Come e perché le forze occidentali hanno fallito in Afghanistan
Cominciamo con tre storie.
Prima storia. C'è una bambina di tre anni che si chiamava Fatima. La mattina del 22 agosto 2010, in due villaggi isolati della provincia di Baghlan, le forze speciali neozelandesi guidarono un'operazione di ritorsione. Cercavano i combattenti sospettati di aver ucciso un loro soldato con un ordigno. Non ne trovarono nessuno. Assassinarono sei civili e ne ferirono quindici. Tra loro c'era Fatima. Una bambina uccisa tra le braccia della madre.
Seconda storia. Nelle province afghane di Uruzgan e Kandahar, i soldati australiani delle forze speciali iniziarono a giustiziare prigionieri per "svezzare" i commilitoni più giovani. A volte mettevano armi accanto ai cadaveri dei prigionieri per simulare una minaccia e giustificare l'uccisione. Trentanove prigionieri e civili furono uccisi illegalmente tra il 2005 e il 2016. Il giudice militare Paul Brereton, dopo quattro anni di inchiesta, parlò di una "cultura di segretezza, fabbricazione e inganno" che aveva gettato un'ombra pesante sull'intera operazione.
Terza storia. Durante la guerra in Afghanistan si scoprì che soldati americani in Iraq e Afghanistan stavano scambiando fotografie di corpi mutilati – cadaveri carbonizzati, teschi fracassati, vittime di esplosioni – su un sito pornografico di Amsterdam per ottenere l'accesso gratuito al porno. Il sito, nato come piattaforma di scambio, presto divenne un mercato dell'orrore. C'erano centinaia di immagini di iracheni e afghani smembrati, accompagnate da commenti sarcastici dei soldati. La guerra, di colpo, diventava un videogioco, e le vittime umane oggetti da collezione.
1. La "missione di pace"
Sembrano tre storie diverse. Invece, sono tre capitoli dello stesso libro: il libro del fallimento occidentale in Afghanistan. Tre capitoli di una guerra che i governi, i media mainstream e gran parte della classe politica hanno sistematicamente raccontato in modo edulcorato, quando non apertamente falso.
Non è stata una "missione di pace". È stata una guerra, a tutti gli effetti. Combattuta per vent'anni, dal 2001 al 2021. Con un bilancio di 53 militari italiani caduti, 723 feriti, e oltre 150.000 vittime tra i civili afghani. Con un costo finanziario per gli Stati Uniti di oltre 2 mila miliardi di dollari a livello globale, e di circa 8 miliardi di euro per l'Italia. Con un esito finale: il 15 agosto 2021, i talebani sono rientrati a Kabul, hanno riconquistato il potere e, in poche settimane, hanno cancellato ogni illusione di democrazia, diritti e "progresso" che la guerra avrebbe dovuto portare.
Ma il campo di battaglia più importante è stato probabilmente quello della narrazione. Come era possibile presentare una guerra feroce come una missione di pace? In Afghanistan è stata montata una delle operazioni di propaganda più sistematiche e riuscite della storia recente. E i governi del nostro Paese ne sono stato pienamente complici.
2. "Clear, hold and build"
L'articolista C. August Elliott scrive nel 2017 che la dottrina ufficiale della Coalizione in Afghanistan era "ripulire, presidiare e ricostruire" (clear, hold and build). Ma la realtà delle operazioni sul campo era diventata un'altra cosa: "atterrare, uccidere e andarsene" (land, kill and leave). Una logica cruenta di azione diretta, di targeting alla ricerca di "bersagli ad alto valore". Erano incursioni compiute con elicotteri. Le forze speciali atterravano, facevano fuoco e risalivano, andando via senza creare legami duraturi con la popolazione.
L'effetto non poteva che essere disastroso. David Kilcullen, teorico della controinsurrezione, scriveva che la decapitazione dei leader insurrezionali "raramente ha avuto successo". Quella tecnica creava più nemici di quanti ne eliminasse, rafforzando il sostegno alla ribellione invece di indebolirla.
3. Green on Blue
A un certo punto, la guerra divenne un incubo per il cosiddetto "Green on Blue". Tra il 2007 e il 2012, il fenomeno degli attacchi "Green on Blue" esplose. Ma cosa era il "Green on Blue"? Era qualcosa di apparentemente inspiegabile: soldati delle forze di sicurezza afghane (il "verde") aprivano il fuoco contro i propri istruttori e alleati della NATO (il "blu"). Solo nel 2012, 39 militari della NATO furono uccisi in questo modo, più che nell'intero quadriennio precedente.
La NATO, in un primo momento, spiegò il fenomeno come il frutto di rancori personali, stress da combattimento e infiltrazioni talebane limitate. Ma c'era un'altra versione, una più scomoda e radicale. Il generale afghano Aminullah Amarkhil, comandante della polizia di frontiera a Nangarhar, parlò di cause più profonde: l'umiliazione sistematica della cultura e della religione afghana da parte delle truppe straniere, le perquisizioni violente, l'uccisione di civili innocenti, i raid notturni nelle case, i cani portati nelle moschee. Amarkhil disse: "Il motivo principale di questi attacchi Green on Blue è che le truppe straniere hanno in molte occasioni umiliato la cultura e la religione afghane. Sono entrate in case afghane senza permesso, hanno ucciso civili innocenti, hanno bombardato feste di matrimonio, sono entrate nelle nostre moschee con i cani". In altre parole, la violenza e l'arroganza della Coalizione avevano creato le condizioni per il Green on Blue.
Per far fronte all'emergenza, la NATO dovette introdurre misure di sicurezza drastiche: il programma "Guardian Angel", in cui un soldato della Coalizione era incaricato esclusivamente di sorvegliare i colleghi afghani durante le missioni, pronto a sparare per primo. La fiducia era crollata. Come scriveva il Modern War Institute di West Point, "gli attacchi insider rivelarono una verità scomoda: la Coalizione aveva costruito la sua strategia sulla fiducia, ma non aveva mai veramente capito come guadagnarsela".
4. War porn
Nel 2005, l'opinione pubblica mondiale scoprì che un sito pornografico di Amsterdam stava offrendo accesso gratuito ai soldati americani in cambio di foto di cadaveri mutilati. Il sito, curato da un olandese di nome Chris Wilson, pubblicò centinaia di immagini e video provenienti dall'Iraq e dall'Afghanistan. Le foto ritraevano corpi carbonizzati, teste mozzate, soldati che posavano sorridenti accanto a cadaveri di talebani. Il baratto era semplice: immagini di morte in cambio di accesso al porno.
Il fenomeno non era isolato. Divenne noto come "war porn" – la pornografia della guerra – e rappresentava un livello di spettacolarizzazione dell'orrore che non aveva precedenti. Lo psicologo David Schmid spiegava che il war porn era il prodotto di una "sistematica disumanizzazione del nemico", in cui le vittime cessavano di essere persone per diventare oggetti di una collezione da esibire. Era la versione digitale e globale delle fotografie trofeo che i soldati di tutte le guerre hanno sempre scattato, ma con una differenza cruciale: ora venivano condivise pubblicamente, scambiate come merce, e commentate con un linguaggio che mescolava la violenza bellica con la sessualità.
L'esempio più estremo era la pratica, documentata all'interno dei Navy SEAL Team 6, del cosiddetto "canoeing": sparare un proiettile sulla fronte di un nemico già morto, in modo da produrre una ferita a forma di V che ricordava una canoa – un trofeo, uno scalp moderno, un atto di sprezzo verso l'umanità stessa della vittima. The Intercept ha realizzato un'inchiesta su simili brutalità.
Il war porn non era un incidente di percorso. Era il sintomo di una guerra che aveva smarrito ogni bussola morale.
5. Scuole fantasma
Ma l'inganno più grande non era solo nelle atrocità. Era nella falsa narrazione di progresso che i governi occidentali hanno raccontato per giustificare la guerra.
Il cavallo di battaglia era l'istruzione delle bambine. La NATO e i governi occidentali presentavano la costruzione di migliaia di scuole e l'iscrizione di 8 milioni di studenti – di cui 2,5 milioni di donne – come il successo più eclatante della missione.
Il problema era che quei dati erano stati gonfiati sistematicamente. Nel 2015, l'Ispettore Speciale per la Ricostruzione dell'Afghanistan (SIGAR) rivelò che fino a 1,55 milioni di studenti "assenti" erano stati inclusi nei conteggi totali. Le inchieste giornalistiche di Azmat Khan per BuzzFeed News dimostrarono che molte scuole finanziate dagli Stati Uniti erano "edifici abbandonati" e che i progetti per costruirle avevano arricchito solo "signori della guerra brutali, uomini forti screditati e appaltatori corrotti".
Il ministro dell'Istruzione afghano Asadullah Hanif Balkhi causò uno scandalo nel dicembre 2016 quando dichiarò che, invece degli 11,5 milioni di bambini a scuola dichiarati dal suo predecessore, in realtà ce n'erano solo "poco più di 6 milioni". Le cifre erano state gonfiate per "garantire i finanziamenti dei donatori". Balkhi testimoniò anche che, in alcune aree insicure, sebbene non ci fossero scuole, i soldi venivano comunque stanziati (e spesi), compresi gli stipendi per insegnanti che non esistevano.
Lo scandalò fu talmente grave che John Sopko, il capo del SIGAR, scrisse all'USAID chiedendo se i contribuenti americani avessero pagato per "ghost schools, ghost teachers, and ghost administrators" (scuole fantasma, insegnanti fantasma e amministratori fantasma). L'USAID aveva speso 769 milioni di dollari per l'istruzione in Afghanistan, ma nessuno sapeva quanti di quei soldi fossero finiti in scuole inesistenti.
6. Il costo delle bugie
Se le bugie erano la regola in Afghanistan, qualcuno ha tentato tuttavia di dire la verità. E ha pagato a caro prezzo.
David McBride, avvocato militare australiano, è stato condannato a 5 anni e 8 mesi di carcere per aver divulgato i documenti che dimostravano i crimini di guerra delle forze speciali australiane. Nel maggio 2025, ha perso l'ultimo ricorso contro la condanna. Lo Human Rights Law Centre ha dichiarato: "Il primo imprigionato in relazione ai crimini di guerra australiani non è stato un criminale di guerra, ma il whistleblower". Ossia chi ha parlato: David McBride, appunto.
Al contrario, Ben Roberts-Smith, l'ex soldato più decorato d'Australia (Victoria Cross e Medal of Gallantry), accusato di aver ucciso quattro afghani disarmati e di aver fatto pressioni su testimoni, non è mai stato incriminato penalmente per crimini di guerra.
Nel giugno 2023 ha perso una causa per diffamazione contro i giornali che lo avevano accusato. Un giudice ha stabilito che le accuse erano "sostanzialmente vere". Ma Roberts-Smith non è mai finito in carcere. McBride è l'unico in carcere.
7. Il disonore
Il 15 agosto 2021, i talebani sono tornati a Kabul. In pochi giorni hanno ripreso il controllo del paese. La tanto propagandata democrazia afghana – quella per cui erano morti 3.500 militari della Coalizione – è crollata come un castello di sabbia.
Come mai?
Se esiste un volto del fallimento morale della guerra in Afghanistan, quello è Abdul Rashid Dostum. Ex generale comunista, signore della guerra uzbeko, comandante della milizia Junbish-i-Milli, Dostum è accusato di aver ucciso tra i 1.000 e i 2.000 prigionieri talebani soffocandoli in container sigillati. Human Rights Watch lo ha accusato di torture, esecuzioni sommarie e crimini contro l'umanità. Eppure, dopo l'invasione americana, Dostum è diventato un alleato prezioso degli Stati Uniti, che lo hanno armato, finanziato e sostenuto nella sua lotta contro i talebani. Nel 2005, il presidente Hamid Karzai nominò Dostum capo di stato maggiore dell'esercito afghano.
La guerra è stata persa anche per questa perversa disinvoltura morale. Eppure, la narrazione ufficiale che l'ha giustificata – quella della "missione di pace", del "portare la democrazia", della "liberazione delle donne" – non è mai stata smontata dai governi della Coalizione. Scriveva l'articolista C. August Elliott nel 2017: "Incidente dopo incidente, ecco come la guerra in Afghanistan è stata persa". Ma quella frase, pubblicata su ABC News, in Italia non ha mai fatto notizia.
8. L'Italia e la guerra nascosta
I militari italiani non sono stati, almeno stando alle evidenze disponibili, responsabili di crimini di guerra sistematici alla stregua di quelli australiani, neozelandesi o americani.
Ma questo non basta ad assolvere i governi italiani.
Il libro-inchiesta "La guerra nascosta" (Cadalanu e De Angelis, Laterza, 2023) ha raccolto le testimonianze di decine di soldati italiani che hanno combattuto in Afghanistan. La loro denuncia più forte non riguarda eventuali crimini commessi da italiani, ma la consapevolezza della falsità della narrazione ufficiale: loro hanno combattuto una guerra vera, hanno visto i loro commilitoni cadere in quello che era un campo di battaglia, ma a casa si raccontava la favola della "missione di pace". Il libro descrive una guerra sistematicamente nascosta all'opinione pubblica, in cui l'Italia ha partecipato a un conflitto armato reale ma lo ha raccontato come se fosse un'operazione umanitaria.
E questo racconto distorto è stato reso possibile da un consenso politico bipartisan. Un consenso che ha coinvolto anche buona parte della sinistra italiana.
9. La sinistra italiana e la "guerra giusta"
Quando il Parlamento votò l'intervento in Afghanistan il 7 novembre 2001, l'Ulivo (il centrosinistra) fu compatto. Solo pochi dissidenti della sinistra estrema si opposero.
Piero Fassino, allora segretario dei DS, votò a favore e si dichiarò "soddisfatto" del larghissimo consenso ottenuto, schierando l'Italia al fianco di Stati Uniti ed Europa contro il terrorismo.
Walter Veltroni definì la missione come "un'impresa difficile, ma necessaria: pacificare, stabilizzare, democratizzare un paese".
Giorgio Napolitano, da Presidente della Repubblica, parlò di "una causa giusta" per cui i soldati italiani sono morti.
Massimo D'Alema oppose la guerra in Iraq (definita illegittima) alla missione in Afghanistan (definita "multilaterale"), e fu lui a inviare più soldati e "mezzi adeguati" in Afghanistan. In una dichiarazione del 2006, D'Alema disse: "La perdita di vite civili è inaccettabile e allo stesso tempo non molto utile se vogliamo conquistare i cuori e le menti della popolazione".
La sinistra italiana non voleva vedere la guerra per quello che era. Preferì raccontare una favola: "missione di pace", "portare la democrazia", "difesa dei valori occidentali". Mentre a migliaia di chilometri di distanza, in una guerra che era reale, soldati alleati partecipavano a operazioni che hanno portato a omicidi illegali, a un'omertà diffusa e a un fenomeno inquietante come il war porn.
Come è stato possibile non dire la verità e non rivelare quello che stava scandalosamente accadendo?
10. Come hanno fatto a non vedere la verità?
La guerra in Afghanistan è stata un fallimento su tutti i fronti: militare, politico, morale. Ma il suo lascito più velenoso è la persistenza della favola. Per vent'anni, governi e media allineati hanno raccontato che la guerra era giusta, necessaria e stava funzionando. Quando i documenti segreti, i whistleblower e le inchieste giornalistiche hanno dimostrato il contrario, la risposta è stata la punizione di chi parlava, non dei criminali.
Oggi, mentre i talebani governano l'Afghanistan, la classe politica che ha sostenuto la guerra tace. Non chiede scusa. Non riconosce l'errore. Non spiega perché per vent'anni ha venduto all'opinione pubblica una guerra spacciandola per pace, e un fallimento spacciandolo per successo.
Il silenzio è la risposta più eloquente. Perché ammettere la verità significherebbe ammettere di aver partecipato a un inganno di sistema. E dell'inganno di sistema nessuno vuole parlare. Chi ne ha parlato è in carcere.
Oggi, con la pubblicazione di molteplici documenti e la riverazione di scomode informazioni chiave, la verità è emersa. E la domanda che rimane – per l'Australia, per la Nuova Zelanda, per gli Stati Uniti e per l'Italia – è semplice: come hanno fatto a non vederla?
Questo articolo è pubblicato su PeaceLink nell'ambito di una riflessione sulla storia della pace e sulla necessità di una memoria critica dei conflitti armati.
Articoli correlati
Le ragioni di un fenomeno tenuto nascosto per molto tempo“Green on Blue”: il fallimento della Nato in Afghanistan
Quando i parlamentari italiani nel 2001 votarono a favore dell’intervento militare, chi avrebbe immaginato che i soldati della Nato sarebbero stati bersagliati proprio da soldati afghani alleati che avrebbero dovuto combattere i talebani?18 maggio 2026 - Redazione PeaceLink
La scomoda verità che in queste ore non emergeL'Afghanistan che non ci hanno raccontato
Il presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, nel marzo dell'anno scorso, aveva dato mandato di indagare sui crimini di guerra e contro l’umanità in Afghanistan. Ma il Dipartimento di Stato USA l'aveva definita "un’azione scioccante" opponendosi a ogni indagine.15 agosto 2021 - Alessandro Marescotti
SiriaNapolitano brindava con Assad e Finmeccanica vendeva armi
Fino allo scoppio della guerra civile l'Italia ha svolto un ruolo di sostegno al regime tramite le più alte cariche e le sue tecnologie di punta. Perché non fare una bella commissione parlamentare di inchiesta?22 aprile 2018 - Alessandro Marescotti
SiriaBrindisi con il presidente siriano Assad
Siamo convinti che in nessun luogo la religione può essere invocata a sostegno di propagande di violenza, di distruzione e di guerra. Per quanto concerne l'Italia, le già ottime relazioni bilaterali sono destinate a divenire ancora più intense.Giorgio Napolitano

sociale.network