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Pianificare l'energia tenendo conto delle vocazioni del territorio

Cerano: la sconfitta del Salento

Mario Fiorella, presidente di Legambiente Lecce, analizza il fenomeno "Cerano" e ne deduce un forte passivo per movimenti, cittadini e istituzioni.
10 maggio 2007 - Andrea Aufieri
Fonte: L'Ora del Salento - 04 maggio 2007

Mario Fiorella è il presidente del circolo di Lecce di Legambiente ed è tra coloro che venticinque anni fa diedero il via alle azioni di protesta contro il mostro brindisino.
A colloquio con lui per individuare i motivi di una sconfitta così cocente per il movimento ambientalista e per analizzare gli aspetti della vicenda Cerano più vicini alla sua professione di magistrato.

Come spiega un ambientalista la “sconfitta” Cerano, grande 270 ettari e 15,8 milioni di tonnellate di CO2 nell’aria ogni anno?

Siamo abituati a molte sconfitte, che si verificano ogni giorno.
I problemi che ruotano intorno all’ambiente sono così, e si può fare poco quando ci sono grossi interessi economici di mezzo, anche se oggi sono divenuti tutti ambientalisti, ma sempre finché ci sarà da guadagnare.
Diventa tutto sostenibile, finché regge.
Noi abbiamo l’impressione che non regga proprio niente, se n’è accorta poco tempo fa l’amministrazione Bush, se ne accorgerà prima o poi anche la Cina, e pare che qui in Europa si cominci a parlare seriamente di sostenibilità, ma, sottolineo, a parlare.
Prendiamo per esempio l’idea del risparmio dell’acqua: si predica tanto, ma non sappiamo nei fatti cosa si fa per contrastare le perdite del 40% dell’acqua trasportata della rete idrica nazionale.

Dopo sedici anni di attività della centrale elettrica, è normale che destino tanto scalpore i dati pubblicati da Legambiente sulle emissioni e quelli del Registro tumori jonico – salentino sull’incidenza delle neoplasie ai polmoni?

Sì, perché vuol dire che cose non sono in regola: l’Enel produce energia e brucia senza limiti in contrasto anche con norme europee e italiane.
Già negli Ottanta, Brindisi e Taranto erano capitali della chimica e dell’energia e, altrettanto precocemente, si riconobbe lo scotto che questa titolarità pagava in termini sanitari: nel ’95, a quattro anni dall’entrata in regime della centrale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità segnalava un numero impressionante di tumori ai polmoni, alla vescica e al seno, nei territori di Brindisi e Taranto, che allora sopravanzavano Lecce. Con l’eliminazione dei limiti di produzione, però, Lecce è diventato il capofila.
Le emissioni arrivano in tutto il Salento: Otranto non ha alcuna barriera e viene ampiamente colpita, l’ossido di carbonio e altre polveri investono anche i terreni di coltivazioni destinate alla vendita.

Si è mai provato ad intraprendere azioni legali?

All’inizio sì, oggi è più difficile, e ci si dovrebbe muovere sul piano penale, ma non si è fatta ancora la riforma di cui si parla di tempo, che permetterebbe di punire penalmente i reati ambientali: oggi si comminano ancora delle ammende che spesso per certi affari conviene pagare.
Non esiste, in definitiva, il delitto di inquinamento, ma non dimentichiamo che i sindaci come ufficiali di governo hanno piena autorità a intervenire e porre fine agli scempi per la tutela dei cittadini e del territorio.

Perché nel caso di Brindisi non è avvenuto tutto ciò?

Il problema è che l’Enel è troppo grande e bisogna trattare. Se negli Ottanta le connivenze erano rivolte alle promesse di impiego, appena sgonfiata questa bolla, nel ’97, si firmò una convenzione con l’Enel per la riduzione dell’uso del carbone e la conversione a metano.
Ancora più impegno era richiesto per la centrale di Brindisi Nord, per la quale si richiedevano questi processi finalizzandoli alla chiusura definitiva dell’impianto.
In seguito alla firma, l’Enel affidò la gestione degli impianti ad altre quattro società, per cui la nuova gestione si tirò indietro dagli impegni di Enel perché non era tenuta a niente.
Nel 2002 e nel 2003 le convenzioni con Enel e Edipower proposte dall’amministrazione Antonino esoneravano i gestori da qualsiasi vincolo di produzione, e questo rappresenta una catastrofe per il territorio.
Il discorso ambientalista è poi stato ripreso sindaco Menniti e dal presidente della Provincia Errico.

In attesa di risultati concreti, qual è il modo più utile di tenersi il “pacco” Cerano per i salentini? E cosa invece dovrebbero assolutamente ottenere?

I cittadini devono agire su vari piani: chiedere ai propri amministratori che siano tutelati ambiente e diritti, farlo ripetutamente e non solo in sede di campagna e di voto.
E ci sono anche i doveri: quelli di procedere ad un consumo critico e al risparmio energetico, evitando sprechi.
Non si deve pensare che il singolo non può fare niente: noi abbiamo avuto il feudalesimo e il latifondo fino al Novecento, perciò è mancato il consociativismo, utile alla formazione di una coscienza critica e attenta.
Che si associno, in modo formale e informale.

Quale futuro per la centrale di Cerano?

Il Salento vedrà a breve la costruzione di due metanodotti.

Quale migliore occasione per attuare una riconversione prospettata fin da prima che la centrale fosse completata?

Invece non se ne parla proprio,ci imporranno delle servitù per trasportare l’energia chissà dove.
L’energia elettrica dovrebbe essere prodotta con la politica delle piccole centrali distribuite con criterio sul territorio, a turbogas e senza produrre mostri come Cerano.

Quale politica serve all’ambiente salentino e alla salute dei suoi abitanti?

Bisogna rispettare la vocazione del territorio, prevalentemente agricola e turistica del territorio, e agire di conseguenza, non agire come Enel, che ringuazza gli agricoltori della zona che distrugge.
In disaccordo con Legambiente nazionale e con l’assessore Losappio, ad esempio, penso che prima di fare eolico a tutto spiano dobbiamo pensare che noi produciamo il 40% di energia in più del nostro fabbisogno.
Le aziende che impiantano le pale eoliche non danno sempre garanzie di stabilità, pare piuttosto che intaschino le Quote Verdi e ne concedano una parte in royalities ai Comuni che le ospitano, mentre l’Università studia le mappe del vento e confuta l’economicità dell’intero circolo.
In questo contesto le Conferenze dei servizi diventano uno strumento d’illegalità diffusa.

Le istituzioni danno qualche segnale positivo?

Non vedo la volontà di operare politiche coraggiose per quanto riguarda l’ambiente, tanto meno prese di posizione serie.
A Lecce per esempio vediamo che le centraline sforano in continuazione e non sento parlare di “Cosa farò io per lo smog”, le politiche alle quali mi riferisco non sono nemmeno preannunciate a livello di dibattito elettorale da nessun candidato.

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