Diossina e burocrazia mi hanno tolto il lavoro. Ora mi levano la casa
"Rivolgo il mio appello a quelli che oggi sono i rappresentanti delle istituzioni che negli anni passati sono state coinvolte nella questione mitili di Taranto. Mi rivolgo oggi al sindaco Melucci e al presidente della regione Michele Emiliano. Ascoltate l'appello di un lavoratore, di un padre, di un marito che ha dovuto chiudere la sua azienda dopo aver investito tutto nella sua attività. Oggi mi ritrovo con la casa pignorata e mi chiedo, quando questa sarà messa all'asta e poi venduta, dove andrò a vivere con la mia famiglia e in quali condizioni? Per rinnovare gli impianti per l'allevamento delle cozze nel primo seno del Mar Piccolo nel 2009 ho fatto accesso a un finanziamento ponendo a garanzia di questo i miei beni, la mia casa. L'attività andava molto bene: produceva 700 tonnellate di cozze all'anno e dava lavoro a 15 operai. Non ho mai conosciuto la crisi ed in alcuni anni la richiesta del mercato era addirittura maggiore alla nostra produzione. Dal 2011 è iniziato il declino del nostro settore, una tragedia per me che rappresento la terza generazione ad aver impiegato una vita nella mitilicoltura. Sappiamo tutti cosa è successo quell'anno. La denuncia degli ambientalisti, che stimo perché hanno agito volontariamente solo per tutelare la salute dei tarantini, ha sollevato la questione della contaminazione nelle cozze da diossine e pcb. Dopo aver chiesto quel prestito, in cui per garanzia c'era la mia casa, mi sono ritrovato a veder perso tutto il lavoro perché questo per ordinanza della Asl doveva andare al macero perché risultato contaminato. Andarono distrutte tutte le cozze della mia azienda allevate nel 2011, 2012 e 2013. La mia onestà di imprenditore che portava il suo prodotto sulle tavole dei tarantini e degli italiani mi ha spinto a spostare, così come previsto con le istituzioni locali, la mia attività in Mar Grande ma qui, nonostante in quelle acque non sussisteva la problematica inquinamento, mentre in Mar Piccolo mi ha sconfitto la diossina in Mar Grande mi ha sconfitto la burocrazia. Anche la produzione del 2014 andò persa nonostante fosse controllato e sano. Ricorderete bene le vicende raccontate sui giornali all'epoca: mancava la completa classificazione delle acque e anche per quell'anno persi tutto il prodotto perché non mi autorizzarono a venderlo. Sono stato onesto, ho voluto rispettare tutte le regole imposte dalla Asl, dal Comune, dalla Regione ma ciò non è stato fruttuoso; ma non mi do colpe perché ho una coscienza e ho agito nella legalità mentre i miei impianti lasciati nel primo seno del Mar Piccolo sono stati occupati dagli abusivi. Fui l'unico a spostarmi in Mar Grande. Cari amministratori, la mia unica richiesta è quella di tornare a lavorare come produttore, come allevatore di cozze. Vi prego di mettermi in condizioni per poterlo fare, ascoltatemi, datemi la possibilità di pagare le rate del prestito e scongiurare la vendita della mia casa che mi è stata già pignorata. Non ho potuto più pagarle le rate del prestito perché sono stato schiacciato da un problema più grande di me che mi ha messo in ginocchio nonostante la mia onestà e la mia predisposizione a lavorare nella legalità, ma io voglio pagare il mio debito e per far questo voglio tornare a fare il mestiere che mi hanno insegnato mio nonno e mio padre. Vi prego di ascoltare il mio appello perché ciò non significa aiutare solo Luciano Carriero ma soprattutto riprogettare il futuro del mestiere più antico e nobile della nostra amata città. Sono disposto ad incontrarvi e consegnarvi tutta la documentazione che attesta quanto vi ho raccontato in queste poche righe. Un caro saluto, Luciano Carriero".
Dopo che le cozze andarono al macero perché contaminate nel Mar Piccolo e dopo la produzione persa in Mar Grande perché non autorizzata ad essere venduta per la mancato completamento della caratterizzazione delle acque Luciano Carriero non ha rinnovato le concessioni che scadevano a dicembre del 2015, sconfitto dall'inquinamento e dalla burocrazia è costretto a licenziare i suoi operai e a chiudere la sua attività. Già in quegli anni la stampa si occupò di ciò che Carriero denunciava per salvaguardare il settore ma non fu abbastanza. La sua storia è l'emblema di questa città che troppo presto ha dimenticato la ricchezza del suo mare, troppo presto ha "normalizzato" la contaminazione nel primo seno del Mar Piccolo, troppo presto ha iniziato a difendere solo alcuni posti di lavoro scendendo in strada e mentre lo faceva ignorava il lavoro perso dalle ditte autorizzate che legalmente operavano come mitilicoltori onesti. Non esistono difese dell'occupazione differenti, più importanti e meno importanti, è legittimo ed è doveroso difendere il mestiere di chiunque, sempre. Questa storia rappresenta il fallimento della politica e dell'amministrazione che in quegli anni sottovalutavano un grave problema di inquinamento che metteva in ginocchio un importante settore del comparto ittico. In quegli anni, mentre Luciano Carriero vedeva sgretolare sotto i suoi occhi il mestiere di suo padre e di suo nonno, c'era chi non amava Taranto, il suo popolo con il suo orgoglio, la sua cultura e la sua storia; c'era chi non amava il mare crespo del Mar Piccolo, quel mare che è madre del cuore vecchio della città, l'unico luogo che può gestare la rinascita, luogo in cui uomini hanno perso tutto e nonostante tutto qui continuano a sperare.
Nessuno si senta sollevato dalle sue responsabilità, in questa storia, chi più e chi meno, tutti siamo un po' responsabili di ciò che è accaduto a Luciano. Pesiamola questa nostra responsabilità e da qui la nostra coscienza produca un'azione concreta che possa far rinascere le speranze dei mitilicoltori onesti, quelli che amano questa città e da qui non sono mai andati via.
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