A dieci anni dal bombardamento NATO della televisione nazionale serba
La notte del 23 aprile 1999 la Nato bombarda gli studi della RTS, la televisione nazionale serba a Belgrado, stroncando la vita di sedici persone: Tomislav Mitrovic, 61 anni, regista; Ivan Stukalo, 34 anni, programmista; Slavisa Stevanovic, 32 anni, programmista; Ksenija Bankovic, 28 anni, mixer video; Jelica Munitlak, 28 anni, truccatrice; Milovan Jankovic, 59 anni, meccanico; Dragan Tasic, 31 anni, tecnico; Aleksandar Deletic, 31 anni, cameraman; Darko Stoimenovski, 26 anni, tecnico; Nebojsa Stojanovic, 27 anni, tecnico; Slobodan Jontic, 54 anni, montatore; Slavina Stevanovic, 32 anni, programmista; Dejan Markovic, 40 anni, guardia; Milan Joksimovic, 47 anni, guardia; Branislav Jovanovic, 50 anni, programmista; Sinisa Medic, 33 anni, tecnico; Dragorad Dragojevic, 27 anni, guardia.
C'e' chi ha ritenuto giusta la morte di queste persone con lo scopo dichiarato di affermare i diritti umani attraverso una "guerra umanitaria" che ha violato il diritto internazionale e lo stesso statuto della Nato.
L'articolo 5 dello Statuto Nato prevede l'uso della forza armata solo in questo caso:
"Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America Setentrionale, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica".
Il Kosovo non era una nazione della Nato ma dieci anni fa era parte della Repubblica Federale Jugoslava.
Inoltre le convenzioni di Ginevra, con il primo protocollo aggiuntivo del 1977, stabiliscono che "il diritto
delle Parti in conflitto di scegliere metodi e mezzi di guerra non è illimitato'', e all'articolo 48 dello stesso protocollo obbligano le parti in conflitto a "fare, in ogni momento, distinzione fra la popolazione civile ed i combattenti, nonché fra beni di carattere civile e gli obiettivi militari, e, di conseguenza, dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi militari''.
Quindi il bombardamento di una TV di stato e la conseguente strage fu un crimine in violazione della Convenzione di Ginevra e un'aperta violazione delle finalità della Nato. Dieci anni fa più di qualcuno si macchiò la coscienza di sangue. Si trattava di semplici operatori, come tecnici, elettricisti, un mixer, una truccatrice... che male avevano fatto ognuno di loro al Kossovo, a Massimo D'Alema e a noi tutti?
La responsabilità è sempre personale e mentre loro non avevano alcuna responsabilità personale nei crimini di allora, chi ha consentito il bombardamento ha una precisa responsabilità personale.
Ma il governo italiano pensò mai di scusarsi con le famiglie delle persone uccise nella sede della RTS?
Se è giusto battersi contro la pena di morte verso chi ha compiuto un omicidio, perché allora condannare a morte 16 persone senza processo e senza che avessero commesso alcun omicidio?
Siamo di fronte alla barbarie. La guerra è barbarie perché è condanna a morte senza processo. La guerra è terrorismo, basta leggere le testimonianze di Djordie Vidanovic. E' per questo che l'articolo 11 della nostra Costituzione bandisce la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
Oggi chiediamo che l'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema offra pubblicamente le proprie scuse ad ognuna delle vittime con un atto formale e solenne.
Invitiamo tutti coloro che hanno memoria storica, dai semplici iscritti al Partito Democratico fino a chi che ha lottato dieci anni fa contro la guerra, a chiedere un gesto riparatore scrivendo a info@massimodalema.it
A dieci anni dalla guerra sarebbe significativo un gesto di sincero pentimento di fronte alla strage e alle proprie gravi responsabilità.
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