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Visita ad un carcere

Senza macchina fotografica e taccuino. Ho dato la mia parola
6 giugno 2006 - Paola Maccioni

Cielo a scacchi Il grande cancello si apre anche per il furto di una gallina e la pena - in questo caso - può essere di anni. Anni che si sommano a quelli necessari allo svolgimento del processo, soprattutto se non ci sono soldi per pagare un avvocato. L'omicidio si sconta con la morte. Il furto ripetuto con l'ergastolo. Più volte Amnesty International è intervenuta, senza risultato apparente, esattamente come in tanti altri Paesi, anche occidentali.

Sul muro rosso sono scritti gli orari in cui le famiglie possono portare il cibo ai detenuti. Lo Stato è troppo povero per assicurare pasti regolari o forse è solo una scelta politica per combattere la criminalità, per altro qui non diffusa.

Il cancello si apre davanti a me e al mio accompagnatore. A destra le scale: in legno, ripide, non un gradino uguale all’altro, né in altezza, né in profondità. Saliamo nell'ufficio. Polvere. Pochi mobili di legno grezzo, scuro. Nessuna tecnologia. Pochi fogli di carta in giro, non vedo cartelle. Il direttore è in divisa militare, senza bottoni, lacero, ma impettito. Compreso del ruolo, parla lodando il suo carcere modello. Scoprirò dopo che è davvero così: quello che sto per visitare è un carcere modello. In questo Paese.

Verifica se ho mantenuto la mia parola dicendomi che gli piacerebbe avere una foto ricordo. I’m sorry.

Presenta i gendarmi che sono in forza al carcere: poveri uomini laceri, scalzi, senza divisa, armati di bastone, ma dignitosi e senza complessi d'inferiorità, davanti a me e a quel che rappresento. Iniziamo la visita.

Una piccola porta si apre su un cortile di sola polvere rossa. Tre fabbricati bassi, ad un piano, formano una U. Un pozzo senz'acqua che - mi dicono - il vecchio direttore usava come camera di punizione. Un uomo ci è morto dentro, a causa del fil di ferro che gli stringeva il collo. Il vecchio direttore è stato rimosso per questo fatto.

Non c'è altro di ambientale da descrivere, se non un cielo sorprendentemente azzurro.

Inginocchiati per terra, divisi in tre gruppi di sei file, uno accanto all'altro, molti a testa bassa che non alzeranno mai, altri con sguardo di sfida, altri di curiosità ci sono "loro". I detenuti. Qualcuno ha una coperta sulle spalle, qualcuno una maglietta, tutti hanno un cappello. Sono tutti dello stesso colore rosso polvere, praticamente indistinguibili dal terreno. Dietro di loro le guardie: si differenziano solo perché stanno in piedi e hanno il lungo bastone in mano.

Le solite frasi di circostanza. L'invito a visitare i cameroni: ampi spazi in terra battuta, soffitti bassi, senza finestre, per niente diversi dalle abitazioni abituali.

Abbiamo portato un dono ricchissimo: baguettes di pane di farina di grano. Una per ogni detenuto. Molti di loro non l'hanno mai assaggiato. Molti sono anni che non ne mangiano. Altri hanno semplicemente fame. Vorrei che fossero le guardie a fare la distribuzione. Il direttore insiste perché io passi a consegnare personalmente, ad ognuno, il pane. Insiste anche per dimostrarmi che non verrà "rubato". Inizio, sforzandomi di sorridere, questa penosa distribuzione. Qualcuno mi ringrazia. Qualcuno mi guarda. Qualcuno sorride. Qualcuno nasconde la baguette sotto i vestiti e mi tira per i pantaloni, mostrandomi le mani vuote. Questo mi fa arrabbiare. Mi sento presa in giro e quindi non più una privilegiata dalla vita. Il direttore invita a ringraziare a voce alta. Pochi lo fanno, allora le guardie pungolano con i bastoni finché il grazie sembra sincero. Vado via a testa bassa, senza sorridere.

Il cortile che ospita le donne è piccolissimo. Non sono molte, qualcuna ha il bimbo in braccio. Sono schierate sotto una tettoia nera di fumo, io sono davanti a loro: tutto ci divide. Tutto. Anche il non sapere cosa stanno pensando di me, con quegli sguardi neri, senza curiosità, senza attenzione. Sotto la tettoia, il fuoco acceso: sopra le pietre, le pentole in cui bolle in continuazione il riso. Cucinano anche per gli uomini che hanno la famiglia lontana e nessuno che porti loro da mangiare. Hanno ringraziato silenziose per il pane e io sono scappata via, più dignitosamente che ho potuto, perché non mi vedessero piangere.

Finalmente questo Paese lontano e silenzioso è riuscito a mettermi a tacere. Finalmente ho capito perché si chiedessero cosa mai potesse avere di così importante da dire una straniera per parlare a voce così alta.

Ancora oggi mi porto dietro quel silenzio e quella domanda. Non è connivenza, non è accettazione passiva di uno status quo. È il silenzio che si deve davanti all'uomo, alla sua vita e ai suoi errori. Qualunque essi siano e da qualunque parte siano fatti. È conoscenza di cultura e diritti altri. È un'idea di uguaglianza, fraternità, libertà che non può essere filtrata dalla mia visione occidentale. È la consapevolezza che queste carceri non sono solo in Paesi lontani, ma anche molto vicini a noi ed è dentro questi cortili che dobbiamo guardare, prima di ergerci difensori di diritti che per primi non siamo in grado di rispettare.

Noi, il grande Occidente, che non conosce perdono, ma solo punizione. Paese civile in cui parole come amnistia, indulto, grazia vanno urlate e combattute e non semplicemente proposte come umana partecipazione.

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