Afghanistan: la guerra raccontata come una favola
Prima storia: nelle province afghane di Uruzgan e Kandahar, i soldati australiani delle forze speciali iniziarono a giustiziare prigionieri per "svezzare" i commilitoni più giovani. Questa pratica era conosciuta come blooding. Il termine "blooding" (insanguinamento) fa riferimento a un'usanza criminale scoperta all'interno delle forze speciali australiane in Afghanistan. Più nel dettaglio, indicava un macabro rito di iniziazione in cui i comandanti di pattuglia ordinavano alle reclute più giovani di uccidere prigionieri disarmati per fare la loro "prima vittima". A volte i militari lasciavano armi accanto ai corpi delle vittime per simulare una minaccia inesistente. Perché era stato ucciso quel civile? Perché aveva tentato di accoltellare un militare australiano. Non era vero ma funzionava come giustificazione. Trentanove prigionieri e civili furono così uccisi illegalmente tra il 2005 e il 2016. Il giudice militare Paul Brereton, dopo quattro anni di inchiesta, parlò di una "cultura di segretezza, fabbricazione e inganno" che aveva gettato un'ombra pesante sull'intera operazione.
Seconda storia: nel 2005, si scoprì che soldati americani in Iraq e Afghanistan stavano scambiando fotografie di corpi mutilati – cadaveri carbonizzati, teschi fracassati, vittime di esplosioni – su un sito pornografico di Amsterdam per ottenere l'accesso gratuito al porno. Il sito, nato come piattaforma di scambio, presto divenne un mercato dell'orrore. C'erano centinaia di immagini di iracheni e afghani smembrati, accompagnate da commenti sarcastici dei soldati. La guerra, di colpo, diventava un videogioco, e le vittime umane oggetti da collezione.
Terza storia: nel 2011, nella provincia di Kunduz, nel nord dell'Afghanistan, il contingente dei Berretti Verdi (forze speciali USA) collaborava strettamente con le forze di polizia locali per contrastare i Talebani. Un comandante della polizia locale afghana, alleato degli Stati Uniti, aveva rapito un ragazzino, lo teneva incatenato al letto come schiavo sessuale e aveva picchiato selvaggiamente la madre del piccolo che aveva osato chiedere aiuto ai soldati americani. Sconvolti dalla situazione, il capitano Dan Quinn e il sergente Charles Martland decisero di affrontare il comandante afghano. Di fronte alle risate di scherno dell'ufficiale locale, che considerava la cosa perfettamente normale, i due soldati americani lo affrontarono fisicamente intimandogli di liberare il bambino. Invece di ricevere un encomio per aver difeso un minore, i due militari subirono una severa punizione dai vertici dell'esercito statunitense. Resta celebre la dichiarazione rilasciata dal capitano Quinn: "Eravamo lì perché avevamo sentito delle cose terribili che i Talebani facevano alla popolazione, di come calpestavano i diritti umani. Ma stavamo mettendo al potere persone che facevano cose persino peggiori di quelle dei Talebani".
La guerra raccontata come una favola
Queste tre storie rappresentano il fallimento occidentale in Afghanistan. Tre capitoli di una guerra che i governi, i media mainstream e gran parte della classe politica non hanno raccontato, sostituendo le scomode verità con una favola: la "missione di pace".
Ma non è stata una "missione di pace". È stata una guerra, a tutti gli effetti. Combattuta per vent'anni, dal 2001 al 2021. Con un bilancio di 53 militari italiani caduti, 723 connazionali feriti, e oltre 150.000 vittime tra i civili afghani. Con un costo finanziario di oltre 2 trilioni di dollari a livello globale, e di circa 8 miliardi di euro per l'Italia. Con un esito finale: il 15 agosto 2021, i talebani sono rientrati a Kabul, hanno riconquistato il potere e, in poche settimane, hanno cancellato ogni paravento di democrazia, diritti e "progresso" che la guerra aveva promesso di portare.
La guerra in Afghanistan non è stata una missione di pace ma una delle operazioni di propaganda più sistematiche della storia recente. E il nostro Paese ne è stato pienamente coinvolto.
"Clear, hold and build": la dottrina mai applicata
Quando l'articolista C. August Elliott scrive nel 2017 che la dottrina ufficiale della Coalizione in Afghanistan era "ripulire, presidiare e ricostruire" (clear, hold and build), la realtà delle operazioni sul campo era già diventata un'altra cosa: "atterrare, uccidere e andarsene" (land, kill and leave). Una logica di azione diretta, di targeting di "bersagli ad alto valore", di incursioni da elicottero Black Hawk che atterravano, facevano fuoco e risalivano, senza mai creare legami duraturi con la popolazione.
L'effetto non poteva che essere disastroso. David Kilcullen, teorico della controinsurrezione, scriveva che la decapitazione dei leader insurrezionali "raramente ha avuto successo, e con buona ragione: gli sforzi per uccidere o catturare i leader insurrezionali immettono energia nel sistema, generando risentimenti e causando la coalescenza di gruppi disparati". Ma la Coalizione non ascoltava.
Green on Blue: il tradimento che nessuno ha voluto vedere
A un certo punto, la guerra divenne un incubo speculare. Tra il 2007 e il 2012, il fenomeno degli attacchi "Green on Blue" esplose: soldati delle forze di sicurezza afghane (il "verde") aprivano il fuoco contro i propri istruttori e alleati della NATO (il "blu"). Solo nel 2012, 39 militari della NATO furono uccisi in questo modo, più che nell'intero quadriennio precedente.
La NATO, in un primo momento, spiegò il fenomeno come il frutto di rancori personali, stress da combattimento e infiltrazioni talebane limitate. Ma c'era un'altra versione, una più scomoda e radicale. Il generale afghano Aminullah Amarkhil, comandante della polizia di frontiera a Nangarhar, parlò di cause più profonde: l'umiliazione sistematica della cultura e religione afghana da parte delle truppe straniere, le perquisizioni violente, l'uccisione di civili innocenti, i raid notturni nelle case, i cani portati nelle moschee. Amarkhil disse: "Il motivo principale di questi attacchi è che le truppe straniere hanno in molte occasioni umiliato la cultura e la religione afghane. Sono entrate in case afghane senza permesso, hanno ucciso civili innocenti, hanno bombardato feste di matrimonio, sono entrate nelle nostre moschee con i cani". In altre parole, la violenza e l'arroganza della Coalizione avevano creato le condizioni per il tradimento.
Per far fronte all'emergenza, la NATO dovette introdurre misure di sicurezza drastiche: il programma "Guardian Angel", in cui un soldato della Coalizione era incaricato esclusivamente di sorvegliare i colleghi afghani durante le missioni, pronto a sparare per primo. La fiducia era crollata. Come scriveva il Modern War Institute di West Point, "gli attacchi insider rivelarono una verità scomoda: la Coalizione aveva costruito la sua strategia sulla fiducia, ma non aveva mai veramente capito come guadagnarsela".
War porn: quando la morte diventa spettacolo
Nel 2005, l'opinione pubblica mondiale scoprì che un sito pornografico di Amsterdam stava offrendo accesso gratuito ai soldati americani in cambio di foto di cadaveri mutilati. Il sito, curato da un olandese di nome Chris Wilson, pubblicò centinaia di immagini e video provenienti dall'Iraq e dall'Afghanistan. Le foto ritraevano corpi carbonizzati, teste mozzate, soldati che posavano sorridenti accanto a cadaveri. Il baratto era semplice: immagini di morte in cambio di accesso al porno.
Il fenomeno non era isolato. Divenne noto come "war porn" – la pornografia della guerra – e rappresentava un livello di spettacolarizzazione dell'orrore che non aveva precedenti. Lo psicologo David Schmid spiegava che il war porn era il prodotto di una "sistematica de-umanizzazione del nemico", in cui le vittime cessavano di essere persone per diventare oggetti di una collezione da esibire.
L'esempio più estremo era la pratica, documentata all'interno dei Navy SEAL Team 6, del cosiddetto "canoeing": sparare un proiettile sulla fronte di un nemico già morto, in modo da produrre una ferita a forma di V che ricordava una canoa. Un trofeo, un atto di disprezzo verso l'umanità stessa della vittima.
Il war porn non era un incidente di percorso. Era il sintomo di una guerra che aveva smarrito ogni bussola morale.
Scuole fantasma: quando a vincere era la propaganda
Ma lo scandalo morale non stava solo nelle atrocità. Era nella falsa narrazione di progresso che i governi occidentali, e in particolare buona parte della sinistra italiana, hanno raccontato per giustificare la guerra.
Il cavallo di battaglia era l'istruzione delle ragazze. La NATO e i governi occidentali presentavano la costruzione di migliaia di scuole e l'iscrizione di 8 milioni di studenti – di cui 2,5 milioni di ragazze – come il successo più eclatante della missione.
Il problema era che quei dati erano stati gonfiati sistematicamente. Nel 2015, l'Ispettore Speciale per la Ricostruzione dell'Afghanistan (SIGAR) rivelò che fino a 1,55 milioni di studenti "assenti" erano stati inclusi nei conteggi totali. Le inchieste giornalistiche di Azmat Khan per BuzzFeed News dimostrarono che molte scuole finanziate dagli Stati Uniti erano "edifici abbandonati" e che i progetti per costruirle avevano arricchito solo "signori della guerra brutali, uomini forti screditati e appaltatori corrotti".
Il ministro dell'Istruzione afghano Asadullah Hanif Balkhi causò uno scandalo nel dicembre 2016 quando dichiarò che, invece degli 11,5 milioni di bambini a scuola dichiarati dal suo predecessore, in realtà ce n'erano solo "poco più di 6 milioni". Le cifre erano state gonfiate per "garantire i finanziamenti dei donatori". Balkhi testimoniò anche che, in alcune aree insicure, sebbene non ci fossero scuole, i soldi venivano comunque stanziati (e spesi), compresi gli stipendi per insegnanti che non esistevano.
Lo scandalò fu talmente grave che John Sopko, il capo del SIGAR, scrisse all'USAID chiedendo se i contribuenti americani avessero pagato per "ghost schools, ghost teachers, and ghost administrators" (scuole fantasma, insegnanti fantasma e amministratori fantasma). L'USAID aveva speso 769 milioni di dollari per l'istruzione in Afghanistan, ma nessuno sapeva quanti di quei soldi fossero finiti in scuole inesistenti.
Whistleblower puniti, criminali liberi
Una guerra piena di bugie e di cose orribili tenute nascoste. Tutti tacevano? Non tutti. Ma chi parlò ha pagato e paga per il suo coraggio.
David McBride, avvocato militare australiano, è stato condannato a 5 anni e 8 mesi di carcere per aver divulgato i documenti che dimostravano i crimini di guerra delle forze speciali australiane. Nel maggio 2025 ha perso l'ultimo ricorso contro la condanna. Ha denunciato l'Human Rights Law Centre: "Il primo imprigionato in relazione ai crimini di guerra australiani non è stato un criminale di guerra, ma il whistleblower".
Al contrario, Ben Roberts-Smith, l'ex soldato più decorato d'Australia (Victoria Cross e Medal of Gallantry), accusato di aver ucciso quattro afghani disarmati e di aver fatto pressioni su testimoni, nel giugno 2023 perse una causa per diffamazione contro i giornali che lo avevano accusato. Un giudice stabilì che le accuse erano "sostanzialmente vere". Ma Roberts-Smith non è mai stato incriminato penalmente per crimini di guerra. Solo un ex soldato, Oliver Schulz, è stato accusato. McBride è rimasto l'unico in carcere.
La guerra perduta e la fine della favola
Il 15 agosto 2021, i talebani sono tornati a Kabul. In pochi giorni hanno ripreso il controllo del paese.
La guerra è stata persa. Eppure, la narrazione ufficiale che l'ha giustificata – quella della "missione di pace", del "portare la democrazia", della "liberazione delle donne" – non è mai stata sottoposta ad una seria verifica fattuale. Come è possibile che gli afghani non abbiano sostenuto i "buoni" e si siano fatti riconquistare dai "cattivi"? Eppure i "buoni" avevano formato, addestrato e armato un esercito afghano "buono" per difendere tutto ciò che di "buono" era stato portato. Che cosa non ha funzionato?
L'Italia e la guerra nascosta
I militari italiani non sono stati, almeno stando alle evidenze attuali, responsabili di crimini di guerra sistematici alla stregua di quelli australiani o americani. Ma il problema non è solo questo.
Il libro-inchiesta "La guerra nascosta" (Cadalanu e De Angelis, Laterza, 2023) ha raccolto le testimonianze di decine di soldati italiani che hanno combattuto in Afghanistan. La loro denuncia più forte riguarda la consapevolezza della falsità della narrazione ufficiale: loro hanno combattuto una guerra vera, hanno visto i loro commilitoni cadere in quello che era un campo di battaglia, ma a casa si raccontava la favola della "missione di pace". Il libro descrive una guerra sistematicamente nascosta all'opinione pubblica, in cui l'Italia ha partecipato a un conflitto armato reale e cruento, ma il tutto è stato raccontato come se fosse un'operazione umanitaria.
E questo racconto distorto è stato reso possibile da un consenso politico bipartisan. Un consenso che ha coinvolto anche buona parte della sinistra italiana.
Post scriptum: la sinistra italiana e la guerra giusta
Quando il Parlamento votò l'intervento in Afghanistan il 7 novembre 2001, l'Ulivo (il centrosinistra) votò compatto. Solo pochi dissidenti della sinistra si opposero.
Piero Fassino, allora segretario dei DS, votò a favore e si dichiarò "soddisfatto" del larghissimo consenso ottenuto, schierando l'Italia al fianco di Stati Uniti ed Europa contro il terrorismo. Walter Veltroni definì la missione come "un'impresa difficile, ma necessaria: pacificare, stabilizzare, democratizzare un paese". Giorgio Napolitano, da Presidente della Repubblica, parlò di "una causa giusta" per cui i soldati italiani sono morti. Massimo D'Alema oppose la guerra in Iraq (definita illegittima) alla missione in Afghanistan (definita "multilaterale"), e fu lui a inviare più soldati e "mezzi adeguati" in Afghanistan.
La sinistra italiana non voleva vedere la guerra per quello che era. Preferì raccontare una favola: "missione di pace", "portare la democrazia", "difesa dei valori occidentali". Mentre a migliaia di chilometri di distanza, in una guerra che era reale, i soldati italiani partecipavano a operazioni di guerra. Una guerra che ha registrato omicidi illegali, coperture omertose e persino un fenomeno inquietante come il war porn.
Cosa ci rimane di questa guerra raccontata come una favola?
Un imbarazzante serie di fatti difficili da accettare.
La guerra in Afghanistan è stata un fallimento su tutti i fronti: militare, politico, morale. Ma il suo lascito più velenoso è la persistenza della menzogna. Per vent'anni, governi e media hanno raccontato che la guerra era giusta, necessaria e stava funzionando.
Poi sono usciti gli Afghanistan files. Come i Pentagon Papers del tempo della guerra del Vietnam, gli Afghanistan files hanno scoperchiato la pentola e fatto emergere la verità.
Quando i documenti segreti, i whistleblower e le inchieste giornalistiche hanno dimostrato l'esistenza di fatti scomodi e atroci, la risposta è stata la punizione di chi parlava, non dei criminali.
Oggi, di fronte a questo scandalo, la classe politica che ha sostenuto la guerra tace. Non chiede scusa. Non riconosce l'errore. Non spiega perché per vent'anni ha venduto all'opinione pubblica una guerra spacciandola per missione di pace, e un fallimento spacciandolo per successo.
Il silenzio è la risposta più eloquente. Perché ammettere la verità significherebbe ammettere di aver partecipato a un inganno di sistema. E dell'inganno di sistema, nessuno nel sistema vuole parlare.
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