Se la sinistra sostituisce il casco antinfortunistico con l'elmetto militare

Con l'acciaio militare e la nazionalizzazione l'ILVA potrebbe essere rilanciata?

L'idea che una accresciuta domanda pubblica di acciaio basata sul riarmo possa portare l'ILVA a superare la fatidica soglia del punto di pareggio fra costi e ricavi è semplicemente un abbaglio matematico. Abbiamo fatto i calcoli e il risultato è semplicemente grottesco.
5 settembre 2026
Redazione PeaceLink

Su una testata online di sinistra con eredità prestigiosa si legge la proposta di un rilancio dell'ILVA con la nazionalizzazione e uno spostamento del baricentro produttivo verso "acciai speciali e leghe per difesa e aerospazio". Secondo questa visione l'elemento chiave è "la domanda pubblica". E qui entra in gioco il "riarmo europeo" come grande programma di investimento pubblico che vedrebbe protagonista lo "Stato azionista".

L'idea di riconvertire l'ILVA di Taranto per sostenere il riarmo europeo sembra - a leggere questo articolo -  che stia guadagnando terreno anche in alcuni ambienti politici eredi della sinistra di un tempo. L'ipotesi è suggestiva: trasformare il più grande complesso siderurgico d'Europa in un fornitore strategico per la difesa, producendo l'acciaio necessario per nuove portaerei, carri armati e cacciabombardieri.


Gli F-35 hanno solo il 6% di acciaio

Ma la realtà racconta un'altra storia. Partiamo dagli aerei, e per la precisione dal caccia di quinta generazione F-35. Gli F-35, ad esempio, in prevalenza non sono fatti di acciaio, ma utilizzano fibra di carbonio. La "pelle esterna" e gran parte della fusoliera e delle ali sono composte da materiali a base di resine epossidiche e fibra di carbonio, che costituiscono circa un terzo del peso a vuoto del velivolo. 

La struttura interna e le componenti portanti sono realizzate in leghe di alluminio e titanio per garantire resistenza strutturale e leggerezza. L'acciaio è un materiale quasi totalmente assente nella cellula (la struttura esterna e le ali), ma viene utilizzato in punti strategici dove servono un'altissima resistenza termica e meccanica. Poiché il peso a vuoto di un F-35A è di circa 13.290 kg, l'acciaio rappresenta appena il 5-7% del peso totale del velivolo.

Ecco la percentuale stimata dei materiali che formano la struttura dell'F-35: [1, 2]
 
Materiale Percentuale sul peso Chili stimati (su F-35A)
Materiali Compositi (Fibra di carbonio/epossidici) ~35% ~4.650 kg
Titanio ~30% ~4.000 kg
Alluminio ~20% ~2.650 kg
Acciaio speciale ~6% ~800 kg
Altri materiali (Elettronica, gomma, terre rare, vernice RAM) ~9% ~1.190 kg
 
E per il caccia di quarta generazione Eurofighter? Quest'altro caccia in dotazione all'Italia presenza una situazione molto simile. Come per l'F-35, l'acciaio nell'Eurofighter è quasi assente nella cellula. Si trova in piccolissime percentuali (stimate ben sotto il 5% del peso a vuoto del velivolo, che è di circa 11.000 kg) ed è confinato esclusivamente nei carrelli d'atterraggio, nei cuscinetti dei motori Eurojet EJ200 e negli elementi di giunzione d'emergenza ad altissima resistenza.
 
Quindi non c'è nessuna speranza che questo settore, con il riarmo, possa costituire una prospettiva di rilancio per l'ILVA di Taranto.

Il punto di pareggio: 6 milioni di tonnellate

E la produzione di navi da guerra e di carri armati? Lì l'acciaio c'è in grande quantità.

Tuttavia i numeri, quelli veri, raccontano una storia completamente diversa da quella che alcuni immaginano. Un'analisi fredda dei dati rivela che né la produzione di navi da guerra, né quella di carri armati possono assorbire la capacità produttiva necessaria a rendere l'impianto economicamente sostenibile.

Prima di tutto, è necessario comprendere la dimensione del problema. Il punto di pareggio (break-even point) per l'ex ILVA è stato calcolato a 6 milioni di tonnellate di acciaio all'anno. Questo è il livello di produzione al di sotto del quale i ricavi non coprono i costi, generando perdite. Per avere un'idea del divario, attualmente lo stabilimento di Taranto, con un solo altoforno operativo, produce meno di 2 milioni di tonnellate annue. Raggiungere i 6 milioni è già di per sé un'impresa titanica. Proviamo a vedere con le navi da guerra.


L'acciaio di una portaerei: la "Cavour" come metro di paragone La Portaerei Cavour

Prendiamo la portaerei Cavour, la nave ammiraglia della Marina Militare Italiana. Con un dislocamento a pieno carico di circa 30.000 tonnellate, la sua costruzione ha richiesto una quantità enorme di acciaio. La più recente, la Trieste, ha richiesto 38.000 tonnellate. In totale l'Italia ne ha due, avendo ceduto la Garibaldi (14.000 tonnellate) di recente all'Indonesia.

Se ipotizziamo di assorbire la produzione di 6 milioni di tonnellate dell'ILVA, servirebbero:

6.000.000 / 30.000 = 200 portaerei Cavour all'anno.

Duecento. All'anno. Un numero talmente assurdo da rendere l'idea della portata del problema: non esiste alcuna commessa, passata, presente o futura, che possa nemmeno lontanamente avvicinarsi a una richiesta del genere.


L'acciaio di un carro armato: il paragone con i MBT

Se il confronto con le portaerei appare surreale, passiamo ai carri armati, un altro simbolo del riarmo. Un moderno Main Battle Tank (MBT), come il carro armato da combattimento, contiene tra le 50 e le 60 tonnellate di acciaio di alta qualità.

Per raggiungere il fatidico traguardo di 6 milioni di tonnellate, la produzione annua di carri armati dovrebbe essere:

  • con 60 tonnellate per carro: 6.000.000 / 60 = 100.000 carri armati all'anno.

Anche in questo caso, ci troviamo di fronte a cifre astronomiche. Anche nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti produssero circa 80.000 carri armati in quattro anni, non in uno.


Un'analisi che non regge

Questi semplici calcoli demoliscono l'ipotesi che una riconversione per il riarmo possa rappresentare la salvezza per l'ex ILVA. La produzione di acciaio necessaria per il settore della difesa, per quanto possa crescere in un contesto di tensioni internazionali, è un mercato di nicchia se paragonato ai volumi industriali di un colosso come Taranto.

L'idea che qualche decina di navi o qualche migliaio di carri armati in più possano colmare il divario tra l'attuale produzione, in forte sofferenza, e i 6 milioni di tonnellate necessari per il pareggio è semplicemente un abbaglio matematico.

Ancora più grottesco è il confronto con il PIL italiano. Il costo di un moderno carro armato, come il Leopard 2A8, varia tra i 20 e i 32 milioni di euro a seconda delle configurazioni e delle commesse. La stima più accreditata per un Leopard 2A8 è di 29 milioni di euro.

Qual è il costo totale per 110.000 carri: 29 milioni per 110.000 esemplari necessai a raggiungere i 6 milioni di t/a di acciaio = 3.190 miliardi di euro.

Il PIL Italiano nel 2025 è stato di 2.258 miliardi di euro. Ossia per salvare l'ILVA occorrerebbe una somma superiore al PIL nazionale.

Riconvertire l'ILVA per il riarmo non è una soluzione economica, ma una narrazione politica che si scontra con la dura realtà dei numeri. Il rilancio dell'ex ILVA non passa dalle commesse dalle commesse militari.

 

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