Analisi storica di una questione morale rimossa assieme alla sconfitta militare

La sinistra e la guerra in Afghanistan

Un consenso bipartisan ha contribuito alla lunga e disastrosa occupazione dell’Afghanistan. I decisori politici furono ipnotizzati dall’illusione di esportare la democrazia e i diritti umani con le armi. E chiamarono "missione di pace" la guerra.
29 maggio 2026
Redazione PeaceLink

Un militare italiano in Afghanistan in "missione di pace"

Molti tendono a ricordare la guerra in Afghanistan come un’impresa voluta dalle destre: l’amministrazione Bush e i suoi alleati europei. Ma la verità è più complessa ed è imbarazzante per le sinistre europee. Il consenso che ha sostenuto l’intervento per quasi vent’anni è stato largamente bipartisan, con il centrosinistra e i partiti socialdemocratici che hanno contribuito in modo decisivo a legittimare, finanziare e mantenere l’occupazione del paese.

È una contraddizione che il movimento pacifista ha denunciato sin dall’inizio, ma che le élite progressiste hanno rimosso con cura. Mentre i caduti – tra i soldati occidentali e le centinaia di migliaia di vittime afghane – si accumulavano, la sinistra di governo continuava a votare i rifinanziamenti, a sostenere le missioni e a ripetere la litania della “guerra giusta”.

Questo articolo analizza come la sinistra italiana, quella europea e persino le socialdemocrazie nordiche – tradizionalmente sensibili ai temi della pace – abbiano sostenuto l’intervento in Afghanistan, contribuendo a uno dei più grandi fallimenti politici e militari della storia recente.

1. La sinistra italiana: il consenso bipartisan e la rimozione della guerra

Quando il Parlamento votò l’intervento il 7 novembre 2001, l’Ulivo – il centrosinistra – votò compatto. Solo la sinistra della sinistra (PdCI, Verdi, alcuni deputati dei DS) si oppose. L’elenco dei sostenitori è impressionante. Solo 35 deputati e 32 senatori votarono contro la presenza italiana al fianco degli Usa in Afghanistan.

Piero Fassino, allora segretario dei DS, votò a favore e si dichiarò “soddisfatto” del larghissimo consenso ottenuto. Walter Veltroni, in un discorso al Partito Democratico, ricordò il soldato Giovanni Pezzulo, caduto in Afghanistan, con queste parole del figlio: “Papà era in Afghanistan per portare la pace”. Definì la missione come “un’impresa difficile, ma necessaria: pacificare, stabilizzare, democratizzare un paese”.

Massimo D’Alema oppose la guerra in Iraq (definita illegittima) alla missione in Afghanistan, che definì “multilaterale” e approvata da organismi internazionali. Da ministro degli Esteri nel governo Prodi (2006‑2008) disse chiaramente “no” a George W. Bush, che chiedeva agli alleati di condividere maggiormente i rischi in Afghanistan, rivendicando l’autonomia dell’Italia (“Rispondiamo solo al Parlamento”) e ponendo l’accento sulla protezione dei civili “se vogliamo conquistare i cuori e le menti della popolazione”. Tuttavia, fu proprio D’Alema a inviare più soldati e “mezzi adeguati” in Afghanistan.

Romano Prodi presentò costantemente la presenza italiana come una “missione di pace”, distinguendola dalla guerra in Iraq. Dopo l’attentato suicida che nel novembre 2007 uccise il maresciallo Daniele Paladini, Prodi dichiarò che non si metteva in discussione “la nostra presenza nelle missioni di pace”. Sottolineò che l’attentato era avvenuto durante un atto di ricostruzione civile come l’inaugurazione di un ponte, definendolo un colpo alla “espressione più pacifica e generosa dell’azione italiana”. Nel 2007 ribadì che l’impegno in Afghanistan non era “un impegno di guerra”e che l’Italia non si sarebbe tirata indietro.

Giorgio Napolitano, da Presidente della Repubblica, fu il principale “garante” morale e costituzionale della guerra. Nel giugno 2006, partecipando al funerale di un caporale ucciso in Iraq, pronunciò la celebre formula ossimorica: si trattava di “missioni militari ma non di guerra”. Per Napolitano, l’intervento in Afghanistan era una “causa giusta” e i soldati italiani “erano lì in base all’articolo 11 della Costituzione”. Nel settembre 2009, dopo un attentato che uccise sei paracadutisti italiani a Kabul, dichiarò che “non c’è nulla da rivedere nell’orientamento adottato”. Nel luglio 2011 rispose a chi chiedeva un ritiro unilaterale: “No a ritiri unilaterali”, coniando la formula “Together out or together in” (si esce insieme o si rimane insieme).

Questa retorica aveva una funzione politica precisa: blindare il dibattito, rendendo ogni discussione sulle ragioni e i fini della guerra moralmente inaccettabile, perché automaticamente interpretabile come una mancanza di rispetto verso i caduti. Come dichiarò lo stesso Napolitano, “ogni legittimo confronto politico sulla strategia e sulle prospettive della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan non può prescindere dal rispetto per il sacrificio di tutti i caduti”.

Solo i partiti della sinistra più radicale – Rifondazione Comunista e i suoi eredi – si opposero alla guerra. Fin dall'inizio del coinvolgimento italiano (avviato nel 2001 e conclusosi nel 2021), anche i Verdi hanno criticato i governi di centrodestra e centrosinistra per aver finanziato e ampliato la presenza militare.

2. L’Europa socialdemocratica: la “trappola di Kabul”

Il fenomeno non fu solo italiano. Come ha osservato l’analista Roberto Arditti, “è la ‘trappola di Kabul’ in cui è cascata per autocombustione l’intera élite progressista europea

Al Parlamento Europeo, il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) ha sostenuto la missione per tutto l’arco del conflitto. Nell’aprile 2021, in una dichiarazione ufficiale, il gruppo S&D affermò: “I progressi nei diritti delle donne sono tra i maggiori successi degli ultimi 20 anni in Afghanistan e devono essere preservati”. La capogruppo Elena Jontschewa dichiarò: “Dopo 20 anni di presenza militare, la situazione rimane estremamente incerta e tutt’altro che stabile ma l’UE non può più limitarsi agli aiuti economici”. Pur ammettendo l’instabilità e la corruzione endemica, il gruppo S&D continuava a chiedere il sostegno alla ricostruzione afghana, senza mai mettere in discussione la legittimità dell’intervento militare né la strategia complessiva della NATO.

3. Il Regno Unito: Blair, il Labour e la scissione interna

Il caso britannico è forse il più emblematico della spaccatura all’interno della sinistra europea. Il primo ministro Tony Blair fu il più fedele alleato di George W. Bush, impegnando il Regno Unito in una guerra che costò 457 vite britanniche e decine di miliardi di sterline. Blair e il Labour sostennero l’intervento sia in Afghanistan che in Iraq, suscitando una divisione profonda all’interno del partito.

Labour Against the War, la campagna che riuniva laburisti e sindacalisti contrari alla guerra, nacque dopo l’11 settembre 2001 e crebbe fino a includere deputati come Jeremy Corbyn, George Galloway e Alan Simpson. Nell’assemblea del marzo 2003, Simpson dichiarò: “È arrivato il momento di reclamare il Labour come partito di pace. La maggioranza degli iscritti e degli elettori del Labour non vuole questa guerra che è ingiusta e illegale”. Ma quella sinistra interna fu messa in minoranza dalla leadership del partito.

Solo con l’ascesa di Jeremy Corbyn alla guida del Labour (2015‑2020) il partito assunse una posizione più critica, ma nel frattempo la guerra era già in corso da quattordici anni. Corbyn, pacifista dichiarato, aveva espresso in più occasioni opinioni pacifiste suscitando malumori all’interno del partito. 

Oggi, l’eredità di Blair e delle invasioni di Iraq e Afghanistan continua a pesare sul Labour Party, provocando accesi dibattiti sull’atteggiamento internazionale del partito. I vent’anni di guerra sono stati sostenuti anche dal Labour al governo.

4. La Germania: Schröder, la SPD e i Verdi tedeschi

Il cancelliere tedesco Gerhard Schröder (SPD) fu tra i primi leader europei a offrire il sostegno della Germania. Nel 2001 Schröder annunciò la partecipazione tedesca alla missione ISAF in Afghanistan, sottolineando che la Germania era pronta a svolgere un ruolo di primo piano nella stabilizzazione del paese. Per la Germania, che dopo la Seconda guerra mondiale aveva sempre evitato operazioni di combattimento, si trattava di un cambiamento epocale.

La SPD, anche dopo la fine del governo Schröder (2005), continuò a sostenere il prolungamento della missione. Nel 2015, il Bundestag approvò un mandato che fissava un tetto di 3.500 soldati tedeschi. Nel 2021, il parlamento tedesco estese nuovamente il mandato della Bundeswehr (l'esercito tedesco) in Afghanistan per un altro anno. La SPD giustificava l’intervento con la lotta al terrorismo e la solidarietà verso gli alleati NATO.

E i Verdi tedeschi? Nonostante le originarie radici pacifiste del partito, il Ministro degli Esteri verde Joschka Fischer convinse gran parte del partito ad approvare l'invio delle truppe, sostenendo che la Germania non potesse sottrarsi alle proprie responsabilità internazionali e umanitarie. Per evitare una spaccatura e garantire la tenuta del governo di coalizione rosso-verde, Schröder pose la fiducia al Bundestag, e la maggioranza dei Verdi votò a favore.

Solo la sinistra del partito (Die Linke) contestò la guerra, mentre la socialdemocrazia di governo continuò a votare a favore fino all’ultimo mandato del 2021.

5. La Francia: Hollande, il Partito socialista e le contraddizioni francesi

Il Partito socialista francese (PS) ha sostenuto la missione in Afghanistan sin dal suo inizio, ma non senza contraddizioni interne. François Hollande, allora primo segretario del PS, dichiarò nel 2008 che il partito avrebbe votato una mozione di censura contro la decisione del presidente Nicolas Sarkozy di rafforzare le truppe francesi e di rientrare pienamente nel comando militare della NATO. Tuttavia, una volta eletto presidente nel 2012, Hollande non ritirò tutte le truppe dall’Afghanistan. Le ultime truppe francesi lasciarono l'Afghanistan il 31 dicembre 2014, segnando la fine della missione di combattimento. Tuttavia, le truppe da combattimento erano state ritirate già nel 2012.

La segretaria socialista Martine Aubry dichiarò nel 2008 che “bisogna aiutare l’esercito afghano a esistere e a organizzare una democrazia, bisogna finire questo lavoro e poi andarsene, non farlo sotto la minaccia”. Anche in Francia, quindi, la socialdemocrazia di governo sostenne la guerra, mentre il Partito comunista francese (PCF) condannò costantemente “questa politica avventurosa e pericolosa che ha impantanato la Francia in Afghanistan”, chiedendo il ritiro immediato delle truppe. Il Partito Socialista rimase intrappolato tra la retorica dei diritti umani e l’alleanza atlantica, finendo per sostenere una guerra che, come dimostrarono i fatti, non aveva alcuna possibilità di successo. Tuttavia rispetto agli italiani i francesi tornarono a casa prima.

6. I Paesi Bassi: il crollo del governo sulla guerra

Il caso olandese è particolarmente interessante perché la guerra in Afghanistan fece cadere un governo. Nel 2006, il parlamento olandese approvò il dispiegamento di 1.400 soldati nella provincia di Uruzgan. Il sostegno del PvdA (Partito Laburista) fu decisivo per ottenere la maggioranza dopo che il piccolo partner di coalizione D66 si era opposto.

Il deputato del partito socialista (SP) Harry van Bommel avvertì: “Questa non è la missione approvata dal parlamento a febbraio. Doveva essere una missione di ricostruzione, ma questa è chiaramente una missione di guerra”. Van Bommel notò che il PvdA giustificava la presenza con l’argomento che “i militari devono essere in grado di contribuire alla ricostruzione”, e concluse: “Ora che è diventata una missione di guerra, il PvdA dovrebbe logicamente ritirare il suo sostegno”.

Nel febbraio 2010, il governo olandese cadde proprio perché il PvdA si rifiutò di prolungare la missione olandese a Uruzgan oltre il 2010. Il primo ministro Balkenende (CDA) voleva più tempo per valutare le opzioni; il PvdA, invece, chiese una decisione immediata e mantenne la linea di ritiro entro la fine dell’anno. Nonostante questo atteggiamento, il PvdA aveva sostenuto la guerra per quattro anni, votando a favore del dispiegamento iniziale e di tutti i rifinanziamenti intermedi. La caduta del governo non fu una conversione pacifista, ma uno scontro sui tempi del ritiro. Come ha osservato van Bommel, “il PvdA non ha mai ammesso che la sua premessa – ‘missione di ricostruzione’ – era sbagliata dall’inizio”.

7. I Paesi nordici: le socialdemocrazie del “modello di pace” in guerra

Forse l’aspetto più sorprendente è il ruolo delle socialdemocrazie nordiche, tradizionalmente associate al pacifismo e alla mediazione dei conflitti.

Svezia: il Partito socialdemocratico svedese sostenne la partecipazione all’ISAF con un contingente di 500 soldati. La leader del partito Mona Sahlin visitò Kabul nel luglio 2010 nel bel mezzo del dibattito sulla guerra dopo la fuga di 90.000 documenti militari. Il governo svedese mantenne il contingente fino alla fine. Solo nell’agosto 2021, alla vigilia della caduta di Kabul, i socialdemocratici al governo si attivarono per evacuare i traduttori afghani. Fino a quel momento, la socialdemocrazia svedese aveva sempre sostenuto la guerra in nome della solidarietà atlantica.

Danimarca: il Partito socialdemocratico danese fu un fermo sostenitore della guerra dal 2001. Il governo di Anders Fogh Rasmussen (Venstre, liberale) godette dell’appoggio parlamentare dei socialdemocratici. Nel marzo 2010, un portavoce del Partito socialdemocratico chiese un calendario concreto per il ritiro, ma nel 2018, quando i talebani avevano riconquistato gran parte della provincia di Helmand (dove erano stati schierati i soldati danesi), i socialdemocratici affermarono che la guerra “era stata persa” ma che la decisione di combattere era stata comunque giustificata perché “i talebani erano allora enormemente forti a livello internazionale e con un potere tale da poter compiere terrorismo internazionale”. La difesa di una guerra persa è un caso quasi unico di negazione della realtà.

Norvegia: il Partito Laburista norvegese (Ap) sostenne la guerra dal 2001. Il governo Jens Stoltenberg (Ap) mantenne il contingente norvegese per tutta la durata del conflitto, partecipando anche alle operazioni di combattimento. Il costo totale per la Norvegia superò i 30 miliardi di corone norvegesi (circa 3,17 miliardi di dollari). Il governo norvegese aveva tre obiettivi principali: sostenere Stati Uniti e NATO, combattere il terrorismo internazionale e aiutare a costruire uno stato afghano stabile e democratico. Solo il Partito della Sinistra Socialista (SV) e il Partito Comunista (NKP) si opposero fermamente. Nel 2007, un commentatore norvegese scrisse: “I politici norvegesi hanno adattato la loro retorica sull’Afghanistan in base alle circostanze e all’opinione pubblica. Dall’inizio, il governo norvegese è stato entusiasta nel suo sostegno all’intervento in Afghanistan”. La retorica ufficiale parlava di “contribuire alla risoluzione del conflitto e alla pace”, ma i fatti parlavano di un’occupazione militare a tutti gli effetti.

Finlandia: pur non essendo membro della NATO, partecipò all’ISAF con circa 100 soldati e contribuì per circa 15 milioni di dollari all’anno in aiuti allo sviluppo e assistenza. Il Presidente finlandese Sauli Niinistö – proveniente dal Partito di Coalizione Nazionale, ma con il sostegno dei socialdemocratici – dichiarò nell’agosto 2021 che “i paesi occidentali hanno fallito nei loro obiettivi di costruire una governance democratica e una società civile in Afghanistan”. Ma quella consapevolezza arrivò solo a conflitto concluso, quando la guerra era già persa e il paese era già caduto nelle mani dei talebani.

8. Il costo umano e la sconfitta

Il bilancio è impietoso. Dal 2001 al 2021, sono morti 3.500 soldati della coalizione e oltre 150.000 afghani tra civili e combattenti. Il 15 agosto 2021, i talebani sono tornati a Kabul e hanno riconquistato il paese in pochi giorni. La democrazia afghana – quella per cui l’Occidente aveva combattuto per vent’anni – è crollata come un castello di sabbia.

Eppure, nessuna delle sinistre di governo che avevano sostenuto l’intervento ha mai chiesto scusa. Nessuna ha ammesso pubblicamente l’errore. La narrazione della “missione di pace”, della “causa giusta”, del “sacrificio per la democrazia” – una narrazione che aveva tenuto insieme un consenso bipartisan per vent’anni – è semplicemente sparita, rimossa dai discorsi politici come se non fosse mai esistita.

9. Le eccezioni: le sinistre che dissero no

Ci sono state voci contrarie all’interno delle sinistre, che hanno denunciato l’intervento sin dall’inizio. In Italia, Rifondazione Comunista e Federazione della Sinistra votarono contro i rifinanziamenti e organizzarono campagne per il ritiro. In Francia, il Partito comunista condannò la guerra e chiese il ritiro immediato. Nel Regno Unito, Labour Against the War e deputati come Jeremy Corbyn e George Galloway si opposero a Blair. Nei Paesi Bassi, il Partito Socialista (SP)denunciò la “missione di guerra” mascherata da ricostruzione. In Scandinavia, la Sinistra Socialista (SV) in Norvegia e il Partito della Sinistra (Vänsterpartiet) in Svezia e Die Linke in Germania si opposero costantemente alla guerra. Ma queste voci rimasero minoritarie, ignorate e spesso derise come “pacifiste irresponsabili” dalle élite progressiste che allora governavano.

10. Il nodo irrisolto: la responsabilità della sinistra di governo

Perché la sinistra di governo europea sostenne una guerra che si rivelò un disastro epocale? Le ragioni sono molteplici.

La più profonda è la subalternità all’alleanza atlantica. Dalla fine della Guerra Fredda, la socialdemocrazia europea ha progressivamente abbandonato ogni istanza di autonomia strategica per allinearsi alle politiche di Washington. La guerra in Afghanistan era una guerra americana, e l’Europa socialdemocratica – soprattutto dopo l’11 settembre – si sentì obbligata a dimostrare la propria fedeltà alla NATO.

La seconda ragione è l’illusione di esportare la democrazia con le armi. Molti nella sinistra di governo credevano sinceramente che l’intervento militare potesse portare diritti e libertà alle donne afghane. Questa retorica, ampiamente strumentalizzata dai governi occidentali, serviva a mascherare la realtà di un’occupazione violenta e fallimentare. La sinistra europea cadde nella trappola di una guerra umanitaria che guerra non era.

La terza ragione è l’incapacità di autoanalisi. Anche dopo la sconfitta, nessuno dei grandi partiti socialdemocratici europei ha promosso una commissione d’inchiesta interna o ha riconosciuto pubblicamente l’errore. La guerra in Afghanistan è stata semplicemente rimossa dalla memoria collettiva, come se non fosse mai accaduta. Ma la storia non si cancella con il silenzio.

Il sociologo francese Pierre Bourdieu scriveva che l’effetto più pericoloso del potere non è la menzogna, ma la rimozione: la capacità di far dimenticare che un errore è stato commesso. Per la sinistra europea, la guerra in Afghanistan è esattamente questo: un errore rimosso, una memoria rimossa, una responsabilità rimossa. Quasi nessuno di coloro che votarono i rifinanziamenti, nessuno di coloro che sostennero l’intervento, nessuno di coloro che parlarono di “missione di pace” ha mai ammesso pubblicamente di essersi sbagliato. Il silenzio è la risposta più eloquente. Perché ammettere la verità significherebbe ammettere di aver partecipato a un inganno di sistema – e dell’inganno di sistema, nessuno vuole parlare.

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