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Si chiamava Naqshbandi, qualcuno se lo ricorda?

I militi ignoti del giornalismo globalizzato. Lavorava con Mastrogiacomo, è morto in Afghanistan
26 agosto 2007 - Sabina Morandi
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Mai sentito parlare di un certo Ajmal Naqshbandi? Qualcuno ricorda chi era costui? Difficile. Per quanto la vicenda sia abbastanza recente, e riguardi da vicino il nostro paese, il suo nome non ha trovato molto spazio nei giornali italiani. All'inizio dell'aprile scorso però la sua foto ha avuto il privilegio di comparire per qualche secondo nei tg nazionali accanto a quella di Daniele Mastrogiacomo, reporter di Repubblica rapito in Afghanistan e Rahmatullah Hanefi il rappresentante di Emergency a Kabul. Ajmal Naqshbandi era il classico "stringer", giornalista locale utilizzato come interprete e procacciatore di "storie" dai media occidentali che non possono permettersi di spedire i propri reporter in prima linea. Senza il lavoro di questi oscuri sherpa avremmo ben poche notizie dal mondo di fuori, quello che si arrabatta, combatte e muore lontano dalle telecamere patinate dei giornalisti embedded - come gli chiamiamo noi - detti anche "giornalisti da hotel" - come li chiamano loro. E loro sono gli stringer come Naqshbandi, giustiziato l'8 aprile del 2007 dai talebani solo per avere svolto il suo lavoro.
Difficilmente il tragico destino di Naqshbandi può essere considerato un'eccezione. Nella lista stilata ogni anno da Reporter sans Frontieres non si distingue fra inviati e freelance ma, da una decina d'anni a questa parte, i caduti sul campo dell'informazione sono in costante aumento (81 giornalisti e 32 assistenti uccisi nel 2006 contro 63 giornalisti e 5 assistenti nel 2005) così come gli arresti arbitrari (871 nel mondo) e i rapimenti. Restano in cima alla lista dei posti più pericolosi per la stampa Messico, Colombia e Filippine, ma nessuno batte il record assoluto dell'Iraq dove, da quando è cominciata la guerra, sono morti 139 giornalisti, il doppio di quelli caduti in 20 anni di Vietnam. Quello che le statistiche non dicono è che in Iraq - come in Bielorussia, in Uzbekistan, in Turkmenistan e nella maggior parte dei paesi africani - le vittime sono per la maggior parte freelance locali che offrono i propri servizi ai media occidentali sempre più spaventati dagli alti costi della sicurezza. Di fatto la maggior parte dei giornalisti occidentali restano asserragliati negli hotel non per pigrizia quanto perché è materialmente impossibile, per uno straniero, svolgere il proprio lavoro senza una scorta armata fino ai denti e costosi veicoli corazzati che dovrebbero accompagnarne ogni spostamento. Di qui la scelta di dimezzare il personale e utilizzare le competenze locali - cioè gli stringer - per raccogliere storie, rintracciare contatti e concordare interviste. Alla fine sono gli stringer - senza scorte né auto blindate - a lavorare in prima linea, cercando di sopravvivere al tiro incrociato di chi li accusa di collaborare con il nemico.
Vale la pena di leggere la storia di Abdul, nome di fantasia che i redattori del mensile Mother Jones hanno scelto per lo stringer della Reuter di Baghdad. In un articolo intitolato Baghdad Confidential viene raccontata la vita quotidiana di un freelance nell'Iraq sotto occupazione. Secondo Abdul, che rifiuta di liquidare i "giornalisti da hotel" come semplici scansa-fatiche, «essere un giornalista straniero qui è semplicemente un suicidio», ma le statistiche dicono che i collaboratori iracheni non se la passano meglio. Secondo il Committee to Protect Journalist il rapporto è di tre a uno: tre stringer locali per ogni giornalista straniero ucciso. Così, ogni mattina, Abdul sale sul tetto della propria casa per controllare che non ci siano sicari in attesa. Il rischio è di fare la fine di Selwan Abdelghani Medhi al-Niemi, ucciso insieme alla famiglia perché traduceva per gli "infedeli" di Voice of America . Il problema, dice Abdul, è che «ogni giorno decine di iracheni vengono uccisi, e se scappiamo anche noi i loro nomi verranno dimenticati. Se morissi facendo il mio lavoro di giornalista, che è quello di riportare la verità, morirei contento».
Ma il problema non sono soltanto insorti o terroristi, comunque li si voglia chiamare. Anche le truppe d'occupazione danno una mano a far fuori i cronisti scomodi. E non si tratta soltanto di qualche soldato nervoso che spara una raffica come quella che ha falciato il fonico della Reuter Waleed Khaled nel 2005. Secondo il tenente colonnello Barry Johnson, capo del Combined Press Information Center delle forze statunitensi a Baghdad, «nella maggior parte dei casi questa gente non può operare là fuori senza il tacito accordo degli insorti o dei gruppi terroristi di cui vogliono raccontare». E' il classico sillogismo del giornalista traditore, da applicarsi esclusivamente ai professionisti locali che, per appartenenza etnica o religiosa, sono immediatamente sospetti d'intelligenza col nemico, se non peggio.
Peggio infatti è andata a Sami Al-Haj, rinchiuso in una gabbia di Guantanamo dal 2002 senza che sia mai stata formalizzata una sola accusa. Al-Haj è stato arrestato nel dicembre del 2001 al confine fra Pakistan e Afghanistan dove era stato spedito dalla televisione Al Jazeera per coprire il conflitto, e dove in quei giorni confluirono un numero imprecisato di colleghi di tutto il mondo. Però, per quanto munito di regolare permesso di lavoro, Al-Haj è certamente un giornalista sospetto: prima di tutto è sudanese e in secondo luogo lavora per un'emittente che non ha risparmiato critiche all'amministrazione Bush. E' di ieri la notizia diffusa da Reporter sans Frontieres che le condizioni del cameraman sudanese sarebbero disperate. Sami Al-Haj è dimagrito di 18 chili e, secondo il suo avvocato, sta letteralmente perdendo la testa. A spezzarlo non è stato tanto lo sciopero della fame - unica forma di protesta per detenuti che chiedono da anni di venire processati - quanto le punizioni che le autorità di Guantanamo somministrano ai prigionieri recalcitranti. Noto è l'impiego delle famigerate sedie per l'alimentazione forzata dove i detenuti vengono immobilizzati per rendere possibile l'inserimento di apposite sonde. Meno nota è la discrezionalità con cui viene scelto il diametro dei tubi da infilare nello stomaco, così come denunciato dall'avvocato di Al-Haj. Sarebbe bello che gli entusiasti cantori della civiltà occidentale trovassero il tempo di pronunciare qualche parola su questa inimmaginabile barbarie.

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