dove viveva la maggioranza della popolazione italiana, che continuavano a vivere nella miseria cronica, aggravata dalla partenza per il fronte degli uomini che ne costituivano il principale sostegno. La partenza dei contadini per il fronte privava le campagne delle braccia necessarie per il raccolto e si assistette dunque ad una diminuzione della produzione agricola in coincidenza con lo sforzo militare.

I congiunti dei richiamati alle armi, riconosciuti bisognosi da speciali commissioni comunali, ricevettero un sussidio giornaliero nella misura di lire 0,60 per la moglie e di 0,30 per ciascun figlio sotto i dodici anni. I figli dei soldati che avevano superato tale età potevano essere ammessi al lavoro, anche senza il prescritto grado di istruzione, in deroga alle norme di legge sulla protezione del lavoro del fanciullo (!). Misure economiche del governo insufficienti a integrare il reddito della famiglia il cui membro era partito per il fronte.

Spesso era la burocrazia militare che frapponeva inutili stralci alle sollecite distribuzione di materiali giacenti nei magazzini. A volte il materiale distribuito risultava scadente, perché fornito da produttori disonesti e a volte insufficiente, perché saccheggiata da una certa camorra soldatesca.

Il progresso tecnologico aveva, d’altra parte, fatto far passi da gigante alle armi con conseguente modifica delle tecniche di battaglia. Gas velenosi, fucili più potenti e precisi di quelli del passato, la nascita dell’artiglieria leggera, lo sviluppo e il potenziamento di quella pesante cambiarono i piani di battaglia che i generali e gli stati maggiori avevano preparato nel corso degli anni precedenti il 1914.

In alcuni casi fu necessaria la dura esperienza del campo per far capire che i tempi erano cambiati; interi reggimenti di cavalleria falciati dalla mitragliatrice, armate schierate di tutto punto pronte a farsi massacrare dall’artiglieria, generali (pochi per la verità) che si mettevano alla testa delle loro armate, con le uniformi sgargianti e con le loro medaglie appuntate per farsi uccidere da un colpo di fucile senza neppure vedere il nemico; esempio significativo di come fu sconvolgente il nuovo conflitto su vecchie concezioni fu il dibattito che ci fu in Francia sulla necessità di cambiare il colore delle uniformi dell’esercito passando dal rosso sgargiante delle truppe di Parigi a colori tipo grigio o verde molto meno facili da individuare.

Di fronte al nuovo modo di vivere la guerra, un modo totale e devastante per civili e militari, la legislazione militare era tremendamente in ritardo.

Il codice militare in vigore in Italia era della fine dell’ottocento ma ricalcava di fatto il codice penale militare dell’esercito sardo (!).

Tale arretratezza era facilmente individuabile nella configurazioni di fattispecie di reati che erano ipotizzabili nelle vecchie battaglie, quando non venivano coinvolte un numero di persone cosi ampie come accadeva invece nel veneto nel 1915.

Ad esempio, il reato di rivolta armata è codificato per un numero di agenti di quattro o più. Ora trascurando il particolare per compiere questo reato che può prevedere la pena di morte è sufficiente “prendere le armi” e non usarle, la stessa previsione di quattro o più soldati sottolinea come il codice normasse comportamento “per un piccolo esercito, nel quale un atto compiuto da quattro militare implica ripercussioni di qualche entità e in cui il rapporto gerarchico è più stretto, più personale e come tale maggiormente passibile di essere scosso anche per una minima infrazione collettiva”. (A Monticone, Italiani in uniforme, Bari 1968, pg 196)

Abbiamo già detto che le dimensioni dell’esercito in occasione del conflitto mondiale erano notevolmente più ampie rispetto al regio esercito in tempo di pace, ma anche rispetto ai precedenti sforzi bellici i soldati coinvolti furono notevolmente dio più.

L’esercito si presentava come un grosso corpo, (in totale nel corso del conflitto furono mobilitati più di tre milioni e settecentomila uomini) la fanteria, quella che diventò la “carne da macello” formato in grandissima parte dai contadini.

“Al principio della guerra fu possibile trovare tra i fanti anche degli operai, degli studenti, degli impiegati, ma quasi subito gli uffici, i comandi e le diverse specialità dell’esercito prelevarono dai reggimenti in linea fino all’ultimo specialista del ferro, dell’ago, della lesina e della calligrafia. “chi è rimasto?- si domando il Marpicati- il modesto artista della zappa, lo sterratore siciliano, calabrese, lombardo, il lavoratore troppo sovente analfabeta, tornato dalle americhe o da altre regioni lontane, docile al richiamo del paese, che si è ricordato di lui forse solo perché ne aveva bisogno” (P Melograni, Storia politica della grande guerra, pg 92)

Al disopra, ai sommi vertici vi era la casta militare, formata in gran parte da aristocratici militari di famiglia (esempio sintomatico il comandante supremo Cadorna figlio del generale Raffaele che era entrato con i bersaglieri a Porta Pia), formati alla scuola militare di tradizione tedesca e a metà tra il mito risorgimentale dell’anti-austriacità e l’alleanza con la Germania di Guglielmo II e con la “antica nemica Austria” nella triplice alleanza dalla fine dell’ottocento.

Il corpo ufficiale fu integrato allo scoppio della guerra per adeguarsi alle necessità della nuova guerra. Vennero formati dei corsi che in fretta e furia cercarono di trasformare dei giovani civili in esperti uomini d’armi. I primi scontri sanguinari ridussero ancora di più il corpo e la necessità fece accorciare ancora di più i tempi di formazione per i nuovi ufficiali e, quindi, vennero inviati al fronte ancora più inesperti uomini a comandare le truppe.

L’esercito nel corpo intermedio ebbe cosi ad avere due gruppi: uno formato da ufficiali di professione (quelli in sap – servizio attivo permanente) e quelli di complemento che erano giovani civili che vestirono l’uniforme per chiamata e non per scelta.

Nel corso degli anni si creò non solo un solco abissale tra gli ufficiali e la truppa, ma anche all’interno degli ufficiali si creò una profonda frattura tra chi il militare lo riteneva una missione e un lavoro e chi invece era stato trascinato dagli avvenimenti. Gli ufficiali di complemento ritennero i colleghi “di professione” degli avventurieri che per carriera o per compiacere i propri superiori non esitarono a comandare attacchi inutili, all’arma bianca, sanguinossimi solo per avere un encomio, una promozione.

Gli ufficiali, d’altra parte, furono tenuti sotto controllo con la minaccia di siluramenti, così come constatò la commissione di inchiesta su Caporetto. Chiunque dissentisse dalla linea dei superiori o esprimesse dubbi era esonerato dal comando (fino a Caporetto gli esoneri furono 87 fonte Monticone op. cit.). L’ufficiale che era ritenuto “colpevole” veniva destituito senza nessun tipo di “processo”, riceveva soltanto la comunicazione della decisione del comando, senza nessuna possibilità di difendersi o spiegare il perché delle sue affermazioni e del suo comportamento.

Spesso gli ufficiali di complemento solidarizzarono con la truppa, non condividendo gli atteggiamenti dei colleghi professionisti o dei generaloni e gli alti comandi che erano ad Udine, lontani dai campi di battaglie, dalle trincee con i loro problemi, con le lotte che vivevano gli uomini di tutti i giorni.

Della truppa abbiamo detto che era formata soprattutto da contadini (il fante contadino di cui tanta storiografia ha parlato) e che per molti rappresentò un momento cruciale nella propria vita con l’allontanamento dalla propria famiglia, dal proprio luogo di nascita e dove erano vissuti, con gli inevitabili disagi economici per se e per la propria famiglia.

Lo stato maggiore ritenne da subito che un ruolo importante doveva essere data alla giustizia militare di guerra, come ulteriore strumento di disciplina e quindi con un ruolo di educatrice e dissuatrice di comportamenti.

L’azione del comando supremo si svolse in diverse direzioni: da un lato faceva pressioni sui collegi giudicanti perché non si discostassero dalle richieste che avanza l’avvocatura militare (quando si rese conto che in alcuni casi i collegi non erano molto sensibili all’invito che proveniva dal comando supremo perché era preponderante il numero dei giudici erano formati da ufficiali di complemento che venivano quindi dalla vita borghese spinse perché nei collegi giudicanti l’elemento di militari di professione fosse la maggioranza); d’altra parte invitavano gli ufficiali presenti nella trincea ad usare le estreme misure per punire codardi e vigliacchi; altra misura fu rappresentata dall’invito alla costituzione di tribunali speciali che avevano la possibilità di poter operare in modo più veloce rispetto alle giurisdizioni militari cosiddette ordinarie (ci fu il caso della brigata Barletta un cui soldato fu processato e condannato a morte con sentenza eseguita immediatamente, poiché furono trovati dei cartellini sugli alberi con minacce di morte se la brigata non fosse stata mandata a riposo e il soldato condannato a morte nei giorni precedenti aveva esortato alla rivolta per ottenere il riposo).

Ulteriore linea seguita da Cadorna fu quella di fare pressioni verso il mondo politico (senza particolare successo) perché mettesse mano a riforme normative per rendere ulteriormente più dure le punizioni e colpire i disfatti all’interno dell’esercito e quelli presenti nel paese.

Ma come si comportarono alcuni pacifisti, quelli che venivano accusati di essere disfattisti dal comando supremo come i socialisti?

I socialisti una volta dichiarata la guerra partirono tranquillamente per il fronte, seguendo la linea del partito che seppur formalmente era né aderire né sabotare di fatto con il passare dei mesi si spinse sempre di più su posizione di adesione allo sforzo bellico, con il gruppo parlamentare che in un occasione offri anche il proprio appoggio al governo e con adempio sindaci come quello di Bologna che esposero il tricolore sul palazzo comunale fino alla gloriosa vittoria della patria italiana.

Significativa, però, del clima con cui comunque vennero trattati i militari di idee socialiste fu una sentenza degli inizi del 1918 in cui si condannava all’ergastolo per tradimento a un soldato perché propagandista dell’Avanti e che raccoglieva fondi per il quotidiano socialista.

“Le denunzie all’autorità giudiziarie militare dalla dichiarazione di guerra (24 maggio 1915) alla data dell’amnistia (2 settembre 1919) furono complessivamente 870 mila delle quali 470 mila per mancata alla chiamata e 400 mila per diserzione o per altri reati commessi sotto le armi” (Monticone, op cit, pg 207).

Al 2 settembre 1919 rimanevano in corso di istruzione 50 mila processi, mentre erano stati definiti 350 mila.

Il 6% delle nostre truppe fu oggetto di denunzia ai tribunali militare.

Nel 1919 venne emanata dal governo Nitti una amnistia, criticata ferocemente dalle forze nazionaliste in quanto premiante per i “disfattisti e gli elementi sovversivi”, verso i soldati della grande guerra; in realtà era il cercare di porre fine ad una situazione di caccia alla streghe e di una assurda disciplina militare che aveva visto spesso nel fante un oggetto meno importanti delle armi che erano in trincea.

“Il principio di tutta l’azione dell’ufficio giustizia, ossia del comando supremo, fu quello della “giustizia punitrice” rapida, severa ed esemplare, sostegno e complemento della disciplina” (Monticone, op cit, pg 251).

Le condanne comminate dai tribunali furono più di 170 mila su 262 mila denunziati; la maggior parte dei reati fu pronunciata per diserzione, con una crescita progressiva dei casi.

Il secondo reato in ordine di importanza fu l’indisciplina: in questo caso è bene precisare che soldati vennero processati in procedimenti penali svolti contro ufficiali denunziati dai propri sottoposti, per violenze e abusi di potere; negli stessi procedimenti venivano però processati anche i soldati che avevano avuto il coraggio di denunziare comportamenti arbitrali dei propri superiori, finendo alla fine loro stessi condannati per rifiuto di obbedienza, con la corte ovviamente sempre ben disposta verso gli ufficiali.

Altro reato tra i più diffusi e particolari fu costituito dall’autolesionismo che vide 10000 condanne su 15 mila denunzie; questa tipologia di reato ebbe una impennata notevole nel corso del secondo anno di guerra per poi diminuire lievemente negli anni successivi.

A spiegare la riduzione del numero dei reati fu anche la modifica della normativa. Se nei primi anni chi si feriva, anche volontariamente, era comunque allontanato dalla prima linea con l’invio al carcere militare, successivamente fu disposto che, anche condannati, i soldati appena guariti sarebbero ritornati subito in prima linea, facendo così perdere l’incentivo all’allontanamento dal fronte.

Le mutilazioni autoprodottesi (ascessi con sostanze infette, ferite da arma da fuoco, congiuntiviti e dermatiti) in molti casi per la imperizia di chi commetteva tale reato andarono a produrre effetti permanente sul soldato, provocando mutilazioni permanenti come la perdita della vista, l’inutilizzo di arti e casi ancora più gravi.

Facendo una analisi complessiva dell’attività che i 117 tribunali diffusi in tutto il regno alla fine della guerra (dato ricavato da B. Bianchi, La follia e la fuga, Bulzoni 2001, pg 221) possiamo vedere che gran parte delle condanne si conclusero con pene detentive (reclusione militare o il carcere) le condanne a morte comminate furono 1006 di cui 729 eseguite e 277 non eseguite, dato incompleto perché non considerava l’opera del maggiore statistico in materia il Mortara, le condanne in contumacia (circa 3000).

La giustizia militare seguì gli avvenimenti bellici e così una delle conseguenza della strafeexpedition “fu un netto balzo in avanti nella recrudescenza dell’azione penale e disciplinare: il maggio-giugno 1916 porta cosi ad una prima svolta di un certo rilievo rispetto ai primi dodici mesi di attività della giustizia militare”. (Bianchi, op cit, pg 271)

La disparità di trattamento della giustizia militare nei confronti della truppa e degli ufficiali è un dato innegabile dei processi compiuti nella prima guerra mondiale. Attenuanti rifiutate per i soldati, furono considerate elementi fondamentali nel procedimento verso gli ufficiali; spesso gravissimi motivi familiari (lutti gravissimi che colpivano i soldati, o situazione di estrema indigenza dei familiari che erano rimasti al paese) non entrarono mai nel parametro di giudizio delle corti per attenuare gravi sentenza verso i soldati. La classe sociale, la giovane età i “presunti valori morali” costituirono sempre motivo per attenuare reati più gravi e concedere sempre generose attenuanti per gli ufficiali.

Altro strumento di giustizia penale largamente incoraggiato dai comandi superiori fu la decimazione e l’esecuzioni sommarie, di cui però, proprio per la natura dello strumento, abbiamo solo dati incompleti.

La circolare 3525 del comando supremo affermava “deve ogni soldato essere certo di trovare, all’occorrenza nel superiore il fratello o il padre, ma deve essere convinto che il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi” (tratta da Monticone, op cit, pg pg 224).

“L’aspetto più aberrante della giustizia penale in periodo di guerra fu quello delle esecuzioni sommarie, attuate sul campo senza alcuna procedura o dopo una breve inchiesta indiziaria , talora per colpire forme anche lievi di indisciplina. (G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra, Editori Riuniti 1993, p 24).

Casi accertati di decimazione nella brigata Ravenna, nella brigata Catanzaro, episodio della compagnia presso il monte Mosciagh nel 1916.

Nel 1917 alcuni soldati dell’89 reggimento di fanteria furono fucilati dopo un sorteggio. “Dei fatti accaduti resta una dichiarazione del deputato Michele Gortani di Tolmezzo: in seguito ad un attacco, alcuni nostri feriti erano rimasti fra le linee nostre e quelle austriache. Dopo due giorni passati senza che questi feriti potessero essere soccorsi, visto che le difficoltà del terreno non permettevano di soccorrerli da parte nostra, si consiglio dalle nostre linee che essi cercassero di muoversi verso quelle austriache. Ebbene, coloro che erano indiziati di aver dato questo consiglio, furono rinviati a processo. La conclusione fu l’ordine di una decimazione sommaria del reparto indiziato. Furono fucilati. Ma la sentenza pare che sia sparita”. (Bianchi, op cit, pg 176).

“All’esecuzione sommaria infatti non fece ricorso soltanto in situazioni estreme, ma anche per riaffermare i rapporti gerarchici. Che l’esecuzione sommaria di soldati durante il combattimento fosse considerata una prassi lecita, lo confermano le dichiarazioni che alcuni ufficiali fecero con disinvoltura nel corso di conversazioni informali”. (Bianchi, op cit, pg 178)

I tribunali, quando furono istruiti dei processi, tennero in considerazioni tutte le attenuanti possibili per giustificare il comportamento dei comandanti in tali situazioni.

Con l’abbandono del comando supremo da parte di Cadorna e la successione di Diaz le cose fondamentalmente non mutarono per quel che attiene la giustizia militare, il nuovo comandate continuò a concepire la giustizia come uno strumento per ottenere la disciplina dalle sue truppe; ma è innegabile che ci furono miglioramenti nelle condizioni di vita da parte dei soldati.

Molti furono gli italiani che tornarono dall’estero per vestire la divisa grigio-verde e restarono profondamente delusi dall’atteggiamento che in patria li aspettò. A differenza dei compatrioti, che per esempio erano rimasti negli stati uniti ed erano entrati a far parte dell’esercito di quel paese (che ricevevano una paga migliore e il governo aveva pensato anche una assicurazione sulla vita), l’emigrante italiano ritornato in Italia aveva un trattamento economico pessimo, nessuna forma assicurativa, nessuna comprensione da parte della gerarchia militare in tema di licene e permessi. Molti in realtà erano stati spinti al ritorno in patria dal timore che il non prestare servizio militare avesse impedito in futuro un ricongiungimento con la famiglia di origine.

Un grosso problema per lo stato maggiore fu rappresentato dalla prima licenza invernale di guerra (1915/1916). I soldati che andarono in licenza furono in qualche modo controllati nei propri paesi di provenienza per evitare che descrivessero uno scenario negativo al paese di quel fronte e di quei fanti che il corriere della domenica dipingeva amabili quadri sulle proprie pagine.

I soldati al ritorno a casa in alcuni casi evitavano di raccontare il dramma che vivevano in prima linea soprattutto per non angosciare i familiari, ma molti non potevano fare a meno di constatare quanto in alcuni casi il paese fosse lontano dal fronte ed estraneo alla guerra. La licenza produceva, come scrive il Monticone, una inevitabile interruzione del processo di adattamento alla guerra. Il soldato si scopre ancora uomo, padre e marito con una sensibilità e un senso dell’umanità che la bruttura della guerra gli facevano perdere.

Molti ritennero che fu proprio l’effetto licenza a creare i presupposti per gli insuccessi del 1916 dell’esercito italiano, tant’è che il generalissimo arrivò a minacciare una stop alle licenza misura non eseguita poi in realtà.

La licenza costituì, per molti militari , l’occasione per abbandonare anche definitivamente il fronte. Furono moltissimi i casi di soldati che arrivati a casa rientravano in ritardo (rischiando moltissimo, perché con il passare del tempo il margine per il ritardo dalla licenza era stato diminuito, e trascorso tale tempo si incorreva nel reato di diserzione).

“Margini tanto ridotti esponevano alla pena di morte anche chi, tornando dalla licenza, avesse presentato un ritardo involontario, non inconsueto nel caso di lunghi viaggi sulle tradotte militari in un paese con grandi difficoltà di comunicazione e con una rete ferroviaria assai ridotta, in particolare nel mezzogiorno e nelle isole” (Bianchi, op cit,pg170)

Dalle dichiarazioni che tanti soldati-contadini fecero agli ufficiali istruttori emerse che essi non avrebbero mai disobbedito se non fosse stato per la famiglia, ma di fronte ai campi abbandonati, alla perseveranza, laboriosità miseria dei propri cari non ebbero dubbi sulla priorità dei loro doveri. “Molti avevano certamente affrontato la vita di guerra sostenuti dai valori della cultura contadina:perseveranza, laboriosità, rispetto dei valori gerarchici. I rapporti interni alla comunità contadina, imperniata sulla subordinazione all’autorità della famiglia per la soddisfazione dei bisogni collettivi, avevano favorito l’adattamento alla disciplina. Fu la mancanza di rispetto per questi valori a provocare la ribellione, la rottura dei legami dei soggetti all’autorità”. (Bianchi p. 246)

I disertori erano ben accolti dalla popolazione, che spesso venivano aiutati da questa perché spesso lavoravano nei campi sostituendosi agli uomini al fronte. Spesso si creava una rete introno ai disertori per proteggerli dalle ricerche dei carabinieri, e in alcuni casi si arrivò da parte dei civili a scontrarsi con pattuglie di carabinieri. La diserzione era stata in molti casi l’estrema ratio perchè comportava conseguenze negative per i familiari, che venivano spesso privati dei loro beni con procedimenti di confisca e sequestro e del sussidio, e inoltre additati a cattivo esempio alla comunità in cui vivevano.

Spesso il fante disertava perché i superiori che avevano promesso licenze a chi si fosse offerto volontario per missione rischiose, non mantenevano quelle promesse.

Non era previsto allo scoppio della guerra nessun elemento di distrazione per i soldati, a differenza per quanto accadeva per altri eserciti; nessuno spettacolo, nessun divertimento secondo lo stato maggiore era idoneo all’ambiente bellico e allo sforzo che i soldati dovevano sostenere.

L’unica eccezione fu rappresentato dalla prostituzione, le case di tolleranza furono sotto il controllo delle autorità militari .

“La maggior parte degli ufficiali e dei soldati si lamentavano … che il riposo non potesse mai diventare tale, proprio perché non dava occasione di incontrare essere umani o animali che non fossero i soliti uomini in grigio verde o i soliti mali. Per distrarsi e dimenticarono restarono a disposizione le bevande alcoliche che facevano parte della razione quotidiana del soldato”. (Melograni, op cit, p. 243).

Era abitudine distribuire grandi quantità di alcol prima della battaglia.

L’usanza di andare a raccogliere i feriti dopo gli scontri non si accordava con le caratteristiche della guerra totale; ma i “comandi temevano che le truppe delle due parti trovassero occasione ed eventualmente fraternizzare” (Melograni, op. cit., p. 256).

In tutti gli eserciti furono presenti episodi in cui truppe appostate a così pochi metri l’una dalle altre finissero per “fraternizzare” come dissero sentenze dei tribunali militari e copiosa letteratura di guerra. In realtà - tranne sporadici casi in cui in effetti soldati, anche con alcuni graduati, si incontravano nella terra di nessuno - solitamente la “fraternizzazione” consistette nello scambio di qualche battuta, di sigarette, pane e altri miseri beni, e in non dichiarate tregue che permettevano di alleviare la difficile vita di trincea.

I comandi reagirono ovviamente malissimo, e in alcuni casi invitarono la propria artiglieria a colpire le proprie truppe, le proprie trincee per evitare i contattati tra soldati che man mano che i mesi passavano capivano che i nemici non erano i mostri descritti dalla stampa, ma erano poveracci come loro, che subivano le stesse pene.

Un episodio significativo è dato da una condanna a un caporale e due soldati che avevano inviato un cane con un bigliettino con scritte che esprimevano la stanchezza per la guerra. Per l’autore del biglietto fu richiesta la pena di morte per fucilazione (ai sensi dell’art. 72) a cui fortunatamente furono riconosciute le attenuanti. (L’episodio è citato in Monticone, op. cit.).

Il soldato italiano, che non aveva partecipato alle radiose giornate di maggio si trovò sbattuto a combattere una guerra non sua, in condizioni critiche tali da modificare il suo animo. Le condizioni di una guerra che ebbe molti episodi di autentica carneficina, spinsero questi uomini a tentare le vie più disperate per lasciare quell’inferno: la fuga, la diserzione, l’autolesionismo, il suicidio furono modi, tentativi per fuggire dall’orribile esperienza della guerra. Uno stato gendarme, superiori insensibili, spesso pazzi sanguinari costituivano ulteriore elemento per distruggere la psichiche e l’animo di quegli uomini.

Uomini che pur al fronte continuavano a pensare alle disastrate case, in cui i propri congiunti morivano di fame, con soldati che affrontarono la corte marziale per stare accanto ai figli morenti, o per cercare una sistemazione per quelli rimasti orfani (le condizioni di abbandono in cui vivevano i fanciulli trova un drammatico riscontro nella mortalità infantile, la più alta tra tutti i paesi belligeranti).

Questi fatti, le innumerevoli sentenza ci tramandano un soldato italiano, mandato al fronte a fare il proprio dovere, ma che non accettò di ridursi a strumento di una incomprensibile e ingiusta guerra e che cercò di manifestarlo come poté.

Note:

Bibliografia di riferimento

da internet Materiali di storia n 19, Al muro di Cesare Alberto Loverre;

A.V., Era come a mietere, 1982

G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra, Editori Riuniti 1993

B. Bianchi, La follia e la fuga, Bulzoni 2001

A. Monticone, Italiani in uniforme, Bari 1968

P. Melograni, Storia politica della grande guerra, Laterza

Mario Isnenghi – Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, La nuova Italia 2000

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