A mezzo stampa

5 maggio 2003
Astrit Dakli
Fonte: ll Manifesto - 05/05/2003

Un'informazione libera era una volta tra le principali richieste che un paese «nuovo» - fresco d'indipendenza, o appena reduce dal comunismo - doveva soddisfare per ottenere dalla comunità internazionale (intesa come Occidente libero) la patente di «democrazia». Era una richiesta posta in modo spesso discutibile ma in fondo corretta; una richiesta però che a molti governi non piaceva per nulla. Alcuni si sono sempre rifiutati di soddisfarla, pensando (con lungimiranza) che non fosse poi una cosa tanto importante - di certo, portatrice di vantaggi assai inferiori a quelli garantiti da una stampa asservita. E' per questo, anche, che paesi come la Siria (per citarne uno a caso, ma sono tantissimi) non hanno mai avuto la patente di «democrazia», mentre Israele sì. Una distinzione giusta, perché basata su elementi chiari ed eticamente ineccepibili - andava infatti di pari passo con altre chiare e fondamentali differenze nella gestione della società, dal sistema politico a quello penale, alle garanzie per i diritti fondamentali della persona.

Ora però le carte sembrano essersi mischiate: se alcune differenze rimangono molte altre non si vedono più, o si sono addirittura rovesciate. In Siria non risulta sia mai stato ucciso nessun giornalista straniero per impedirgli di lavorare: in Israele sì - anzi, è diventata quasi una pratica corrente, con sette reporter, operatori e fotografi assassinati (non dimentichiamo Raffaele Ciriello) fino all'ultimo, ieri, l'inglese James Miller, preceduto di soli quindici giorni dal palestinese Nasi Darwaseh. Centinaia sono stati feriti dal 20 ottobre 2000, quando per primo venne colpito alla schiena il reporter palestinese Abdel al-Khatib. Parlare di «libertà d'informazione», in un paese dove i soldati sparano deliberatamente sui cronisti che danno fastidio (inutile negare l'evidenza) è ormai una chiara falsità; o un'esagerazione apologetica, per usare un eufemismo. Ognuno tragga le sue deduzioni circa le conseguenze che questo ha sul valore della «patente di democrazia» data una volta per tutte. Del resto Israele non fa che marciare come sempre in parallelo con gli Stati uniti - non era americano il tank che ha sparato sull'albergo dei giornalisti «non militarizzati» (e dunque non sottoposti a censura) a Baghdad, uccidendone due? - cioè della democrazia per antonomasia.

Martedì si dovrebbe celebrare in tutto il mondo la «giornata della libertà d'informazione», patrocinata dall'Unesco (che sarebbe l'organismo dell'Onu preposto alla cultura) per cercar di salvare il salvabile. Ma c'è ben poco da celebrare. La libertà d'informazione (e con essa la democrazia) non fa passi avanti nei paesi «nuovi» e ne fa indietro in quelli dove avrebbe dovuto esserci già, in modo stabile e definitivo: è chiaro che ormai si tratta di lussi superflui. La Federazione internazionale dei giornalisti chiede che l'uccisione di giornalisti, deliberata o frutto di gravi negligenze, venga considerata un crimine di guerra. A noi basterebbe che l'uccisione di chiunque venisse considerata un crimine.

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