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Aumentano i cannoni, diminuisce la trasparenza

Il rapporto del governo italiano sull'export di armi
17 aprile 2007 - Luca Kocci


Grande balzo in avanti delle esportazioni di armi italiane nel mondo che nel 2006 hanno raggiunto la cifra record di 2.192 milioni di euro di importi autorizzati, crescendo di oltre il 61% rispetto ai 1.360 milioni di euro del 2005, e 970 milioni di euro di consegne realmente effettuate. Lo si apprende dal Rapporto della Presidenza del Consiglio sull’export di armi made in Italy, appena pubblicato sul sito internet di Palazzo Chigi e immediatamente analizzato da Giorgio Beretta (Campagna di pressione alle ‘banche armate’) sul portale informativo Unimondo e da Francesco Vignarca (Rete italiana disarmo) sul mensile "Altreconomia".

Banche armate & dintorni A chi vanno le armi made in Italy
In vetta ai Paesi destinatari delle armi italiane ci sono gli Stati Uniti che oltre alla flotta di elicotteri presidenziali dell’Agusta acquistano dall'Italia – si legge nel Rapporto – "bombe, siluri, razzi, missili", "navi da guerra", "esplosivi militari" e "armi automatiche" di tutti i calibri per un totale di 349,6 milioni di euro. Al secondo posto gli Emirati Arabi Uniti – Stato che nei rapporti di Human Right Watch e Amnesty International si distingue per "vessazioni nei confronti delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani", sottolinea la Rete disarmo – a cui il governo italiano ha autorizzato la vendita di "bombe, siluri, razzi, missili", "navi da guerra", "apparecchiature per la direzione del tiro" e "aeromobili" per 338,2 milioni di euro. A seguire una serie di Paesi dell’Unione Europea (Polonia, Regno Unito, Austria, Germania, Bulgaria) che acquistano armi per un totale di 742 milioni di euro e, alle loro spalle, l’Oman, che si vede autorizzate importazioni di armi dall’Italia per oltre 78 milioni di euro, la Lituania (75,7 milioni) e la Nigeria (74,4 milioni). Fra gli altri Stati extra-comunitari destinatari di armi italiane c’è l’India (66,3 milioni), la Malesia (51,4 milioni), il Pakistan (39,7 milioni), Singapore (29,1 milioni) il Perù (26,8 milioni), il Venezuela (16,1 milioni) e la Libia (14,9 milioni). Il primo posto fra le aziende italiane esportatrici se lo aggiudica Agusta (gruppo Finmeccanica, fra i maggiori sponsor della Comunità di Sant’Egidio e della Comunità di San Patrignano[1]) – presieduta dall'ammiraglio Marcello De Donno, capo di Stato maggiore della Marina dal 2001 al 2004[2] - che con vendite pari ad 810 milioni di euro copre il 38% del volume di affari totale. E poi una serie di altre aziende, per lo più legate alla galassia Finmeccanica: Alenia (311 milioni di euro), Oto Melara (283 milioni) – anch’essa presieduta da un ex capo di Stato maggiore, stavolta dell’esercito, il generale Giulio Fraticelli, che ha recentemente chiesto al Parlamento di aumentare la dotazione bellica delle Forze armate italiane in Afghanistan –, Avio (127 milioni), Lital (123 milioni), Selex Sistemi integrati (81 milioni), Alenia Aermacchi (73 milioni), Alcatel Alenia (71 milioni), Iveco (49 milioni) e Galielo Avionica (32 milioni di euro).

Le 'banche armate'
Fondamentale nelle transazioni il ruolo delle banche, che svolgono un importante ruolo di intermediazione fra aziende armiere e Paesi acquirenti dal quale incassano compensi che possono variare dal 3 fino al 10 per cento della commessa. E gli istituti di credito – spiega Beretta – nel 2006 "si sono visti autorizzati operazioni di incassi relativi al solo export di armi per quasi 1,5 miliardi di euro, altra cifra record, con relativi compensi di intermediazione di 32,6 milioni di euro". Leader incontrastato delle ‘banche armate’ si conferma il gruppo San Paolo-Imi che nell'ultimo anno quasi triplica il volume d'affari nel settore passando dai 164 milioni del 2005 agli oltre 446 milioni di euro del 2006, cioè il 30% del totale. Al secondo posto la francese Bnp-Paribas, con 290,5 milioni di euro; al terzo Unicredit, con 86,7 milioni di euro, dopo un periodo in cui il suo impegno era stato fortemente ridimensionato. Aumenta del 33% il proprio volume d'affari rispetto al 2005, portandolo ad 80 milioni di euro, la Banca Nazionale del lavoro, mentre è in calo Deutsche Bank (78,3 milioni di euro). Scala la classifica a passi da gigante il Banco di Brescia che riceve incassi per oltre 70 milioni di euro, il doppio dell’anno precedente; e incrementa dell’85% il proprio volume di affari anche la tedesca Commerz Bank (74,3 milioni di euro). La Banca popolare italiana passa da 14 a 60 milioni e guida il gruppo di tutte le banche al di sotto dei 60 milioni di euro, in cui ricompare Banca Intesa guidata dal cattolico Giovanni Bazoli: in passato aveva annunciato di voler uscire dal sostegno al commercio delle armi (e infatti nel 2005 aveva movimentato importi per soli 163mila euro), ma nel 2006 realizza incassi per 46 milioni che potrebbero anche aumentare vista la fusione, operativa dall’1 gennaio 2007, con San Paolo-Imi. Da segnalare la presenza di Banca popolare di Milano (17 milioni di euro), tra i soci di Banca Etica[3].

Le preoccupazioni dei pacifisti: più armi, meno trasparenza
"Questa impennata dell’export, affiancata alla manifestata volontà del governo di non tenere in considerazione l’ipotesi di riconversione dell'industria bellica, prevista dalla legge, perché non conveniente - commenta Massimo Paolicelli, presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti - delineano una linea dell’esecutivo preoccupante, in palese contrasto con il programma presentato agli elettori. Con l'aumento delle spese militari dell’11%[4], e l’adesione dell'Italia ai progetti americani del nuovo caccia Jsf e dello scudo stellare si avvia per l'Italia una preoccupante e pericolosa corsa al riarmo a spese del contribuente italiano".

E preoccupa la Campagna ‘banche armate’ anche il fatto che il governo, alla scadenza del 31 marzo, abbia reso pubblico solo un "Rapporto" e non l’intera "Relazione sull’esportazione di armi" – come prevede espressamente la legge 185/90 – dove sono contenuti tutti i dati nel dettaglio. Il Rapporto facilita la lettura dei dati – viene spiegato da Michele Nones, dell’Istituto Affari Internazionali –, ma ne omette tanti altri penalizzando così la trasparenza, aggiunge Beretta il quale chiede che "la Presidenza del Consiglio renda presto disponibile al Parlamento l’intera Relazione. Un passo improrogabile anche per continuare in quel cammino di ‘incontri periodici con i rappresentanti delle Organizzazioni non governative interessate al controllo dei trasferimenti dei materiali d’armamento’ che il Rapporto della presidenza del Consiglio prevede e che, dopo anni di richieste, è stato recentemente intrapreso con le associazioni della società civile".

Note:

[1] v. Adista n. 21/07
[2] v. Adista n. 83/06
[3] v. Adista n. 3/07
[4] v. Adista n. 23/06


Il presente testo ci è stato gentilmente fornito dall'agenzia di stampa Adista.
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