In ricordo di Patrick Boylan
Ho ritrovato nel mio archivio oltre seicento messaggi scambiati con Patrick Boylan nel corse di oltre un decennio, in privato e nelle liste interne di PeaceLink, soprattutto quella della redazione e quella dei traduttori. In calce ai suoi messaggi, per anni, c'era la stessa firma: "Contro la guerra, pace ora!"
Rileggerli è stato come riascoltare la sua voce: puntigliosa, ironica, generosa, a volte polemica, mai indifferente. Patrick era californiano e viveva da decenni a Roma, nel quartiere di San Lorenzo. Era stato lettore madrelingua d'inglese alla Sapienza e poi docente universitario di lingua e traduzione. Si sentiva insieme statunitense e romano, e da quella doppia appartenenza guardava con occhio lucido le guerre del suo paese d'origine e le complicità di quello d'adozione.
Le "nostre" guerre
Il filo rosso di tutto il suo impegno era uno: guardare prima di tutto alle guerre in cui l'Italia e i suoi alleati sono coinvolti, anche quando nessuno ne parla più. Dopo il bombardamento NATO dell'ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, nell'ottobre 2015, propose di chiudere la lettera di PeaceLink al Ministro degli Esteri chiedendo quando sarebbe finita una partecipazione che si profilava come "cobelligeranza in una vera e propria guerra, senza l'avallo dell'ONU e perciò in violazione dell'art. 11 della Costituzione italiana".
Un mese dopo, con le stragi di Parigi e i venti di guerra contro l'ISIS, scrisse alla redazione: "Cari compagni pacifisti, non cadiamo nella trappola che i politici bipartisan e i mass media ci stanno tendendo: quello di farci venir meno alla nostra consapevolezza che la violenza non è mai la soluzione". Lo ripeterà in mille forme per la Libia, la Siria, lo Yemen. Nell'agosto 2016 la formula era diventata un principio: "Il ricorso alla violenza non è mai la soluzione, è soltanto la fonte di ulteriori violenze." E subito dopo: "Basta! E' ora che ci guardiamo allo specchio."
Quello specchio lo tirava fuori anche nei momenti più difficili. Il 1° marzo 2022, pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina, pubblicò su PeaceLink l’articolo “Sei parole per riportare subito la pace”. Rimproverava ai pacifisti di gridare “Stop War” e “Stop Putin” nelle piazze, ma di rado le sei parole che secondo lui avrebbero potuto fermare il conflitto: “Stop all’espansione NATO all’Est!”. E insisteva: “Per fermare la guerra in Ucraina, non servono le armi, signornò.” Nessuna indulgenza verso Mosca, però. Agli organizzatori della manifestazione romana di quei giorni scrisse: “Sia ben chiaro: non sto dicendo tutto questo per giustificare Putin, che personalmente detesto, o per giustificare la sua invasione dell’Ucraina che considero criminale e ingiustificabile.”
Non si limitava a denunciare. Nel marzo 2018, con Afrin sotto assedio, lanciò su PeaceLink una proposta di pace ispirata alla missione UNIFIL in Libano: una forza cuscinetto dell’ONU tra le parti. Due giorni dopo la trasformò in una lettera ufficiale di PeaceLink alla Farnesina, che si chiudeva così: “Riponiamo nelle vostre mani la nostra speranza di pace.” Nel 2019 seguì da vicino la mozione parlamentare contro la vendita di armi all’Arabia Saudita, coinvolgendo i traduttori per far uscire in tempo un articolo utile al dibattito alla Camera. Dopo il voto spiegò ai lettori perché quel “blocco” in realtà non c’era. Per lui il lavoro non finiva con la notizia: “Lottare per la pace vuole anche dire “non mollare la presa” dopo i fatti (come troppo spesso facciamo).”
Il disarmo nucleare, una vittoria di Davide
Il 7 luglio 2017 l'ONU approvò il Trattato di proibizione delle armi nucleari. Patrick rispose agli scettici con una delle sue email più belle. Ai cinici che dicevano che un divieto non elimina le armi, ricordava che nemmeno il codice penale ha fatto rinunciare la mafia al suo arsenale, eppure nessuno lo considera inutile. E poi: "Nelle sfide tra Davide e Golia, a volte può vincere Davide. Purché egli non si arrenda semplicemente, scoraggiato dall'immane disparità dei mezzi a disposizione." E ancora: "Ora tocca a noi continuare la battaglia di quei 122 paesi, facendo varare il trattato nei nostri rispettivi paesi, o almeno cercando di farlo."
Sul come arrivarci era pragmatico. Voleva l'Italia fuori dalla NATO e libera dalle bombe nucleari di Ghedi, ma proponeva di chiedere intanto ai politici un passaggio da membro a partner, sul modello di Austria e Irlanda: "Naturalmente, ciò che noi vogliamo è l'uscita completa dalla NATO. Ma credo che bisogna adottare una strategia "passo dopo passo"."
Taranto vista da Roma
Patrick viveva a Roma, ma la battaglia di PeaceLink contro l'inquinamento dell'Ilva l'ha sempre sentita sua. Già nel 2015 rivendicava con orgoglio che i peacelinker di Taranto avevano osato affermare "che l'Ilva non è dei Riva, ma della città, del paese", appoggiandosi all'articolo 41 della Costituzione. Per lui ambiente e pace erano una cosa sola: "S'intrecciano perché hanno la stessa radice: la rapacità sfrenata e il disprezzo per la vita umana, che connotano i "comitati d'affari" della classe dirigente."
Nel 2018 accompagnò come osservatore la delegazione di PeaceLink al Ministero dell'Ambiente. Nel maggio 2021, dopo la sentenza di primo grado del processo "Ambiente svenduto", scrisse: "Chissa' se i giudici avrebbero indagato sui morti in eccesso a Taranto se non ci fosse stata una campagna di denuncia condotta con rigore scientifico." E chiuse con Gandhi, una citazione che gli era cara e che ripeterà negli anni: "Prima ti ignorano, poi ti insultano, poi ti combattono, poi vinci."
Da Roma fece anche da ponte con altre lotte. Nel 2019 portò PeaceLink dentro la campagna "Giudizio Universale" dell'associazione A Sud, la prima causa climatica contro lo Stato italiano, sul modello di quella vinta in Olanda.
Assange e la libertà di informare
Negli ultimi anni la sua causa più tenace è stata la liberazione di Julian Assange, portata avanti insieme a PeaceLink e agli Statunitensi per la Pace e la Giustizia: petizioni all'Unione Europea, conferenze stampa alla Camera, accrediti agli incontri con Stella Assange. Quando, nell’ottobre 2021, una redattrice di PeaceLink riuscì a far uscire un pezzo su Assange sul suo blog del Fatto Quotidiano, scrisse nella lista di coordinamento: “Chi la dura la vince!”. Era un'altra delle sue espressioni ricorrenti, già usata nel 2015 per salutare la denuclearizzazione del porto di Napoli.
Dietro le quinte della redazione
Chi ha letto Patrick solo nei suoi articoli forse non sa quanto lavoro silenzioso facesse per PeaceLink. Curava il team delle traduzioni, inseriva articoli altrui, spiegava ai nuovi redattori come funzionava il sistema di pubblicazione con istruzioni lunghissime e precise, che chiudeva quasi sempre con la stessa frase: "Scusa la lunghezza della spiegazione, volevo essere chiaro."
Con i traduttori volontari era un maestro paziente e rispettoso. Correggeva i titoli troppo lunghi, perché "PeaceLink è generalmente più sobrio e diretto", e restituiva le bozze con i suggerimenti in verde. Ma lasciava sempre l'ultima parola a chi aveva tradotto: "Ma sono solo suggerimenti: puoi adottarli o rigettarli, tu sei la traduttrice che ci mette la firma e la faccia." E con un'umiltà rara in un professore di traduzione aggiungeva: "Inoltre non sono madrelingua, quindi è possibile che alcuni dei miei suggerimenti non filino in italiano. Decidi tu." Conosceva bene il mondo del volontariato: "Nelle organizzazioni gestite da volontari, bisogna avere molta pazienza."
Nelle discussioni interne era un polemista instancabile. Non aveva paura di andare controcorrente, anche dentro PeaceLink, e le sue email lunghe e argomentate hanno acceso tanti dibattiti. Nel 2019, davanti al programma di un nostro incontro nazionale, lanciò "un sasso nello stagno": "Insomma vogliamo essere "testimoni di pace", e sono d'accordo. Ma a giudicare dalle pagine di PeaceLink, non sembra che vogliamo essere anche "testimoni delle guerre" in cui ci troviamo implicati." A quell'incontro tenne poi un laboratorio dal titolo "Cittadini giornalisti: per una informazione corretta a favore della pace".
Davanti alle divisioni del movimento ricordava che "ciò che deve predominare è la volontà di lavorare insieme e di sottoporre le diverse proposte al consenso generale". Era contrario a ogni censura, anche verso i contenuti che non condivideva: "quindi, niente censure, solo distanziamento."
Gli scambi di messaggi personali
Da coordinatore tecnico lavoro da decenni con il software libero, per far sì che l'infrastruttura di PeaceLink sia davvero indipendente e libera. In questo lavoro Patrick è stato per me un interlocutore prezioso. Non per le competenze tecniche, che non rivendicava affatto: già nel 2015, ragionando su come mostrare l'informativa sui cookie, ammetteva che gli pareva "un lavoro di codifica difficile (per me impossibile!)". Lo era perché mi costringeva a chiedermi se quello che facevamo era coerente con quello che affermiamo: indipendenza, resilienza, rifiuto dei monopoli.
Su questi punti era tenace, e non mollava. Lo ripeteva in redazione già nel 2017: "Certo, non abbiamo segreti e la NSA e la CIA arrivano ovunque. Ma collaborare attivamente al loro progetto di schedare il mondo, no grazie." Nel 2018, quando usammo uno strumento di Google per un sondaggio interno, tornò alla carica: "so benissimo che Google facilita la vita ed è gratis. Ma proprio per questo dobbiamo interrogarci sulle sue finalità non dichiarate." E ancora: "Non possiamo evitarlo del tutto. Ma almeno possiamo rifiutare di collaborarvi."
Usava di proposito sistemi fuori dal comune, Sailfish e Ubuntu Touch sul telefono, e quando qualcosa non funzionava lo diceva con candore: "può darsi che la colpa sia da imputare al fatto che uso sistemi volutamente non standard e non aggiornati." I suoi problemi erano il miglior banco di prova della nostra indipendenza.
Nel 2019 ne discutemmo a lungo in privato. In quella fase di rilancio dell'associazione io difendevo una linea più pragmatica: usare anche i servizi commerciali, ma "con spirito critico, senza farci usare", come gli scrissi allora. Lui aveva capito benissimo: "ho l'impressione che tu ritieni tale politica inutile e soltanto auto-danneggiante." E mi spiegò la sua: "Insomma, cerco di stare al gioco del sistema il meno possibile. Ciò non cambierà in meglio il mondo ma cambia in meglio la mia vita ed è già qualcosa. E poi manda un messaggio agli altri. Come sto facendo in questo momento a te."
Accettò le mie ragioni, ma senza fare un passo indietro sul principio: "Facciamolo pure. Cogliendo, tuttavia, ogni occasione per utilizzare e per far utilizzare mezzi alternativi (email, ad esempio), quando fattibile." E ci tenne a precisare: "Preciso che non sto facendo una "battaglia contro chi ci spia" (non ho paranoie di essere spiato, magari avessi cose da nascondere), bensi battaglia contro i monopoli, in qualsiasi settore."
Il suo messaggio è arrivato. Negli anni abbiamo portato sempre più servizi di PeaceLink su infrastruttura nostra, con software libero. Già nel dicembre 2019, proprio inseguendo un suo problema di registrazione alla chat, spostai l'invio della posta da Google al server di PeaceLink. E quando nel 2025 tolsi dal sito i captcha di Google, la sua risposta in lista arrivò subito: "Bravissimo, Francesco. I captcha di Google addestrano sicuramente anche i killer drone. Basta qualsiasi nostra complicità." Mi mancherà quella voce che, davanti a ogni scelta tecnica, mi chiedeva da che parte stavamo.
Credeva profondamente nel senso di quello che facciamo con PeaceLink. Nel 2019, commentando le illusioni perdute dei primi anni di Internet, scrisse che il Potere riesce a comprarsi quasi tutto, "tranne chi non si lascia comprare". E che proprio a queste persone le reti telematiche servono per formare comunità "minoritarie nella panorama nazionale, certamente. Ma comunità resistenti, capaci di resistere proprio grazie alla possibilità offerta dalla telematica di superare le distanze e mettere in comune le proprie esperienze e vedute."
Era anche capace di una gentilezza disarmante. Dopo una riunione di redazione mi mandò una "fan letter" per alcuni link che avevo condiviso: "Sei un Google vivente (ma non tendenzioso come quello originale)."
Continuiamo a seminare
Patrick conosceva la stanchezza di chi fa attivismo da volontario. Nel 2015 un redattore aveva scritto in lista che pensava a un "anno sabbatico". Patrick gli rispose: "puoi concederti una pausa senza sentirti in colpa, come il medico/militante di Camus ne La Peste: a volte ci vuole proprio. quando tornerà l'indignazione che ti scoppia dentro, tornerai, senza sforzo, a sfogarla scrivendo."
Lui, quella pausa, non se l'è quasi mai concessa. Ha continuato a scrivere, proporre, discutere e scendere in piazza fino agli ultimi mesi, quando una grave malattia lo ha fermato. A gennaio gli avevo mandato un abbraccio. Mi rispose con poche righe, preoccupandosi della salute di un altro compagno più che della sua, e chiudendo con un "a presto".
Voglio salutarlo con le parole che scrisse nel dicembre 2015 a una compagna scoraggiata dall'indifferenza incontrata girando l'Italia per parlare di Taranto. Sono parole che oggi sembrano scritte per tutti noi:
"Comunque sono convinto che, alla lunga, la gente si sveglierà perché i ceti dominanti tireranno troppo la corda. Quindi continua a seminare, continuiamo tutti a seminare, ci sarà sicuramente una raccolta, anche inaspettata."
Ciao Patrick. Contro la guerra, pace ora.
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