CyberCultura

TESTIMONIANZE

«Il futuro è il software libero»

Kenya: parla un ricercatore
31 marzo 2003
Federico Razzoli

Il dottor Wainaina Mungai è un ingegnere delle telecomunicazioni del Kenia, nonché ricercatore e analista della African Youth Initiative (AYI), membro della United Nations Information TEchnology Service (UNITeS) e di un Linux User Group. In una illuminante chiacchierata via email ci racconta la realtà informatica africana, con le sue opinioni di professionista del settore e di cittadino keniota.

La diffusione degli strumenti elettronici in Africa
Noi occidentali non sappiamo esattamente come si vive nei paesi più poveri e spesso ci facciamo idee sbagliate. Naturalmente la qualità della vita può variare molto da stato a stato. Soprattutto varia dalle zone rurali, spesso prive di elettricità, alle zone urbane, dove le case migliori sono provviste di tutto ciò che serve.

Ecco alcuni dati interessanti che risalgono al luglio del 2002:

- un africano su 4 possiede la radio;
- un africano su 13 possiede una televisione;
- un africano su 35 possiede un telefono cellulare;
- un africano su 40 ha una linea telefonica fissa;
- un africano su 130 possiede un computer;
- un africano su 160 ha un collegamento a Internet;
- un africano su 400 possiede la pay-tv.

Quando è stata stilata questa statistica, la popolazione del continente era stimata intorno agli 816 milioni di abitanti.
Ci spiega che i paesi africani in cui l'uso del computer è più diffuso sono Kenya, Sud Africa ed Egitto. Seguono Nigeria, Botswana, Rwanda e Ghana, che sembrano muoversi verso un lento sviluppo. La presenza dei computer però è ancora molto scarsa. Nelle città non è rarissimo averne uno, ma solo pochi fortunati possiedono un collegamento a Internet. Alcuni ne dispongono in ufficio, ma la maggior parte può navigare soltanto negli Internet café. Nei centri delle città vi sono le aziende, qui perciò il collegamento non ha un costo esorbitante, però aumenta man mano che ci si allontana. Fuori dai centri urbani, nelle zone rurali, generalmente di computer non si sente nemmeno parlare. Manca l'elettricità, mancano le linee telefoniche, mancano le strade. Né si pensa a costruirle, spesso, perché è più urgente portare cibo e medicine. Tutto questo fa sì che i pochi professionisti africani dell'ICT non vedano altra scelta che quella di emigrare verso paesi in cui il computer è uno strumento diffuso. In questo modo l'Africa perde professionisti capaci e si accentua il divario tra stati poveri e ricchi.

Mungai ci indica chiaramente le vie d'uscita da tale situazione. La prima si chiama open source. Il software aperto, infatti, costa generalmente molto meno di quello proprietario. Inoltre è per natura personalizzabile, il che porta ad avere un software adattabile alle proprie esigenze. Spesso le grandi aziende occidentali ritengono più opportuno acquistarne uno realizzato su misura: è ovvio che ben poche aziende africane possono permettersi un simile lusso. Inoltre ciò che spesso non si considera è il valore didattico del software libero. Studiare i codici sorgenti di programmi di una certa complessità può risultare molto istruttivo, così come modificarli a proprio piacere.
Molte imprese, così come molte organizzazioni no profit, stanno spingendo per l'adozione del software libero, cercando di far comprendere ai governi e alla pubblica amministrazione i suoi vantaggi e quanto sia importante per risollevare almeno in parte l'economia africana. Alcune università prediligono già i programmi e i sistemi open source. Le migrazioni da sistemi proprietari a sistemi liberi sono in aumento sia nel settore pubblico, sia nel privato. Ma la strada è ancora lunga e in salita.

E' però molto importante, sempre secondo Mugai, che i governi modifichino radicalmente la propria politica nei confronti dell'ICT. I produttori locali di software e i fornitori di servizi hanno bisogno di un maggiore supporto finanziario. Solo forti investimenti in questo settore possono svincolare l'Africa dalle software house occidentali, dalle quali di fatto dipende. Inoltre i governi africani sembrano non capire ancora quanto sia importante per il settore sanitario e per le scuole potersi avvalere di maggiori mezzi informatici. Si tratta di settori cruciali per lo sviluppo dell'Africa. Ragion per cui, proprio in questi campi, sarebbe giusto utilizzare il più possibile software open source e fornire computer e Internet a costi relativamente bassi.

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