Sudan: l'oro del Darfur e le armi degli Emirati Arabi Uniti

Quello sudanese non è un conflitto “dimenticato” perché privo di interesse, ma piuttosto una guerra perfettamente funzionale agli interessi geopolitici di potenze straniere che fanno di tutto per tenerla fuori dai riflettori. Al centro di questa ragnatela di interessi e atrocità, emerge il ruolo degli Emirati Arabi Uniti (EAU).
Una guerra finanziata dall’oro del Darfur
Il Darfur è una regione del Sudan ricca di oro. L’oro del Darfur non è una risorsa per lo sviluppo, ma un carburante per il conflitto armato che devasta il Sudan.
Decine di migliaia di minatori lavorano in condizioni di semi-schiavitù, mentre l’uso massiccio di mercurio e cianuro - usati per l'estrazione - sta avvelenando le falde acquifere e il territorio per decenni a venire.
La guerra in Sudan oppone le Forze Armate Sudanesi (SAF), fedeli al generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (RSF), un’organizzazione paramilitare guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemedti”, ricchissimo perché controlla la principale miniera d'oro del Darfur. Dietro questro scontro si cela quindi una spietata competizione per il controllo delle immense risorse aurifere del paese.

Il Sudan, che vanta la terza riserva d’oro dell’Africa, ha visto il settore minerario diventare il principale “motore di guerra”. Le RSF, in particolare, hanno costruito la loro potenza e indipendenza economica proprio sul controllo delle miniere d’oro del Darfur, prima fra tutte quella di Jabal Amer. Attraverso una rete di società, come la Al Junaid, la famiglia Dagalo riesce a trasformare l’oro in valuta e armi.
Il “doppio gioco” degli Emirati Arabi Uniti
È qui che entra in scena il ruolo cruciale degli Emirati Arabi Uniti. Dubai è da tempo uno dei centri mondiali per la raffinazione e il commercio dell’oro. Secondo numerose inchieste indipendenti, oltre il 70% dell’oro estratto illegalmente nel Darfur viene contrabbandato verso gli Emirati Arabi Uniti, dove viene “ripulito” e reimmesso nel mercato legale, rendendone impossibile la tracciabilità.
In cambio di questo flusso inarrestabile di ricchezza, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) sono stati più volte accusati di fornire un sostegno militare determinante alle RSF. Un rapporto di esperti delle Nazioni Unite ha parlato di prove “credibili” riguardo la fornitura di armi, droni e supporto logistico alla milizia di Hemedti, spesso attraverso rotte che passano per il Ciad, la Libia e la Somalia.
La strategia degli EAU sarebbe un classico “doppio gioco”:
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Sostegno militare e logistico sul campo: armi, finanziamenti e persino mercenari (colombiani, secondo alcune fonti) arrivano alle RSF per mantenerle in vita e in grado di combattere.
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Campagna di pubbliche relazioni e aiuti umanitari: parallelamente, gli EAU promuovono attivamente la propria immagine come mediatore e fornitore di aiuti, avviando ospedali da campo e donando ingenti somme per la pace. Nel 2024, gli EAU hanno acquistato il 97% dell’oro esportato dal Sudan, esercitando un controllo economico totale sulla nazione.
Il silenzio della NATO e della Russia
Il paradosso più oscuro di questo conflitto è che gli EAU, nonostante le accuse di destabilizzazione del Sudan, godono di una sostanziale impunità internazionale. La ragione risiede nei loro solidi legami con l’Occidente. Gli Emirati Arabi Uniti sono un partner-chiave della NATO, con cui hanno in corso discussioni per “rafforzare la partnership” e una lunga storia di cooperazione nelle operazioni guidate dall’Alleanza Atlantica (ad esempio inviarono caccia militari per bombardare Gheddafi nel 2011). Negli EAU sono stanziati circa 3.500 militari americani. La base aerea di Al Dhafra (Al Dhafra Air Base) è la principale installazione utilizzata dagli Stati Uniti negli EAU. Il porto di Jebel Ali a Dubai è regolarmente frequentato dalle navi della Marina statunitense (US Navy), inclusi portaerei e sottomarini, essendo uno dei porti più grandi al di fuori degli USA in grado di ospitare navi di grandi dimensioni.
Inoltre, gli EAU intrattengono ottimi rapporti commerciali con le potenze occidentali, acquistando armi avanzate per miliardi di dollari. Tra il 2021 e il 2025, gli Stati Uniti sono stati il fornitore dominante (circa il 55% delle importazioni), seguiti da Francia e altri partner europei, tra cui l'Italia.
Come se non bastasse, accade anche che una parte dell'oro sudanese finisca nelle tasche anche dei soldati mercenari russi, quelli che sono arrivati in Africa sotto le bandiere della Wagner. Parte dell’oro sudanese è stata assorbita da reti economiche collegate alla Wagner e usata per finanziare operazioni del gruppo, attraverso contrabbando e società di copertura.
Il silenzio dell'Europa
Il culmine di questa complicità si è toccato nel novembre 2025, quando il Parlamento Europeo, dopo una bozza che condannava esplicitamente il ruolo degli EAU nell’armare le RSF, ha votato una risoluzione finale in cui ogni riferimento agli Emirati Arabi Uniti era stato magicamente cancellato. Fonti giornalistiche hanno riferito che delegati emiratini, guidati dall’inviata Lana Nusseibeh, avrebbero esercitato un'azione di lobbying all'europarlamento per mediare con i decisori politici, riuscendo a far sparire ogni critica agli EAU dal testo finale. Euronews riferisce che “several parliamentary sources” parlarono di lobbying personale di Nusseibeh sui deputati, con una permanenza a Strasburgo dal 24 al 27 novembre 2025. Middle East Eye descrive la stessa dinamica come un “lobbying blitz” che riuscì a far approvare una risoluzione senza riferimenti alla responsabilità degli EAU nella guerra sudanese.

Una perfetta guerra dimenticata
Mentre tutto questo avveniva, la popolazione civile sudanese veniva abbandonata al suo destino. Le Nazioni Unite hanno confermato la carestia ad Al-Fasher e Kadugli. Quasi il 90% degli ospedali nel paese sono fuori uso, e più di 4.300 bambini sono stati uccisi o mutilati dall’inizio del conflitto armato, un numero in forte aumento anche a causa dei frequenti attacchi con droni sui centri abitati.
La guerra in Sudan è la perfetta guerra dimenticata non perché “nessuno la ricorda”, ma perché a molti potenti fa comodo dimenticarla. È una guerra per procura in cui l’oro di un paese viene scambiato con armi provenienti da un altro, mentre le cancellerie occidentali, legate a doppio filo con gli Emirati Arabi Uniti, alzano lo scudo di protezione sugli artefici del massacro.
Glossario
- EAU (Emirati Arabi Uniti): sono uno dei principali hub mondiali per il commercio dell’oro. Vengono accusati di essere il terminale economico del traffico di oro sudanese verso Dubai, in cambio del quale forniscono armi e supporto logistico alle RSF. Sono una monarchia federale del Golfo Persico, nata nel 1971, formata da sette emirati (Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Fujairah, Ras al-Khaimah, Umm al-Quwain). Con capitale Abu Dhabi e Dubai come hub economico, il paese è noto per l'altissimo sviluppo, la ricchezza derivata da petrolio e gas. Il Sudan ha accusato gli EAU di complicità nel genocidio e di fornire supporto militare, finanziario e logistico alle RSF. Gli EAU non riconoscono il potere automatico della CIG (Corte Internazionale di Giustizia) di giudicarli in caso di accuse di genocidio mosse da un altro Stato e così la CIG ha respinto il ricorso del Sudan per mancanza di giurisdizione.
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RSF (Rapid Support Forces – Forze di Supporto Rapido): organizzazione paramilitare sudanese, protagonista del conflitto. Guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo “Hemedti”, è accusata di atrocità e pulizia etnica. Il suo potere deriva dal controllo delle miniere d’oro del Darfur.
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SAF (Sudanese Armed Forces – Forze Armate Sudanesi): l’esercito regolare del Sudan, fedele al generale Abdel Fattah al-Burhan. Combatte contro le RSF.
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Hemedti: soprannome di Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle RSF. Ex mercenario e signore della guerra, ha costruito un impero economico basato sul contrabbando dell’oro, che gli ha permesso di acquistare armi e reclutare miliziani.
- The Sentry: organizzazione investigativa statunitense che ha documentato come la famiglia Dagalo (vedere Hemedti) possieda un portafoglio immobiliare di lusso negli Emirati Arabi Uniti, precisamente a Dubai (del valore di oltre 17 milioni di sterline) grazie ai profitti dell’oro di contrabbando.
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Jabal Amer: la più grande miniera d’oro del Darfur. Conquistata da Hemedti nel 2017, rappresenta il simbolo del legame tra controllo delle risorse e potere militare in Sudan.
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“Blood Gold Report”: inchiesta globale che ha ricostruito il flusso dell’oro sudanese verso le raffinerie di Dubai e Istanbul, dimostrando come i profitti auriferi finanzino la guerra.
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“Strasburgo Scandal”: l’episodio del novembre 2025 in cui la delegazione degli EAU al Parlamento Europeo riuscì - con un'intensa attività di lobbying - a fare cancellare ogni condanna del proprio operato in Sudan dalla risoluzione finale, esercitando pressioni dirette sui decisori politici.
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