La città di Ancona sostenne l'ammutinamento cantando "non vogliam trucidar gli schiavi"

La rivolta antimilitarista del 1920 che piegò il governo

Nel giugno del 1920 i bersaglieri assunsero il controllo della caserma Villarey disarmando i propri superiori, perché temevano di essere inviati in Albania, dove era in corso l'occupazione italiana con duri combattimenti. La rivolta costrinse il governo Giolitti al rimpatrio delle truppe in Italia.

I fatti

Nel 1920 ad Ancona ci fu una rivolta dei bersaglieri che si colloca nella disastrosa situazione economica e sociale seguita alla Prima Guerra Mondiale. I bersaglieri della Caserma Villarey temevano di essere inviati in Albania per partecipare all'occupazione militare di quel paese decisa dal governo Giolitti. Chiesero allora l'appoggio della popolazione (andando alla Camera del Lavoro) e poi si ribellarono, imprigionando tutti gli ufficiali e impadronendosi delle armi. La città prontamente sostenne la rivolta. La rivolta dei bersaglieri di Ancona del 1920

Fonte Antiwarsongs

Venne scritta questa canzone durante la rivolta:

Soldato proletario che parti per Valona
non ti scordar del popolo d'Ancona
che volle col suo sangue la tua liberazione
sol con la ribellione sorge radiosa la libertà.

Andiamo via senza indugiar dal sol dell'Albania
lasciamo la malaria, il massacro e la fame
a morte il governo infame che in questo inferno ci trascinò.

Soldato proletario che mamma tua lasciavi
e schiavo andavi a trucidar gli schiavi
no, non è là il nemico, tra i bei monti e i mari,
lungi non lo cercare il tuo feroce tiranno è qui!

Andiamo via senza indugiar dal sol dell'Albania
lasciamo la malaria, il massacro e la fame
a morte il governo infame che in questo inferno ci trascinò.

Un approfondimento sulla Rivolta dei Bersaglieri di Ancona è descritta su Wikipedia e qui di seguito se ne stralciano alcuni passi.

Durante la notte tra il 25 e il 26 giugno del 1920 i soldati di questa caserma assunsero il controllo della caserma disarmando i propri superiori, perché temevano di essere inviati in Albania, dove era in corso l'occupazione italiana e dove duri scontri opponevano le truppe italiane agli albanesi. I bersaglieri di Villarey avevano infatti osservato in porto la presenza del piroscafo Magyar e sospettavano, a ragione, che fosse arrivato per trasportarli a Valona. I bersaglieri contrastarono per vari giorni le forze di polizia e i carabinieri che le amministrazioni locali, e poi anche il governo nazionale, inviarono per sedare la rivolta.

Per la seconda volta Ancona era teatro di una rivolta popolare con ripercussioni nazionali; i moti precedenti, del 1914, sono noti con il nome di Settimana rossa.

I bersaglieri agirono di concerto con le organizzazioni politiche anarchiche, repubblicane e socialiste della città, che prontamente diffusero la sommossa nelle vie e nelle piazze della città, alzando barricate e opponendosi alle forze dell'ordine, al grido di Via da Valona! 

A Milano fu proclamato uno sciopero per solidarietà alla rivolta di Ancona e un corteo raggiunse la locale caserma dei bersaglieri per manifestare l'opposizione alla partenze di altre truppe per l'Albania; simili decisioni furono prese a Cremona. A Roma fu proclamato uno sciopero generale ad oltranza, appena due giorni dopo lo scoppio della rivolta, nonostante il parere contrario della confederazione del lavoro e del Partito Socialista Italiano che non si riconoscevano in questi moti scoppiati spontaneamente.

Gabriele D'Annunzio scrisse un documento diretto ai bersaglieri di Ancona, in cui esprimeva la sua totale incomprensione per la loro rivolta; egli scrisse tra l'altro:

«E si dice che voi vi siate ammutinati per non imbarcarvi, per non andare a penare, per non andare a lottare. [...] Si dice che voi, Bersaglieri dalle piume riarse al fuoco delle più belle battaglie vi rifiutate di rientrare nella battaglia, mentre l'onore d'Italia è calpestato da un branco di straccioni sobillati e prezzolati. È vero? Non può essere vero.»

(Gabriele D'Annunzio, Ai Bersaglieri di Ancona, "l'Ordine", 29 giugno 1920.)
Note: I processi che seguirono, nonostante le accuse fossero gravissime, ebbero sentenze sorprendentemente miti, tranne quella comminata a Casagrande detto Malatesta, che ebbe sei anni di reclusione militare. Per non inasprire il clima accesissimo del momento, e per la paura di scatenare nuove sommosse, si adottò la formula del "reato di folla", non imputabile ai singoli. Per ciò che riguarda i bersaglieri solo pochi ebbero condanne, tra i cinque anni e gli otto mesi.
La rivolta provò al governo Giolitti che il paese non avrebbe ancora sostenuto l'occupazione dell'Albania. il 2 agosto 1920, il governo Giolitti e il governo provvisorio albanese firmarono un accordo, il "protocollo di Tirana", col quale si riconosceva l'integrità territoriale dell'Albania ed il rimpatrio delle truppe in Italia.

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