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A Taranto è stato utilizzato il "modello Fay" per ipotizzare l'impatto di un incendio di GNL rispetto all'Agip Raffineria

Il Sandia Report e le simulazioni degli incidenti rilevanti ad una nave metaniera

Rigassificatori e rischi di incidenti rilevanti connessi al trasporto del GNL. Gli scenari descritti in un autorevole studio realizzato per il governo degli Stati Uniti. Il titolo del rapporto è "Guidance on Risk Analysis and Safety
Implications of a Large Liquefied Natural Gas (LNG) Spill Over Water".
11 marzo 2007

In particolare è interessante il "modello Fay", ossia la simulazione di un incendio di 1900 metri di raggio derivante da una perdita di GNL da una nave metaniera.

Questa che vedete sulla destra è l'area di fuoco che si svilupperebbe a partire dalla nave metaniera.

Il modello Fay

A pagina 82 del Sandia Report qui sotto allegato è descritto il modello Fay; in questo studio si ipotizza una fuoriuscita di 14.300 metri cubi da una nave metaniera (poco più di un decimo del GNL di una grande nave metaniera che è in grado di trasportare anche 140 mila metri cubi di GNL).

A 1900 metri il fuoco - in questo modello - è in grado di avere un impatto ustionante grave sugli esseri umani (5 kW/m2).

Si allega infine qui sotto una simulazione nel porto di Taranto, dove è stato progettato un rigassificatore a 775 metri dai serbatoi dell'Agip Raffineria (di cui domani si presenterà nella Prefettura di Taranto un'ipotesi di raddoppio).
Ipotesi di vaporizzazione e incendio di GNL che coinvolge l'area dell'Agip a Taranto

Tale scenario prevede - in linea con il modello Fay citato nel Sandia Report - la fuoriuscita di circa un decimo del GNL di una metaniera che per un incidente o per un atto terroristico subisca una grave perforazione allo scafo.

Al posto di una nube infiammabile di 3800 metri di diametro si è ipotizzata una ellisse equivalente di 4.400 metri di lunghezza per 2.850 di larghezza, frutto della deformazione dinamica impressa da un vento che spirasse da Ovest a Est e che la spostasse sulla raffineria Agip. Sulla raffineria vi sono due fonti di ignizione permamente costituite dalle due torce sempre accese.

Nello scenario raffigurato, la circonferenza gialla raffigura l'area minima di sicurezza (con raggio di 775 metri) oltre la quale comincia il cosiddetto "effetto domino", ossia la propagazione di un incidente rilevante ad altri insediamenti limitrofi con effetti "a catena".

Infatti 775 metri sono la distanza che separa il sito prescelto per il rigassificatore della Gas Natural dai primi rigassificatori dell'Agip. Va rilevato che nel progetto di raddoppio dell'Agip Raffiferia sono previsti 14 nuovi serbatoi per una totale di altri 445.000 metri cubi stoccati nell'area, di cui fino ad ora non è stata fatta un'illustrazione al pubblico dell'incremento del rischio di incidente rilevante ai sensi della legge Seveso II.

Eppure andrebbe considerata l'ipotesi che una nube di GNL, fuoriuscita da una metaniera, potrebbe produrre uno scenario quale è quello prospettato da Piero Angela nel suo ultimo libro: "Il gas freddissimo, a contatto con l'acqua di mare, molto più calda, inizierebbe a ribollire, a evaporare e formare una pericolosa nube. Questa nube di metano evaporato rimarrebbe più fredda e più densa dell'aria e potrebbe viaggiare sfiorando la superficie marina, spinta dal vento, verso la terraferma. Scaldandosi lentamente la nube comincerebbe a mescolarsi con l'aria. Una miscela fra il 5 e il 15 percento di metano con l'aria è esplosiva. Il resto è facilmente immaginabile. Se questa miscela gassosa, invisibile e inodore, investisse una città, qualsiasi (inevitabile) scintilla farebbe esplodere la gigantesca nube".

E qui la cosa sarebbe enormemente facilitata dalla presenza delle due torce sempre accese dell'Agip.

Piero Angela prosegue: "La potenza liberata in una o più esplosioni potrebbe avvicinarsi a un megaton: un milione di tonnellate di tritolo, questa volta nell'ordine di potenza distruttiva delle bombe atomiche. Le vittime immediate potrebbero essere decine di migliaia, mentre le sostanze cancerogene sviluppate dagli enormi incendi scatenati dall'esplosione, ricadendo su aree vastissime, sarebbero inalate in "piccole dosi", dando luogo a un numero non calcolabile, ma sicuramente alto, di morti differite nell'arco di 80 anni. Si tratta di uno scenario assolutamente improbabile, ma non impossibile".

Il testo integrale del passo è reperibile qui http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_20647.html ed è tratto dalle pagine 99 e 100 del libro di Piero Angela e Lorenzo Pinna

LA SFIDA DEL SECOLO
ENERGIA
200 domande sul futuro dei nostri figli
Mondadori, III edizione gennaio 2007

Questo scenario prospettato da Piero Angela è basato su analisi e scenari quali sono analizzati appunto nel Sandia Report di cui sopra.

Il Sandia Report 2004 è sottotitolato "Guidance on Risk Analysis and Safety
Implications of a Large Liquefied Natural Gas (LNG) Spill Over Water", ossia "Guida all'analisi di rischio e alle implicazioni di sicurezza di un ampio sversamento i Gas Naturale Liquefatto (LNG) sull'acqua".

Il rapporto è stato realizzato da Mike Hightower, Louis Gritzo, Anay Luketa-Hanlin, John Covan, Sheldon Tieszen, Gerry Wellman, Mike Irwin, Mike Kaneshige, Brian Melof, Charles Morrow, Don Ragland per Sandia National Laboratories.

Tale rapporto è stato commissionato dal dipartimento dell'Energia del governo Usa, come si legge nella premessa: "Sandia is a multiprogram laboratory operated by Sandia Corporation, a Lockheed Martin Company, for the United States Department of Energy’s National Nuclear Security Administration under Contract DE-AC04-94AL85000".

E' quindi un rapporto indipendente. Tale rapporto non viene preso in considerazione (e non è neppure citato) negli Studi di Impatto Ambientale realizzati per le aziende costruttrici di rigassificatori in quanto metterebbe in discussione molte analisi di rischio che escludono a priori incidenti rilevanti di vaste proporzioni che possano avere effetto domino o che possano coinvolgere lavoratori e cittadini.

Note:

Sempre il dr. Fay ha dichiarato nel marzo del 2003:
"The events of September 11, 2001 have raised concerns about the potential for terrorist attacks on the energy system infrastructure of the United States...The consequences of such an incident could be severe, and present a potential problem of great magnitude for public safety officials. The fire that would ensue from a boat bomb attack on a tanker would be of unprecedented size and intensity" Dr. James Fay, MIT, March 2003.
Fonte: http://www.wildcalifornia.org/pages/page-100

GAS METANO E BOMBE FAE
Il potenziale distruttivo di una nube incendiaria di gas metano è ben descritto nei manuali di tecnica militare relativi alla bombe FAE.

Una bomba FAE è fondamentalmente formata da un contenitore di liquido (ossido di etilene o metano) e da due cariche separate.
Dopo che la carica è lanciata o sparata, la prima carica fa esplodere il contenitore e disperde il liquido in modo da formare una nuvola con l'aria. La nuvola circonda oggetti e penetra in strutture. La seconda carica fa deflagrare la miscela o aereosol, che dir si voglia. L'esplosione agisce sulle persone provocando gravi lesioni interne, specialmente ai polmoni, e gravi bruciature. Le vittime inalano i vapori infiammati e, anche in caso di mancata esplosione, i vapori sono altamente tossici.

I russi hanno sviluppato anche delle munizioni a effetto rinforzato, impiegando testate con miscela di alluminio e nitrocellusa oppure con slurry di esplosivi miscelati ad un combustibile. In questi casi (bombe termobariche) si raggiungono temperature di 800 gradi con maggiori effetti incendiari.

Il FAE è il frutto di studi iniziati dagli americani del 1960 e che portarono a produrre, per l'impiego in Vietnam, la bomba cluster CBU-55B. Questa era formata da tre bidoni contenenti ciascuno 32,6 kg di ossido di etilene liquido. I bidoni, lanciati da velivoli a bassa quota, esplodono all'impatto con il terreno ed il liquido volatilizza producendo una densa nube alta 2,5 metri e del diametro di una quindicina di metri. A quel punto, quando la nube ha la giusta densità, un innesco elettronico la fa esplodere. L'esplosione crea per circa 200 millisecondi una sovrappressione di 22 kg/cmq su di un'area di circa 200 metri quadri.
L'impiego delle bombe Cluster era volto principalmente alla bonifica rapida di aree minate e, secondariamente, allo sgombero di vegetazione nella giungla, per creare zone di atterraggio di elicotteri. Risulta che nella guerra del Golfo, bombe FAE siano state impiegate anche contro opere della fortificazione permanente e colonne di mezzi corazzati.
E' stata registrata un'ottima efficacia nei confronti delle mine anticarro ed antiuomo a pressione di tipo tradizionale. Scarsa, invece, l'efficacia nei confronti delle mine che detonano dopo una pressione prolungata (come le ottime anticarro italiane prodotte da MISAR, Valsella e Technovar), oppure attivate da una doppia pressione.
Le granate termobariche sono efficaci anche contro veicoli con corazzatura leggera e possono danneggiare anche carri armati, fondendo con il calore tutte le parti ottiche esterne e le parti in gomma o plastica. Ovviamente gli effetti sono distruttivi se la miscela entra dentro al veicolo.
Fonti:
http://www.e-armi.it
http://italy.indymedia.org/mail.php?id=927771&comments=yes

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