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11 settembre 1973

Un colpo di stato che la patria della democrazia preferisce rimuovere o - nella migliore delle ipotesi - considerare una parte della storia americana di cui non esser fieri
Giacomo Alessandroni11 settembre 2008 - Giacomo Alessandroni

Il golpe cileno dell'11 settembre 1973 fu un evento fondamentale della storia del Cile e della Guerra Fredda, anche se un 11 settembre più recente sembra aver offuscato la memoria.

Nelle elezioni presidenziali cilene del 1970, in accordo con la costituzione, il Congresso risolse la situazione creatasi con il risultato del voto — tra Salvador Allende (con il 36,3%), il conservatore (ed ex presidente) Jorge Alessandri Rodríguez (35,8%), e il cristiano-democratico Radomiro Tomic (27,9%) — votando per l'approvazione della maggioranza relativa ottenuta da Allende. Diversi settori della società cilena continuavano ad opporsi alla sua presidenza, così come gli Stati Uniti, che esercitarono una pressione diplomatica ed economica sul governo. L'11 settembre 1973 le forze armate cilene rovesciarono Allende, che morì durante il colpo di Stato. Una junta guidata da Augusto Pinochet prese il potere.

Senza parole A proposito dell'elezione di Salvador Allende in Cile, Henry Kissinger, Presidente degli Stati Uniti d'America nonché premio nobel per la pace disse: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell'irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.»

Il generale Pinochet prese il potere con un colpo di Stato, l'11 settembre 1973, nel quale i golpisti bombardarono il Palazzo Presidenziale con dei caccia Hawker Hunter di fabbricazione britannica. Allende morì nel corso dell'assedio al palazzo della Moneda. Le cause della sua morte sono rimaste incerte e controverse. La tesi ufficiale fu sin da subito che Allende si fosse suicidato con il fucile mitragliatore che stava utilizzando durante l'assedio ed un'autopsia etichettò il suo decesso come suicidio. Tuttavia, sia in Cile sia all'estero, si sostenne da subito la tesi che fosse stato assassinato dalle truppe di Pinochet durante l'irruzione finale all'interno del palazzo che stava difendendo.

Il colpo di Stato, indipendentemente dal grado di coinvolgimento degli USA, fece raggiungere al governo statunitense l'obbiettivo di sradicare la minaccia del socialismo in Cile e portò al potere un regime favorevole agli interessi statunitensi. Nella sua valutazione della politica estera USA attorno al periodo del golpe in Cile, Jeanne Kirkpatrick, futura ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, sottolineò la mancanza di aggressività dichiarata della sua nazione, nei paesi in via di sviluppo, mentre si svolgevano gli eventi in Cile. "Particolarmente nell'ultimo decennio abbiamo praticato ovunque un notevole attendismo" [Kirkpatrick, 1979]. Mentre questo è vero per le politiche pubbliche degli USA, gravemente limitate dal movimento che era cresciuto in opposizione alla Guerra del Vietnam, cionondimeno, come discusso in precedenza, come minimo le politiche statunitensi circa gli aiuti aiutarono a portare alla caduta di Allende e gli USA in alcuni momenti appoggiarono attivamente la progettazione di colpi di Stato, anche se probabilmente non quello che si svolse realmente.

In un'intervista del 2003 al network televisivo Black Entertainment Television, al Segretario di Stato Colin Powell venne chiesto perché gli USA si vedevano come "moralmente superiori" nel conflitto iracheno, citandogli il golpe del Cile come un esempio di intervento statunitense che andava contro i desideri della popolazione locale. Powell rispose: «Rispetto ai tuoi commenti precedenti sul Cile negli anni '70 e a ciò che successe a Mr. Allende, non è una parte della storia americana di cui siamo fieri». I quotidiani cileni salutarono la notizia come la prima volta che il governo statunitense ammetteva un ruolo nell'affare.

Il golpe di Pinochet ebbe un'influenza politica enorme in tutto il mondo, e l'eco di questo avvenimento si farà sentire anche in Italia negli anni '70. Salvador Allende rimane tuttora uno dei pochi presidenti che, eletti democraticamente, abbiano tentato la costruzione di una società socialista. Con l'appoggio a Pinochet, gli USA vollero preventivamente stroncare sul nascere la via democratica al socialismo, mandando un inquietante segnale di avvertimento a tutti i partiti socialisti e comunisti che in maniera democratica stavano rafforzandosi in vari paesi del mondo. In Italia, in particolare, il P.C.I. visse gli anni '70 con una sorta di "paura di vincere" e di subire una sorte analoga a quella di Allende (peraltro giustificata a posteriori dalla scoperta di organizzazioni segrete come Operazione Gladio e P2), e dall'altra parte le frange più estreme e violente si diedero definitivamente alla lotta armata e al terrorismo, ritenendo impossibile la costruzione di una società socialista in Occidente con metodi democratici. Questo evento rappresentò quindi uno spartiacque per la storia non soltanto cilena.

Nulla se si pensa agli oltre 30.000 desaparecidos, frutto di questo colpo di stato. Si ritiene che fra il 1976 e il 1983 in Argentina, sotto il regime militare, siano scomparsi oltre 30.000 dissidenti e - per lo più - sospettati tali (9.000 accertati secondo i rapporti ufficiali del CONADEP).

La tecnica di sequestrare e far sparire le vittime della repressione ha fatto scuola ed è stata in ideata per perseguire due obiettivi. Evitare quanto verificatosi in Cile all'indomani del golpe militare del generale Pinochet, quando le immagini televisive degli arresti di massa e degli oppositori ammassati negli stadi avevano fatto il giro del mondo suscitando ondate di indignazione dell'opinione pubblica mondiale. L'assoluta segretezza degli arresti viceversa garantì per lungo tempo al regime militare argentino una sorta di "invisibilità" agli occhi del mondo: dovettero passare infatti almeno 4 o 5 anni dall'inizio della dittatura prima che all'estero si iniziasse ad avere una percezione esatta di quanto stesse accadendo in Argentina.


L'utilizzo di uno stadio come campo di concentramento è un'idea che non si deve ad Augusto Pinochet; prima di lui, nel 1967, ci aveva pensato un altro golpe fascista, quello dei colonnelli greci. Pinochet ha solo perfezionato l'iniziativa trasformando gli spogliatoi in camere di tortura e patiboli. Struttura chiusa con accessi controllabili, lo stadio è un luogo nel quale, senza biglietto, non si entra; allo stesso modo, non se ne esce quando le porte sono chiuse o presidiate. Preparando il colpo di stato dell'11 settembre 1973, le forze armate cilene avevano così pianificato l'uso dello stadio Nacional di Santiago per rinchiudervi migliaia di sovversivi. A loro giudizio, per risultare sovversivo bastava portare i capelli lunghi; con parametri del genere, è ovvio che le prigioni della capitale non potevano bastare. La decisione della Camera dei Lord inglese di negare a Pinochet l'immunità, aprendo la strada all'estradizione in Spagna, è stata variamente commentata. Curiosa la posizione di quanti avrebbero voluto lasciarlo andare per ragioni umanitarie, essendo l'ex dittatore cileno un vecchio di 83 anni.

La giustizia non va confusa con la vendetta, ed è quindi normale che, al termine di un regolare processo e della scontata condanna, un gesto di civile clemenza gli risparmi la galera. Ma questo gesto può venire dopo la sentenza, non prima del processo. Il destino personale di un singolo assassino è forse trascurabile; ma quando quest'assassino, per sua scelta, è diventato un simbolo, tutto ciò che lo riguarda assume un valore esemplare. Garantendogli l'immunità, i Lord avrebbero tirato una riga sulla strada della giustizia, oltre questo punto non si può andare. E una giustizia limitata non può esistere. Tra le varie reazioni, impressionano le lacrime di certe signore cilene alla notizia che il loro beniamino non l'aveva fatta franca. Quelle signore non sono mai andate allo stadio Nacional, o per lo meno non l'hanno fatto nei due mesi intercorsi fra il golpe e il suo frettoloso sgombero per la messa in scena di una farsa: la disputa, il 21 novembre, dello spareggio di ritorno fra Cile e Urss per la qualificazione al Mondiale '74.

Per motivi politici, i sovietici rifiutarono di recarsi a Santiago, autoeliminandosi dal torneo; malgrado questo, la Federcalcio cilena mandò in campo la sua nazionale, che al fischio d'inizio attraversò la metà campo avversaria deserta spingendo in porta il pallone. Per preparare la farsa, il Nacional venne svuotato e ripulito in tre giorni; durante i quali la carneficina subì l'accelerata finale. Chi ha la memoria corta o è troppo giovane per ricordare, provi a immaginarsi prigioniero per due mesi sulle gradinate dell'Olimpico o di San Siro, con i militari che ti puntano le armi dal campo ed entrano in forze sugli spalti per scegliere i disgraziati da trascinare negli spogliatoi verso la morte. Provi a pensare al terrore quotidiano che il suo turno sia arrivato perché i capelli si sono allungati troppo. Provi a entrare in quell'angoscia e allora, solo allora, decida se processare Pinochet gli sembra giusto.

Condo' Paolo (Gazzetta dello Sport, 27 novembre 1998)



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