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Intervista a don Luigi Ciotti

Realizzata nell'occasione dell'inaugurazione di una sede Libera presso Barcellona P.G.
26 maggio 2006 - Michele Granato

Il 24 Maggio 2006 è stata inaugurata a Barcellona P.G. una sede della Rete Libera, da anni in prima linea nella lotta alle mafie. Questo rappresenta un evento importante, non solo perché Barcellona è terra di mafia, e delle più efferate, ma perché qui non si è mai riuscito a scalfire il muro d’ombra dietro il quale gli intoccabili si nascondono. Basti pensare, per comprendere quanto qui salda sia la morsa della criminalità organizzata, che la mafia barcellonese non ha pentiti.
Alla cerimonia d’inaugurazione erano presenti molti familiari di vittime della mafia, tra i quali ricordiamo, solo per citarne alcuni, Margherita Asta, Michela Buscami, Dario Montana, Emanuele Giuliano, Elena Fava, Michela Gargiulo e tanti altri.
L’evento, che costituisce il risultato di un impegno che dura da anni, è stato reso possibile grazie al coraggio e alla tenacia di Sonia, la figlia del giornalista Beppe Alfano ucciso in questa città nel 1993.
Tra gli ospiti erano presenti anche Beppe Lumia, la cooperativa “Placido Rizzotto”, il comitato Addio Pizzo e l’associazione “Rita Atria”.
Dopo il suo intervento, abbiamo avvicinato don L. Ciotti, il fondatore di Libera, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Don Ciotti, per molti l’arrivo di Libera a Barcellona costituisce motivo di speranza: Lei pensa che tra i cittadini ci sia la voglia di riscatto, di cambiamenti?
Tanta gente onesta, pulita, piena di passione, di voglia c’è. Facciamo emergere il positivo, facciamo conoscere il positivo e non dimentichiamoci che la stragrande maggioranza delle persone spera in un cambiamento, ha voglia di un cambiamento, cerca le cose positive, vuole le cose positive e quindi facciamo emergere tutto questo e non dimentichiamoci che la minoranza, la mafia criminale, ha scelto la strada della superficialità e dell’illegalità, della violenza. Però c’è il rischio di diventare complici con il silenzio, le deleghe, con l’indifferenza, con la rassegnazione. Non dobbiamo dimenticarci che non si uccide solo con le armi, ma a volte si uccide anche con il silenzio, ed allora bisogna tirare fuori il nostro coraggio, assumerci di più la nostra responsabilità, fare di più la nostra parte. Barcellona ha tanta bella gente, ho visto oggi i giovani, i genitori, le associazioni, bisogna fare di più, fare di più con molto coraggio e molta forza, insieme.

Nel giro di 30 anni la provincia di Messina, e Barcellona in particolare, si è ritrovata stretta nella morsa della criminalità mafiosa: come si spiega un così forte e rapido radicamento?
Ci sono forse mancanza di strumenti e di volontà. Non si sono colti i segnali: perché delle crepe c’erano state, segnalazioni, esperienze, denunce in tempi puntuali. Forse sono stati letti con superficialità. Uomini delle istituzioni, della società civile hanno fatto, hanno detto, si sono sporcati le mani di persona nell’arco di questi anni, però è stato molto sottovalutato.

Qui sembra che i cittadini siano costretti a respirare un’aria pesante: nonostante la visita della commissione parlamentare antimafia, non si sono visti, se non eccezionalmente, risultati significativi nella lotta alla criminalità organizzata: questo non rischia di costringere il cittadino ad abituarsi, a rassegnarsi, al fenomeno mafioso?
Questo è un pericolo. E’ un pericolo perché non basta fermarsi alla denuncia, al fare appelli. La gente ha bisogno di trovare una sicurezza, la gente ha bisogno di trovare delle garanzie: che la propria denuncia, il proprio impegno, il proprio sporcarsi le mani sia assicurato e garantito, altrimenti abbiamo il rischio di appelli fabbricati nelle parole, abbiamo il rischio delle deleghe. Rischiamo di fare delle manifestazioni, e quindi solidarietà, come in questo caso di Sonia Alfano e la sua famiglia. Dobbiamo invece creare quelle condizioni perché ci sia più gente che si metta, con più coraggio, con più forza, con più determinazione, in gioco. Vorrei ricordare le parole di Paolo Borsellino quando un giornalista gli chiese se aveva paura: lui rispose “Sì, ho paura”, ma poi aggiunse “…l’importante è avere tutti più coraggio”.
Ecco, abbiamo bisogno di avere tutti più coraggio, più coraggio!

Sul piano legislativo lei pensa che il nuovo governo debba rivedere qualcosa per contrastare più efficacemente la mafia?
Si. Ci vogliono più uomini, più organizzazioni, piani strategici, leggi più adeguate, una confisca dei beni più efficace, una giustizia più veloce, ci vogliono più strumenti.
Credo che bisogna mettere mano ad alcune leggi, che non devono essere modificate nel loro spirito, ma, certamente, aggiustate e forse occorre trovare un nuovo strumento per graffiare di più la realtà. Le mafie non moriranno mai se non cambia la politica, il suo compito è quello di fare delle politiche sociali, innanzitutto, e di avere delle leggi perché si possa cercare la verità, costruire percorsi di legalità e di giustizia, di chiarezza e di determinazione, senza sconti per nessuno.

Oltre alla mafia si avverte da queste parti qualcosa, se possibile, di più inquietante: il sentire mafioso. Come si contrasta questo fenomeno?
È nell’essere della cultura mafiosa, della mafiosità, dell’omertà, della delega. La cosa che nel nostro paese, nell’Italia, è da combattere è la rassegnazione e la delega. C’è la cultura mafiosa, c’è questa mafiosità. D’altra parte il problema non è solo il pesce, il mafioso, ma anche il bacino dentro il quale il pesce si alimenta, e questo bacino è fatto da segmenti della società, di salotti borghesi, di persone complici che mettono la loro professionalità, lucidamente, al servizio di questo giogo criminale: gli imprenditori, che non sono mafiosi, ma che mettono il piede, nel fare i loro affari, nel mondo dell’ illegalità, pur sapendo chi favorisce questi percorsi e queste forme.

Cosa si può fare in concreto, per sottrarre i giovani al mondo della criminalità?
Bisogna che la società non si preoccupi dei giovani, ma che se ne occupi un po’ di più. Bisogna creare delle condizioni per un sano protagonismo, di una sana partecipazione. L’importante è che certi percorsi di educazione alla legalità nelle scuole, che preferisco chiamarli “un educarci”, facciano assumere agli adulti più responsabilità, facciano sentire che il cambiamento ha bisogno dell’impegno di ciascuno di noi, che la legalità inizia con il rispetto delle regole, della sociale responsabilità nelle piccole cose, dalle azioni minori, dai piccoli gesti. Però bisogna che anche dall’altra parte ci siano delle risposte politiche sociali, che vuol dire lavoro, vuol dire casa, vuol dire politiche per lo sport. C’è molto da fare, bisogna scommettere sul mondo giovanile. Bisogna creare delle condizioni affinché il mondo giovanile possa essere un grande protagonista.

Si avvertono le prossime elezioni siciliane come un punto di svolta, di non ritorno, qualunque ne sia il risultato. Qual è il suo pensiero in merito?
Un segno importante e positivo c’è, la candidatura di Rita Borsellino. Non è solo il cognome che porta, ma è una grande figura di donna, attenta, vera, sensibile. In questi anni con Libera si è messa in gioco, ha girato l’Italia, ha incontrato associazioni, movimenti, realtà di tutti i tipi. È stata capace di quel rapporto enfatico con i giovani, con gli adulti. È stata un po’ dappertutto, non s’è sottratta, generosamente, lei e la sua famiglia. Non potrei non dimenticare che dietro ogni donna grande c’è un uomo grande, suo marito, che generosamente l’ha sempre accompagnata e sostenuta. Rita Borsellino rappresenta quel nuovo, quel cambiamento, quella speranza. Ha creato un fermento, ha ridato gli entusiasmi. È bello il treno “Rita express” che attraversa l’Italia per portare gli studenti qui a votare, per cambiare la Sicilia ed anche per loro affinché possano tornare non dovendo sempre emigrare da altre parti per raggiungere i loro scopi, i loro obiettivi, i loro sogni. E quindi con Rita c’è tutto questo grande fermento, vasto, che si è creato. Ci auguriamo che ci sia un cambiamento anche nel voto, un cambiamento, quindi, anche nel governo dell’amministrazione della regione. Anche se non dovesse farcela, tutto questo fermento, questo patrimonio, questo sussulto, certamente resterà e bisognerà dare una spinta e continuare a lavorare con Rita. Continuare ad allargare questa coscienza e questa sensibilità perché dietro l’angolo ci sta il cambiamento.

Insieme a Zanotelli, Strada e Dell’Olio avete chiesto al nuovo Parlamento italiano missioni di pace senza armi né eserciti ma basate su dialogo e solidarietà: ci può spiegare meglio?
Basta le guerre, costruiamo processi di pace!
Non dimentichiamoci quello che c’è scritto sulla tomba di un grande maestro, sacerdote e uomo di pace, Ernesto Balducci, nel cimitero di Santa Fiore, paese natale. C’è un masso di granito sulla sua tomba e c’è scritto “Gli uomini del futuro saranno uomini di pace, o non saranno.”
È la pace che deve essere costruita nel nostro paese. In Italia negli ultimi dieci anni sono oltre 2500 morti di mafia, 156 vittime innocenti. Questo è un paese che ha bisogno di pace, di pace!
Noi, facendo questo ulteriore appello a cui hanno sottoscritto centinaia di realtà, associazioni, gruppi, chiediamo che il nostro Paese sia un paese di pace, che costruisca la pace. Ma non c’è pace senza giustizia e senza ricerca della verità.
È un gesto importante, un segno che la politica ritiri le nostre truppe dall’Iraq senza se e senza ma. E’ vergognoso quello che è successo in passato e noi dobbiamo con chiarezza dire che abbiamo sbagliato. E’ stato un atto di arroganza da parte nostra, non si sono voluti ascoltare gli appelli per cercare delle soluzioni diverse. Il prezzo che quella terra ha pagato è in migliaia e migliaia di morti civili. Un paese in ginocchio. E poi queste guerre, fatte, annunciate, proclamate, sono guerre per il petrolio, guerre per l’acqua, guerre per favorire i poteri, gli interessi di pochi a scapito di una maggioranza: rivendicano i grandi traffici: il primo quello delle armi, poi il traffico della droga ed il traffico degli esseri umani. Guarda caso sono traffici che vedono le mafie internazionali come grandi protagoniste, sono quei traffici che si impregnano di questa violenza e di queste guerre.

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