Perché il parallelismo fra le armi ai partigiani e le armi all'Ucraina cozza con la verità storica
Nel dibattito contemporaneo sull'invio di forniture militari ai fronti di guerra, l'uso strumentale della storia patria è diventato una scorciatoia retorica fin troppo abusata. L'ultimo scivolone in ordine di tempo arriva da Diego Bianchi (Zoro), conduttore di Propaganda Live, che ha rispolverato il mito dei lanci di armi angloamericane ai partigiani per scoccare una frecciata polemica contro chi si oppone all'invio di armi all'Ucraina.
L'intento del conduttore era chiaro: tracciare una linea di collegamento logico tra il sostegno anglo-americano alla Resistenza italiana e l'attuale invio di equipaggiamenti militari a Kiev. Peccato che, per sostenere questa tesi squisitamente politica, Bianchi abbia preferito la narrazione storica raccolta sui giornali favorevoli all'invio di armi all'Ucraina rispetto alla complessità dei documenti storici. Se avesse studiato approfonditamente la storia della Resistenza comunista in Romagna e le reali dinamiche dei comandi alleati, avrebbe scoperto che quel parallelismo non sta in piedi. Anzi, dimostra l'esatto contrario.
La verità capovolta: chi ha armato le Brigate Garibaldi?
La tesi di Zoro si basa su una sostanziale edulcorazione storica: l'idea che la Resistenza italiana sia stata armata in modo omogeneo, generoso e incondizionato dagli aerei anglo-americani. Se stringiamo il campo sulla Romagna, terra a schiacciante maggioranza comunista, la realtà d'archivio smonta immediatamente la favola dei cieli generosi. Le forze alleate - britanniche e statunitensi - consideravano i partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi come fumo negli occhi. Winston Churchill era ossessionato dal "pericolo rosso" e dal timore che l'Appennino si trasformasse in una succursale dell'URSS. Per questa precisa ragione politica, il flusso dei lanci aerei in Romagna fu deliberatamente razionato e quasi inesistente per lunghissimi mesi, mentre tonnellate di armi venivano paracadutate in Piemonte o in Veneto alle formazioni cattoliche, monarchiche o moderate.
Formazioni partigiane importanti come le Brigate Garibaldi non sono sopravvissute grazie alla logistica alleata, ma grazie ad una dottrina molto chiara: le armi andavano strappate al nemico in combattimento. I partigiani romagnoli si sono armati disarmando i tedeschi, assaltando le caserme della RSI e pagando un prezzo di sangue altissimo per ogni singolo fucile o mitragliatore recuperato sul campo.
Il Proclama Alexander: quando gli Alleati ordinarono ai partigiani di abbandonare le armi
Il punto di rottura definitivo della tesi di Zoro sta nel nome di un uomo e di un documento che ogni studente di storia della Resistenza dovrebbe conoscere: il generale Harold Alexander e il suo proclama del 13 novembre 1944.
Mentre oggi l'Occidente spinge per la mobilitazione totale e l'offensiva a oltranza sul fronte ucraino, nel novembre del 1944 il comandante supremo alleato in Italia fece l'esatto opposto. Con il fronte bloccato sulla Linea Gotica e l'inverno alle porte, Alexander trasmise via radio un ordine perentorio ai partigiani: cessare le operazioni su vasta scala. Per la Resistenza partigiana, quell'ordine fu vissuto come un tradimento. I partigiani vennero lasciati soli. Significava lasciare i partigiani all'addiaccio e alla mercé dei feroci rastrellamenti nazifascisti, permettendo alla Wehrmacht di ripulire le retrovie senza l'ostacolo delle azioni di disturbo. I leader comunisti, da Luigi Longo a Pietro Secchia, scelsero la disobbedienza strategica: rifiutarono il diktat di Alexander, non tornarono a casa e organizzarono la "pianurizzazione" della guerriglia per sopravvivere all'inverno. Gli Alleati preferirono congelare il fronte e lasciare logorare i partigiani piuttosto che supportarli. Temevano che liberassero le grandi città padane da soli, acquisendo un peso politico eccessivo per il dopoguerra.
Una collaborazione al contrario
Se un debito logistico esiste nella storia della lotta partigiana in Romagna, esso è semmai al contrario. Non erano gli anglo-americani a sostenere i partigiani, ma erano semmai le Brigate Garibaldi a fornire servizi strategici vitali agli Alleati, spesso senza ricevere nulla in cambio. Furono i partigiani a mettere in piedi reti di intelligence per passare le coordinate dei depositi tedeschi e furono le famiglie contadine romagnole a nascondere, sfamare e trarre in salvo centinaia di piloti alleati abbattuti dalla contraerea.I rari momenti in cui gli Alleati accettarono di armare o integrare i comunisti (come accadde per la 28ª Brigata Garibaldi "Mario Gordini" di Arrigo Boldrini nel ravennate) avvennero solo sotto rigidissime condizioni di subordinazione tattica e inquadramento regolare, col preciso scopo di monitorare e neutralizzare qualsiasi potenziale deriva rivoluzionaria.
Occorre studiare la storia
Fare paragoni storici richiede studio, rigore e il rispetto dei contesti.
I partigiani che operavano vicino al fronte, dovevano stare attenti alle truppe tedesche e ai repubblichini, un lancio paracadutato di armi in quelle condizioni avrebbe portato allo scoperto i partigiani in un territorio controllato dai nazifascisti. In Ucraina le armi arrivano invece lì dove il territorio è controllato dalle truppe ucraine di Kiev; non c'è oggi alcun lancio paracadutato di armi nelle zone del Donbass a presunti partigiani. Una fantasiosa comparazione fra passato e presente, fra Ucraina e partigiani è poco realistica e poco credibile. Comparare poi i nazifascisti dinallora con la Russia è una cosa su cui è meglio sorvolare.
Raccontare la complessa e dolorosa lotta della Resistenza in Romagna – fatta di boicottaggi politici dall'alto, fame, disobbedienza ai comandi anglo-americani e armi conquistate colpo su colpo dal nemico – per farne uno spot televisivo a favore dell'invio di armi all'esercito ucraino nel 2026 è un'operazione sconcertante. La storia della Resistenza romagnola non è una favola a lieto fine sull'altruismo logistico degli Alleati; è la storia di un movimento che ha dovuto combattere nonostante i calcoli politici divergenti dei comandi militari anglo-americani. Una storia che, evidentemente, alcuni si sono dimenticati di studiare con la dovuta attenzione.
Articoli correlati
Oggi il Parco Nazionale della Pace di Sant'Anna di Stazzema si estende sul territorio circostanteLa strage nazifascista di Sant'Anna di Stazzema
L'eccidio ci ricorda che il fascismo non è un capitolo chiuso. I suoi germi possono riaffiorare in ogni momento. È per questo che dobbiamo essere pronti a contrastare ogni tentativo di riscrivere la storia, di minimizzare le atrocità commesse o semplicemente di far subentrare l'oblio.11 agosto 2026 - Redazione PeaceLink
PanamaUna Costituzione per blindare il neoliberismo
Tra repressione sociale, interessi delle oligarchie e subordinazione a Washington, il governo accelera la riforma dello Stato. Sindacati e opposizioni denunciano il tentativo di rendere irreversibile il modello neoliberista e aprire il Paese alla rimilitarizzazione statunitense1 agosto 2026 - Giorgio Trucchi
Per non dimenticareGuida alla rete degli archivi storici della memoria sociale
Di particolare importanza è la conservazione documentale come presupposto necessario per una ricostruzione di un passato che, per incuria se non per ignavia, rischia di essere cancellato. Qui in allegato c'è il file "Guida alle fonti per una storia ancora da scrivere".14 luglio 2026 - Redazione PeaceLink
Cosa rimane in piedi dei valori di pace e libertà, di pluralismo e solidarietà?Il compito di difendere la Costituzione italiana nata dalla Resistenza
Oggi che gli uomini della Resistenza non ci sono più, ricade sulle nostre spalle la responsabilità di assumerci il compito di difendere i valori e i principi della Costituzione, a partire dalla pace, dalla libertà e dal ripudio della guerra.24 aprile 2026 - Domenico Gallo
sociale.network