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Giustizia a Kabul

E la Guantanamo afghana? E' italiana

4 luglio 2007 - Manlio Dinucci - Tommaso Di Francesco
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

L'Italia è il paese guida per la «giustizia» e le carceri in Afghanistan, come ha confermato la conferenza di Roma. Solo a marzo il ministro della difesa afghano, Abdul Rahim Wardak, ha inaugurato il nuovo blocco di massima sicurezza del carcere di Pol-i-Charkhi presso Kabul, con l'annuncio: «Non manderemo più nessuno a Guantanamo». Invece ancora a giugno alcuni «comandanti della guerriglia talebana» sono trasferiti a Guantanamo. Ma ora ecco il «nuovo» carcere appena fuori Kabul, direzione est: un cassone di cemento armato, telecamere, microspie e sensori laser: 324 celle, 172 guardie addestrate dalle forze speciali americane e italiane, filo spinato e mura insormontabili. Alla realizzazione della Guantanamo afghana ha contribuito in modo decisivo l'Italia. Nella ripartizione dei compiti per garantire la «sicurezza interna» dell'Afghanistan sono stati individuati cinque «pilastri prioritari». Nell'illustrazione della cooperazione italiana è un tempio greco con le colonne portanti sotto la leadership di altrettante «nazioni guida»: l'esercito è affidato agli Usa, la polizia alla Germania, l'anti-narcotici alla Gran Bretagna, il disarmo delle milizie parallele al Giappone, la giustizia all'Italia. E' stato a tal fine costituito nel 2003, sotto il governo Berlusconi, «l'Ufficio italiano giustizia» che si occupa del «ripristino di un'efficace amministrazione giudiziaria». In tale quadro rientra la «costruzione o riabilitazione di infrastrutture: tribunali, uffici, prigioni». Dopo una iniziale concentrazione delle attività a Kabul, «l'attenzione dei progetti italiani va ora gradualmente espandendosi alle province ed ai distretti». Rientra in tale quadro la costruzione di altre carceri «per migliorare le condizioni di vita dei detenuti». L'impegno al «programma giustizia» è stato confermato dal governo Prodi, «fornendo - sono le parole del sottosegretario agli esteri Gianni Vernetti - un contributo concreto non solo in termini di uffici del ministero, ma anche di tribunali, procure e carceri; a questo si aggiunga la formazione di 2.000 operatori della giustizia: giudici, procuratori, avvocati, operatori penitenziari». Resta da vedere quanto questi «operatori di giustizia» operino per la giustizia. E quale sistema di giustizia possa essere costruito da chi, dopo aver occupato il paese, gli detta le norme di diritto che esso deve seguire. Una cosa è certa: la costruzione di nuove carceri, finanziata dall'Italia, serve. Soprattutto agli Stati uniti. Come ha confermato il segretario dell'Onu nel settembre 2006, nel centro di detenzione di massima sicurezza di Pol-i-Charkhi dovrebbero essere trasferiti gli afghani - circa 70 detenuti a Guantanamo (Cuba) e parte degli 800 detenuti nella base aerea di Bagram in Afghanistan. A che servirà la nuova Guantanamo afghana? Servirà per l' opinione pubblica mondiale: se ci sarà qualche abuso, ora la colpa sarà di Kabul. Di fronte all'indignazione del mondo per le torture dei militari Usa ai prigionieri di Guantanamo, Bagram, Abu Ghraib e altri centri di detenzione, Washington cerca, dov'è possibile, di consegnare formalmente i prigionieri alle «autorità» nazionali. Così, quando verranno alla luce altre prove di torture, saranno queste a risponderne. Allo stesso tempo i prigionieri continueranno ad essere in mani americane: lo conferma il fatto che le guardie afghane del centro di detenzione di massima sicurezza di Pol-iCharkhi sono state scelte e addestrate da forze speciali Usa, esperte in tecniche di tortura. Ai prigionieri trasferiti da Guantanamo, Bagram e altri centri di detenzione Usa, si aggiungeranno quelli che saranno catturati nelle operazioni in corso della Nato-Isaf e in future operazioni militari. C'è quindi bisogno di nuove carceri, dove imprigionare e interrogare chiunque, talebano o no, resista all'occupazione o debba comunque essere interrogato sotto tortura per estorcergli informazioni o fargli confessare crimini magari non commessi.

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