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Due storie di lotta

Dalla Chevron-Texaco in Ecuadon all'Ilva di Taranto

Di simile nelle due storie c’è la negazione dell’evidenza. E la volontà di riscatto di popolazioni allo stremo
24 ottobre 2013


La compagnia petrolifera Chevron-Texaco è stata condannata a pagare la multa più elevata della storia per disastro ambientale: 9.510 milioni di dollari. Una sentenza storica, che servirà per fare giustizia in questo caso specifico e che dovrebbe essere di monito per tutte le imprese, affinché mantengano una condotta responsabile e soprattutto, vengano obbligate a sanare il danno causato dai loro comportamenti negligenti.

È quasi la storia di Davide e Golia, in quanto se il colosso petrolifero poteva vantare una schiera di avvocati super pagati, dall’altra parte c’era solo un giovane avvocato, un meticcio, figlio di contadini analfabeti che, rappresentando il Fronte di Difesa dell’Amazzonia, una associazione che riunisce circa 30.000 abitanti del nord dell’Ecuador, ha messo alle corde la terza società degli Stati Uniti.   Pablo Fajardo, l'avvocato che ha difeso gli indigeni dell'Ecuador contro la Chevron

In Italia da anni, ambientalisti e associazioni di cittadini tengono alta l’attenzione sul caso Ilva di Taranto che, con la Chevron-Texaco, ha qualche similitudine ma, purtroppo, ancora troppe differenze. Se infatti in Ecuador l’opinione pubblica e lo stesso Presidente della Repubblica, si sono schierati con i giudici, affinché emettessero una condanna esemplare, obbligando i responsabili a pagare per i propri crimini (il giudice che ha emesso la sentenza ha perfino chiesto alla compagnia petrolifera di presentare pubbliche scuse al popolo dell’Ecuador, pena il raddoppio dell’ammenda), in Italia la magistratura che sta intervenendo in difesa della salute pubblica, viene criticata aspramente, per le sue interferenze con l’economia del paese, se non addirittura ferocemente osteggiata.

In Ecuador le associazioni di ambientalisti e semplici cittadini hanno organizzato presidi permanenti, davanti al tribunale, per proteggere i giudici da qualunque tipo di interferenza esterna, per paura che potessero essere minacciati, corrotti, influenzati. Hanno creato una sorta di cordone protettivo, affinché i giudici emettessero la sentenza più importante della storia in tema ambientale, serenamente e in coscienza.

In Italia nel momento in cui un GIP come Patrizia Todisco si schiera in maniera chiara e decisa in difesa della salute e della vita, vengono fatte campagne mediatiche per confondere. Se in Ecuador sono stati gli avvocati della Chevron-Texaco (quindi stipendiati e imbeccati a dovere dai padroni) a dichiarare cose non vere, sulle ragioni dell’elevato numero dei casi di cancro nella regione, in Italia invece chi ha fatto questo genere di affermazioni è addirittura un Commissario incaricato dal Governo che ha avuto il coraggio di dichiarare che l’aumento esponenziale dei casi di cancro nella città di Taranto è dovuto all’abuso da parte degli abitanti, di alcool e sigarette. In definitiva per la Chevron gli indigeni, essendo per loro natura poco avvezzi all’uso del sapone e incuranti della propria igiene personale, hanno diffuso tra la popolazione il “virus” del cancro (neanche fosse un raffreddore). Da qui la scomparsa di intere tribù indigene, come i Tetetes e i Sansahuaris. Dall’altra parte dell’oceano invece, rozzi portuali e pescatori nullafacenti passano il giorno ad ubriacarsi e fumare una sigaretta via l’altra, giustificando così l’aumento dei casi di tumore nella città.

Stando così le cose, bisognerebbe chiedere agli avvocati della Chevron il perché gli indigeni di altre nazioni non si siano ammalati di cancro, pur non passando le loro giornate nella vasca da bagno. Così come sarebbe da chiedere all’autorevole Commissario, le ragioni dei tanti casi di tumore e leucemie infantili nella città di Taranto… ma il timore di una ulteriore ridicola e imbarazzante spiegazione farebbe desistere chiunque. 

Nell’Amazzonia ecuadoriana il petrolio inquina ancora ogni cosa: acqua, vegetazione, strade, coltivazioni, perfino l’aria. A Taranto il profumo del mare è sovrastato dall’odore nauseabondo che fuoriesce dai camini dell’Ilva. Le polveri minerali, nei quartieri vicini alla grande industria, ricoprono ogni cosa: parchi, balconi, facciate delle case e imbrattano le mani e i piedini dei bambini che scendono in strada a giocare. Il piombo, purtroppo, si trova in concentrazione anomala nell'urina dei tarantini e nel sangue dei bambini. 

Di simile nelle due storie c’è la negazione dell’evidenza e la condotta priva di remore di due colossi dell’industria, che non si sono fermati davanti a niente e a nessuno. C’è la negligenza e la responsabilità di chi ha consentito che un tale disastro ambientale e sociale venisse commesso. C’è stata l’omertà e l’ignavia di chi poteva fermare lo scempio e non lo ha fatto. E il vergognoso comportamento di chi, ad oggi, continua a permettere a una società come l’Ilva di inquinare una delle più belle città d’Italia, quella che da secoli viene definita la perla della Magna Grecia.

La responsabilità è di chi in questi anni ci ha guadagnato, arricchendosi mentre tanti innocenti respiravano sostanze cancerogene. La responsabilità è di quelli che pur potendo fare qualcosa, girano la testa dall’altra parte e autorizza, anzi legalizza, l'inquinamento di una città intera.

A Taranto si inquina per decreto. 

Ma ci sono altre e ben più importanti similitudini tra le due vicende e, per fortuna, riguardano l’impegno delle persone, la lotta di chi crede che contro il potere si possa vincere, in nome della legalità, della giustizia e della vita. Perché se tanta, troppa gente si arrende di fronte alle ingiustizie, piega la testa e accetta, passivamente, di vivere il tipo di vita che altri hanno deciso per loro, ci sono invece uomini e donne coraggiosi, che difendono il diritto alla vita, alla salute e per questo si battono. Sono uomini e donne comuni, che sacrificano i propri affetti, il proprio tempo, il proprio lavoro per dare una speranza alla propria gente, per restituire un futuro alla propria terra. È grazie a persone così, eroi dei nostri tempi, che la Chevron-Texaco è stata messa di fronte alle proprie responsabilità, e la questione Ilva di Taranto ha varcato i confini nazionali ed è stata portata all’attenzione del Parlamento Europeo. Con la speranza che, continuando a parlarne, diffondendo sempre di più le vere informazioni, l’opinione pubblica si svegli, si renda conto di quello che succede.

Si dice che Taranto è la città dei veleni, la città della morte, ma non c’è niente di più falso. Taranto è spartana ed è viva. È viva grazie alla sua gente che lotta, che non molla, che si rimbocca le maniche e ogni giorno affronta la vita, nonostante le difficoltà. E sarà proprio la sua gente a salvarla, a ridarle la dignità, la speranza, il futuro che qualcuno ha cercato a tutti i costi di portarle via. 

Il dramma di Taranto è un dramma italiano, nonostante i nostri politici di governo facciano orecchie da mercante, negando la gravità della situazione e camuffando il tutto parlandoci del PIL, della perdita di posti di lavoro, dell’importanza di una cosi grande industria per il prestigio italiano. La domanda da porsi è invece un’altra: quanto prestigio ricava l’Italia da tutte questo disastro?

I politici che hanno firmato i decreti salva Ilva lo avrebbero fatto con la stessa leggerezza se i loro figli, invece che in una costosa scuola privata, si trovassero nel reparto oncologico di qualche ospedale? Li avrebbero firmati lo stesso se avessero dovuto far vivere i loro figli all’ombra dei camini dell’Ilva? Se dovessero sottoporsi a esami del sangue per rilevare i livelli di piombo nel proprio organismo?

Mi chiedo se un giorno queste persone saranno in grado di fermarsi, di volgere la testa indietro e, magari, abbassare lo sguardo per la vergogna. Se avranno il coraggio di chiedere scusa e ammettere le proprie colpe per lavarsi la coscienza che, ora come ora, è nera come il petrolio e dura come l’acciaio.









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