A 40 anni dal disastro ambientale di Seveso. Parliamo dell'omertà di Stato?
Quaranta anni fa, il 10 luglio 1976, vi fu lo scoppio del reattore alla Icmesa, ma solo dopo una settimana la popolazione fu informata la popolazione di Seveso.
Fuoriuscirono dai 2 ai 3 chili di diossina, secondo le stime dell'OMS.
Sui lastrici solari dei palazzi di questo quartiere, accanto al quale sorge l'ILVA, si accumulano le polveri con la diossina e nei giorni di vento, in estate, queste polveri vanno in risospensione ed entrano nelle case, i bambini piccoli le toccano, si mettono le mani in bocca. E si contaminano con piombo, diossina e altre terribili sostanze cancerogene. Il 28 giugno 2016 è stato uno di questi giorni (li chiamano "wind days") e la popolazione doveva essere avvisata dal sindaco di Taranto (come proposto dalla ASL e dall'ARPA). Nessuna comunicazione del Primo Cittadino (pediatra di professione). Nel quartiere Tamburi il PM10 in quella giornata è arrivato a 69 microgrammi a metro cubo, che equivarrebbe a 150 in quanto questo particolato ha una tossicità più che doppia rispetto a quello di altre città. Agli effetti cronici (cancerogeni) si possono sommare effetti acuti: ictus e infarti.
A Taranto nel 1965 entrò in funzione l'Italsider. Ha distribuito diossina per circa 170 grammi all'anno, ma è una stima cautelativa basata sulle rilevazioni Arpa del 2008. Che non tengono conto delle emissioni diffuse e fuggitive sfuggite al controllo. Inoltre prima del 2000 probabilmente le emissioni erano 800 grammi/anno in quanto non erano stati installati i filtri elettrostatici MEEP.
Quanta diossina è allora uscita a Taranto?
Tra i 7 e gli 8 chili, ed è una stima molto cautelativa, ossia 3-4 volte più che a Seveso.
L'evento non è stato acuto, come a Seveso, l'inquinamento a Taranto è stato strisciante e continuativo.
A Seveso il ruolo delle autorità fu omertoso e l'informazione del pericolo trapelò con giorni e giorni di ritardo, come è testimonianto da Daniele Biacchessi in questa intervista rilasciata a Laura Tussi.
A Taranto l'omertà sulla diossina è durata fino al 2005, quando PeaceLink, una associazione di cyber-attivisti, scoprì in un database europeo la presenza della diossina dell'ILVA a Taranto. Sal 1965 al 2005 nessuna informazione: quaranta anni di silenzi. E se i primi trenta possono essere "giustificabili" (le prime acquisizioni scientifiche sulle emissioni di diossina da un'acciaieria risalcono al 1991), gli ultimi 10 non lo erano affatto: l'ILVA non ha mai informato la popolazione. Ha informato probabilmente il ministero dell'Ambiente, che non ha informato la popolazione. E che ha strutturato il Codice dell'Ambiente in maniera tale che ILVA potesse emetterne anche dieci volte di più senza superare il terrificante limite di legge di 10000 nanogrammi a metro cubo in concentrazione totale di diossine.
Se a Seveso la popolazione è stata soccora con ritardi di giorni, a Taranto si continua a vendere frutta e verdura in via Orsini, nel quartiere Tamburi, nel luogo dove c'è stato nel novembre 2014 il picco di diossina più elevato mai misurato con deposimetri.
La popolazione in quel luogo apre le finestre, entra la polvere. Nessuno viene informato che può entrare la diossina. La differenza fra Seveso è Taranto è questa.
A Seveso il ritardo dell'informazione si misura in giorni, a Taranto si misura in anni.
A Seveso nella zona A più contaminata vennero abbattute le case contaminate. Alle persone di quella zona venne chiesto di abbandonare tutto. A Taranto invece oggi migliaia di persone vivono nella zona contaminata dalla diossina, senza alcuna informazione e senza alcuna protezione efficace.
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