Venticinque anni sono passati. Quel mattino di settembre del 2001, diciannove uomini dirottarono quattro aerei di linea. Due si schiantarono contro le Torri Gemelle di New York, uno contro il Pentagono, il quarto in Pennsylvania dopo che i passeggeri tentarono di riprendere il controllo del velivolo. Quasi tremila persone morirono quel giorno, e ancora oggi il conto non si è chiuso: a decine di migliaia tra soccorritori e sopravvissuti è stato diagnosticato un cancro legato alle polveri tossiche respirate, e oltre duemila decessi sono stati attribuiti alle conseguenze sanitarie dell’attacco.

L’11 settembre 2001
Autore: Robert Fish
La risposta americana arrivò immediata e sotto forma di guerra. George W. Bush annunciò il “war on terror”, il conflitto armato che sarebbe diventato la più lunga guerra della storia degli Stati Uniti. Ma dietro la retorica della "guerra giusta", i numeri raccontano una storia diversa. E oggi, a venticinque anni di distanza, vale la pena guardarla in faccia. Per fare memoria, una memoria per la pace.
Quello che è successo l’11 settembre
Alle 8:46, ora di New York, il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center. Pochi minuti dopo, il volo United Airlines 175 centrò la Torre Sud. Alle 9:37, il volo American Airlines 77 si schiantò contro il Pentagono. Il volo United Airlines 93 precipitò in Pennsylvania alle 10:03, dopo che i passeggeri si ribellarono ai dirottator.
Le vittime accertate al World Trade Center furono 2.753. A queste si aggiungono i feriti, i malati, i morti che continuano a morire. Il bilancio complessivo supera ormai le quattromila persone . Gli attentatori erano membri di al-Qaida, una rete terroristica guidata da Osama bin Laden, che aveva trovato nella cellula di Amburgo uno dei suoi nodi logistici.
Nessun attentatore era afghano
Ecco l'elenco completo dei 19 attentatori dell'11 settembre 2001, suddivisi per volo e nazionalità, con il conteggio finale.
Elenco degli attentatori per volo e nazionalità
American Airlines Flight 11 (Torre Nord)
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Mohamed Atta – Egiziano (pilota)
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Abdul Aziz al Omari – Saudita
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Wail al Shehri – Saudita
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Waleed al Shehri – Saudita
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Satam al Suqami – Saudita
United Airlines Flight 175 (Torre Sud)
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Marwan al Shehhi – Emiratino (pilota)
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Fayez Banihammad – Emiratino
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Mohand al Shehri – Saudita
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Hamza al Ghamdi – Saudita
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Ahmed al Ghamdi – Saudita
American Airlines Flight 77 (Pentagono)
United Airlines Flight 93 (Pennsylvania)
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Ziad Jarrah – Libanese (pilota)
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Ahmed al Haznawi – Saudita
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Ahmed al Nami – Saudita
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Saeed al Ghamdi – Saudita
Conteggio per nazionalità
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Arabia Saudita: 15
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Emirati Arabi Uniti: 2
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Egitto: 1
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Libano: 1
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Totale: 19
Conteggio degli afghani
0 (zero).
Nessuno dei 19 dirottatori era di nazionalità afghana.
La guerra in Afganistan come vendetta
Gli Stati Uniti invasero tuttavia l’Afghanistan nell’ottobre del 2001. Nel marzo del 2003, senza alcun nesso dimostrato con l’11 settembre, attaccarono l’Iraq. La guerra durò vent’anni. Finì con la vittoria dei talebani a Kabul e con un ritiro americano caotico.
Il costo umano per gli invasori è documentato. Le perdite militari statunitensi nelle due guerre ammontano a circa 6.400 uomini e donne, con oltre 50.000 feriti gravi. I decessi tra i membri della coalizione non americana toccano quota 1.585: 636 britannici, 158 canadesi, 90 francesi, 86 italiani, 59 tedeschi. Numeri che, sommati, superano le vittime dell'11 settembre.
Ma il confronto più scomodo è un altro. Le vittime afghane e irachene – civili, militari, poliziotti – superano di gran lunga qualsiasi cifra occidentale. Il progetto Costs of War della Brown University documenta centinaia di migliaia di morti dirette, senza contare le morti indirette per fame, malattie e distruzione delle infrastrutture . Eppure quelle vite non hanno mai avuto un memoriale, un nome letto ad alta voce, una bandiera a mezz’asta.
I crimini di guerra e chi li ha denunciati
La guerra al terrore non è stata solo una questione di numeri. È stata anche una questione di metodi. Le forze speciali statunitensi, in particolare, hanno operato per anni in una zona grigia dove le regole venivano sistematicamente violate. Un’inchiesta del New York Times Magazine ha ricostruito come, in Afghanistan e Iraq, gli operatori delle forze speciali abbiano condotto uccisioni extragiudiziali, torture e maltrattamenti sui detenuti, spesso con la copertura dei comandi .
A Nerkh, nella provincia di Wardak, un’unità delle forze speciali condusse per mesi una campagna di uccisioni illegali che, secondo l’inchiesta, potrebbe essere uno dei più grandi casi di omicidio illegale da parte delle forze statunitensi in Afghanistan e Iraq . Ma il sistema di giustizia militare ha quasi sempre lasciato impuniti i responsabili. Su 781 casi denunciati che coinvolgevano oltre 1.800 vittime, almeno il 60% è stato archiviato perché gli investigatori non credevano che un crimine di guerra fosse stato commesso. Solo 130 persone sono state condannate, con una pena mediana di appena otto mesi. I comandanti non hanno mai pagat.
E chi ha provato a denunciare? Chi ha avuto il coraggio di raccontare quello che aveva visto? La stessa inchiesta documenta che i soldati tornavano a casa e confessavano – a mogli, operatori sanitari, persino durante colloqui di lavoro – di aver ucciso civili o prigionieri. Ma le indagini militari trovavano che “le accuse non potevano essere sostanziate” . La verità, in altre parole, veniva sistematicamente sepolta. David McBride, un avvocato militare australiano che aveva denunciato i crimini di guerra delle unità speciali australiane, è stat messo un carcere per aver detto la verità. Una storia tristissima di cui abbiamo parlato più volte.
Le bugie sull’Iraq
La guerra del 2003 merita un capitolo a parte. Fu costruita su menzogne che oggi nessuno, nemmeno i suoi architetti, osa difendere. Le “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein non sono mai esistite. Il legame tra Baghdad e al-Qaida non è mai stato dimostrato. Eppure il segretario di Stato Colin Powell andò davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU a mostrare fiale di antrace che si sarebbero rivelate un falso, e il mondo occidentale si divise tra chi inneggiava alla guerra e chi, come l’Italia di allora, la sostenne nonostante le piazze fossero piene di manifestanti contrari.
L’Iraq è stato devastato. Le vittime civili si contano a centinaia di migliaia. Il paese è ancora oggi un luogo dove la violenza non ha mai smesso di covare sotto la cenere. E il “consenso” della popolazione irachena, quello che gli americani dicevano di voler portare con la democrazia, non è mai arrivato. Le elezioni sono state spesso un esercizio formale, boicottato o segnato da violenze.
Napolitano e il sostegno italiano
In Italia, la guerra in Iraq e la missione in Afghanistan hanno avuto un sostenitore convinto in Giorgio Napolitano, prima come ministro dell’Interno nel governo D’Alema e poi come Presidente della Repubblica. Napolitano fu tra i fautori del “partito americano” nella sinistra italiana, quello che considerava l’alleanza con Washington un pilastro non negoziabile. Sotto la sua presidenza, l’Italia mantenne e incrementò il proprio contingente militare in Afghanistan, accettando di fatto la narrazione della guerra al terrore come una missione di pace e stabilizzazione.
Ma quella missione, per molti dei soldati italiani che vi parteciparono, significò anche essere parte di un sistema che copriva crimini. La legge italiana, con il decreto-legge 6/2002 e successive modifiche, estese la giurisdizione militare ai reati commessi in missioni all’estero, rendendo di fatto più difficile perseguire i crimini di guerra commessi dai militari italiani e dei paesi alleati . La denuncia dei crimini, quando c’è stata, si è spesso persa nei labirinti della burocrazia militare.
Quante vittime per reclamare vendetta
Venticinque anni dopo, la domanda che resta è semplice: quante vite umane sono state necessarie per vendicare quasi tremila morti? La risposta, se si guardano i numeri, è che la vendetta non ha chiesto conto. Ha chiesto sangue. E il sangue è stato versato in quantità industriale, in Afghanistan, in Iraq, in Pakistan, nello Yemen, in Somalia. Un bilancio che non ha portato né giustizia né sicurezza, ma solo un mondo più instabile e più violento.
L’11 settembre è stato un crimine contro l’umanità. Ma la risposta americana, e quella dei suoi alleati – Italia compresa – è stata a sua volta un crimine contro l’umanità. Con la differenza che quello del 2001 è stato riconosciuto come tale da tutti, mentre quello dei vent’anni successivi è stato chiamato “guerra”, “missione di pace”, “esportazione della democrazia”.
Oggi, mentre si commemorano le vittime delle Torri Gemelle, sarebbe giusto – doveroso – ricordare anche le vittime afghane e irachene. E ricordare che chi ha provato a raccontare la verità sui crimini commessi in loro nome è stato perseguitato, emarginato, a volte processato. La giustizia, in questa storia, ha avuto una sola faccia. E non era quella delle vittime.
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