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Cecchini sull'hotel Palestine? E' la solita scusa

11 aprile 2003 - Amedeo Ricucci

E' la solita storia. Prima sparano sull'albergo dei giornalisti e poi, con le mani sporche di sangue, cercano malamente di scusarsi. Sicuri che il tempo avrà ragione della rabbia e finirà per insabbiare tutte le inchieste. E' successo due giorni fa all'Hotel Palestine di Bagdad, così com'era successo il 12 febbraio 2002 all'hotel City Inn di Ramallah, dove stavo assieme a Raffaele Ciriello il giorno prima che venisse ucciso da un blindato israeliano. Stessa dinamica: un attacco a freddo, insensato, su un edificio che doveva essere un santuario ma si è trasformato invece, improvvisamente, in target. E stessa scusa da parte dei militari: la presenza di “cecchini” appostati sul tetto, che però nessuno dei giornalisti presenti in albergo ha notato. Il giorno dopo, complice l'euforia dei media occidentali per la caduta di Bagad, la notizia si è assurdamente afflosciata. E con essa le polemiche e la ricerca della verità.
La verità è che i giornalisti sono fumo negli occhi per i militari: dei “ficcanaso”, da tenere il più possibile a distanza, oppure da addomesticare. Con le buone o con le cattive, perché in guerra non si va tanto per il sottile. A Ramallah, ad esempio, gli israeliani volevano semplicemente evitare che ci fossero degli occhi “indiscreti” durante l'attacco al campo profughi di Al Amari, che stava proprio di fronte al nostro albergo. E ci sono riusciti. Dopo aver innaffiato per una buona mezzora le nostre stanze con le mitragliatrici dei tank e i fucili di precisione, ci hanno costretti infatti a restare in hotel per un giorno intero, liberi perciò – loro – di poter agire indisturbati e senza impiccioni. E il giorno dopo, chi si è avventurato per le strade di Ramallah ha pagato a caro prezzo la sua curiosità professionale: Raffaele Ciriello è stato ucciso, un cameraman egiziano è stato ferito gravemente alla schiena ed un fotografo francese è stato gambizzato.
Per errore, certo. Quando colpiscono un giornalista, i militari dicono sempre che è stato un errore, una tragica fatalità. Eppure, a vedere il carro armato americano che lentamente gira la sua torretta, punta l'hotel Palestine e nel silenzio più assordante spara, un lungo brivido è salito lungo la mia schiena. Ho ripensato al blindato israeliano che ha falciato Raffaele Ciriello, a mezzo metro da me, e oggi come allora mi sono chiesto: come ha fatto quel soldato a non vedere la telecamera, se ha prima preso la mira? E allora, perché diavolo non si è fermato in tempo?
Sono domande che molto probabilmente non avranno mai una risposta. Perché gli eserciti dei potenti rispondono solo ai tribunali della storia. Non hanno risposto le autorità israeliane ai giudici di Milano che chiedono da più di un anno di identificare e di poter interrogare i soldati del blindato che ha ucciso Ciriello. E non risponderanno stavolta gli americani, che hanno subito alzato un muro di gomma per minimizzare l'accaduto.
Per fortuna, però, le immagini parlano da sole. Parla il silenzio nel video girato dal povero cameraman spagnolo José Couso, un minuto buono di silenzio prima della cannonata, da cui si deduce che non c'era alcuna battaglia in corso e soprattutto che dall'Hotel Palestine non c'era nessun cecchino che sparava. E parlano le immagini girate in punto di morte dal mio amico Raffaele Ciriello, in cui si vede chiaramente la raffica assassina che parte dal blindato israeliane, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali delle autorità di Tel Aviv, che negano addirittura di aver mai aperto il fuoco.
Le immagini, si sa, non fanno sconti. A volte possono essere troppo crude, a volte non raccontano tutto quello che si potrebbe e dovrebbe raccontare, ma di certo non si prestano ai sofismi della retorica bellica. Anzi, è proprio da quando esiste il foto-video giornalismo che la guerra ha smesso definitivamente di essere un affare patriottico, da celebrare. Perché una macchina fotografica o una telecamera si avvicinano molto più di una penna e di un block-notes agli orrori della guerra ed alla sua assurdità: ce la sbattono in faccia, senza passare prima per il cervello, e vanno dritte al cuore ed alla pancia di tutti noi. Per questo le immagini sono un bene prezioso. Ed è per questo che cameraman, fotografi e giornalisti televisivi devono assumersi a volte un rischio maggiore rispetto ai colleghi della carta stampata. L'immagine infatti non ha succedanei, non può essere cioè sostituita né riprodotta attraverso le parole: devi essere sul posto e devi stare – come spiegava senza troppi fronzoli il grande Robert Capa – il più possibile vicino. A rischio di lasciarci le penne. Lo sapevano sia il giornalista di Al Jazeera che il cameraman di Telecinco, che avevano piazzato le loro telecamere in modo da avere una buona inquadratura, una visuale interessante per poter raccontare quest'assurda battaglia di Bagdad. Di sicuro non si sentivano degli eroi, così come non voleva far l'eroe Raffaele Ciriello e tutti quelli che sono morti ammazzati per fare questo mestiere. E' tutta gente che stava solo lavorando, finché qualcuno ha deciso – per un motivo che probabilmente non sapremo mai - che era venuto il momento di farli smettere.

Amedeo Ricucci

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