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Riflessioni sull'ultima sentenza della Corte Costituzionale sull'ILVA, sull'immunità penale a chi gestisce l'ILVA e sulla tutela dei diritti umani a Taranto

Il disastro ambientale dell'Ilva e i diritti umani: la tutela della vita non può attendere il 2023

Venerdì 13 aprile a Roma, alla Federazione nazionale stampa italiana di Corso Vittorio Emanuele II, viene presentato il report "Il disastro ambientale e umano dell'Ilva di Taranto: la responsabilità internazionale del governo italiano". E' un rapporto curato dalla Federazione internazionale diritti umani (Fidh). Interverranno esponenti qualificati dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani e dello Human Rights International Corner.
13 aprile 2018

Il disastro ambientale dell'Ilva e la tutela dei diritti umani

 

Lo scorso 3 aprile la Gazzetta del Mezzogiorno ha pubblicato un intervento dal titolo "L'ILVA, la Consulta e una sentenza rivoluzionaria". Slopping durante un wind day

L'autore - il dottor Franco Sebastio, Procuratore della Repubblica al tempo della maxi-inchiesta sull’ILVA e del processo “Ambiente Svenduto” - ha commentato in tale intervento la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale il decreto legge "salva-ILVA" del 4 luglio 2015, n. 92. Ho trovato interessante l'intervento del dottor Sebastio e in particolare il filo del suo ragionamento. E' un ragionamento che porta a definire "quasi rivoluzionaria" la sentenza appena citata. E benché la sentenza della Corte Costituzionale non abbia effetti pratici per la produzione, ha - sottolinea il dottor Sebastio - effetti significativi per il diritto. Il che non è poco. E vediamo perché. La Corte Costituzionale (detta anche "Consulta" in quanto la sua sede è il palazzo della Consulta a Roma) ha la funzione di controllare che le leggi e gli atti aventi forza di legge siano conformi alla Costituzione. La sentenza della Consulta n. 58/2018 del 23 marzo 2018 è stata chiara: il decreto "salva-Ilva" del 4 luglio 2015 non è conforme alla Costituzione. E, se la logica non diventa ballerina, questa sentenza dà un segnale chiaro non solo per il futuro ma anche per il passato prossimo. Vuole infatti mettere in chiaro che non tutti i provvedimenti legislativi che garantiscano la prosecuzione dell'attività produttiva dell'ILVA sono di per sé accettabili.

Il dottor Sebastio fa un chiaro cenno al "salvacondotto penale" che vorrebbe garantire ai Commissari dell'Ilva e agli acquirenti (Arcelor Mittal) l'immunità fino al 2023. Un arco di tempo così ampio pone un problema, anche qui, di legittimità costituzionale.

E ritorniamo alla sentenza della Consulta del 23 marzo scorso. Dando ragione alla magistratura, tale sentenza della Corte Costituzionale ha in un certo senso ribaltato la diffusa convinzione che in nome della Ragion di Stato si possa legiferare all'infinito per garantire la produzione a tutti i costi. "Va ricordato - scrive Sebastio - che ormai troppo tempo è passato dal 2013 senza che siano stati adottati gli accorgimenti necessari per eliminare gli inaccettabili rischi per la salute già evidenziati, mentre le leggi via via emanate potevano avere una legittimità costituzionale solo se operanti per brevi e limitati periodi temporali, ma non all'infinito o quasi". Pertanto la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 85 del 2013, dette ragione al governo solo per una fase transitoria e limitata temporalmente dal cronoprogramma dell'Autorizzazione Integrata Ambientale che fissava al 2014 il termine per tutti gli interventi sugli impianti produttivi, posticipando al 2015 unicamente l’imponente copertura dei parchi minerali. Adesso siamo nel 2018 e posticipano al 2023 la conclusione degli interventi di messa a norma integrale dell'ILVA.

Quindi - per quando discutibile e discussa - quella sentenza del 2013 della Corte Costituzionale offriva una sponda solo temporanea all'esecutivo in attesa di una messa a norma complessiva degli impianti che, come ben si sa, non c'è stata per quanto riguarda gli interventi più importanti e onerosi.

Se nel 2013 il governo portò a casa una vittoria sulla magistratura, oggi la situazione si capovolge ed è la magistratura ad avere ragione, anche se su un caso specifico, limitato all'altoforno da cui è fuoriuscita la ghisa che ha provocato la morte dell'operaio Alessandro Morricella. La Corte costituzionale con la recente sentenza ha ritenuto che il legislatore abbia privilegiato le esigenze dell'iniziativa economica e sacrificato la tutela addirittura della vita, oltre che dell'incolumità e della salute dei lavoratori.

La ratio della prima sentenza della Corte Costituzionale non giustificava il protrarsi di una situazione inaccettabile o, peggio ancora, non indagata con nuove perizie per il timore di venire a sapere che è inaccettabile.

Venerdì 13 aprile a Roma, alla Federazione nazionale stampa italiana di Corso Vittorio Emanuele II, viene presentato il report "Il disastro ambientale e umano dell'Ilva di Taranto: la responsabilità internazionale del governo italiano". E' un rapporto curato dalla Federazione internazionale diritti umani (Fidh). Interverranno esponenti qualificati dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani e dello Human Rights International Corner.

Anche PeaceLink ha dato il suo contributo di idee.

Il fatto che chi tutela i diritti umani senta il bisogno di redigere e di presentare un dettagliato rapporto allo scopo di tutelare i cittadini a Taranto è cosa che davvero fa riflettere.

Viene da chiedersi: quanta gente muore oggi per l'inquinamento dell'ILVA? Non muore nessuno? Se qualcuno ne è convinto lo dica, lo metta nero su bianco. E se ne prenda la responsabilità di fronte a tutti.

 

Alessandro Marescotti

Presidente di PeaceLink

www.peacelink.it

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