La prigione non è ancora stata chiusa

Dopo l’11 settembre 2001 gli USA avviarono il programma di torture a Guantanamo

Una eredità della “guerra al terrore” è la prigione di Guantanamo, dove i governi americani hanno sistematicamente violato i diritti umani, sperimentando le più brutali tecniche di interrogatorio.
11 settembre 2026
Reazione PeaceLink

Guantanamo: la vergogna che non si è mai chiusa Guantanamo

Ventiquattro anni dopo l’apertura del campo di detenzione militare nella baia di Guantanamo, la vergogna della “guerra al terrore” non è finita. Il carcere simbolo dell’illegalità americana continua a esistere e continua a tenere esseri umani in un limbo giuridico, senza accuse specifiche, senza processo e senza diritto alla difesa.

Il numero che pesa come un macigno

Dal gennaio del 2002, quando i primi venti prigionieri arrivarono nella base navale statunitense a Cuba, circa 780 uomini musulmani sono passati per quelle celle. Oggi ne rimangono 15. Di questi, sei non sono stati accusati di alcun crimine. Alcuni sono lì da oltre vent’anni.

Abu Zubaydah, il primo uomo sottoposto alle “tecniche di interrogatorio potenziate” della CIA – un eufemismo per dire tortura – è detenuto dal 2006 senza accusa né processo. Abu Faraj al-Libi, catturato in Pakistan nel 2005, è stato torturato nei black sites prima di essere trasferito a Guantanamo nel 2006. Ha perso l’udito dall’orecchio sinistro, ha il 50% di perdita dall’orecchio destro, e soffre di danni cerebrali permanenti. Un esperto lo ha definito “il detenuto più gravemente menomato e inabile di Guantanamo”.

Le torture documentate

Le violazioni dei diritti umani a Guantanamo non sono accuse vaghe. Sono fatti documentati da organizzazioni indipendenti, rapporti delle Nazioni Unite e persino da medici che hanno testimoniato in tribunale.

Abd al-Rahim al-Nashiri è stato sottoposto a waterboarding, nudità forzata per settimane o mesi, privazione del sonno, alimentazione rettale forzata. Un esperto del Dipartimento della Difesa incaricato di valutarlo lo ha descritto come “una delle persone più gravemente traumatizzate che avesse mai visto”. Il gruppo Physicians for Human Rights ha condannato la pratica dell’alimentazione rettale come “violenza sessuale mascherata da trattamento medico.

Un rapporto di Human Rights Watch del 2025 ha documentato le condizioni dei migranti trattenuti a Guantanamo: isolamento fino a 23 ore al giorno, celle senza finestre, perquisizioni invasive e degradanti, temperature estreme, mancanza di cibo e cure mediche. Alcuni hanno tentato il suicidio. “Ero così disperato che ho provato a tagliarmi i polsi con i bordi delle bottiglie d’acqua di plastica, ma non erano abbastanza affilati”, ha raccontato uno di loro.

Il Centro per le Vittime della Tortura ha riferito che gli interrogatori a Guantanamo hanno causato “traumi fisici e psicologici da cui i sopravvissuti non si riprenderanno mai completamente.

Il limbo giuridico: né processo, né libertà

Guantanamo è stata progettata fin dall’inizio per eludere lo stato di diritto. La base navale è territorio sotto controllo americano ma al di fuori della giurisdizione federale, una scelta deliberata per negare ai detenuti qualsiasi diritto costituzionale.

La conseguenza è che uomini mai accusati, mai processati, mai condannati restano rinchiusi per anni e anni. Nel frattempo i detenuti invecchiano, si ammalano e muoiono.

Nove uomini sono morti in custodia. Almeno sei si sono tolti la vita. Adnan Latif, uno di loro, ha scritto: “Ci lasciano in prigione per anni, senza accuse, perché siamo musulmani. Dov’è il mondo che ci salva dalla tortura?”

La vergogna continua: migranti nella stessa prigione

Come se tutto questo non bastasse, nel 2025 l’amministrazione Trump ha riesumato Guantanamo per un nuovo scopo: detenere migranti. Un ordine esecutivo ha previsto la costruzione di una struttura da 30.000 posti letto per trattenere immigrati. Oltre 700 persone sono già passate per Guantanamo come detenuti migranti.

Human Rights Watch ha chiesto l’immediata sospensione dei trasferimenti, definendo le condizioni “abusive e inumane, al punto da costituire maltrattamento. I migranti raccontano di celle di due metri per tre con letti di cemento, servizi igienici maleodoranti, acqua gialla, insetti ovunque. Questi migranti non hanno nemmeno il diritto a un avvocato o a contestare la loro detenzione.

E così arriviamo all’eredità di Guantanamo: l’illegalità diventa precedente. La tortura diventa prassi. L’assenza di responsabilità per i crimini commessi in nome della sicurezza nazionale apre la strada a nuovi abusi, contro nuove vittime.

La chiusura che non arriva

Barack Obama aveva promesso di chiudere Guantanamo. Non l’ha fatto. Joe Biden ha ridotto il numero dei detenuti, ma non ha chiuso il campo. Donald Trump non solo l'ha tenuto aperto: l’ha espanso per nuovi usi.

Centoquindici organizzazioni per i diritti umani hanno firmato un appello congiunto in occasione del ventiquattresimo anniversario dell’apertura: chiudere Guantanamo immediatamente, senza riutilizzarla per alcun regime di detenzione futuro, perseguire i responsabili dei crimini e risarcire le vittime.

Nessuna di queste richieste è stata soddisfatta.

La vergogna di Guantanamo non è un capitolo chiuso della storia americana. È un buco nero aperto nel cuore dello stato di diritto, un promemoria quotidiano che la “guerra al terrore” non ha mai smesso di torturare, non ha mai smesso di detenere, e non ha mai smesso di mentire. Venticinque anni dopo l’11 settembre, mentre le vittime delle Torri Gemelle vengono commemorate, gli uomini di Guantanamo – musulmani, per la quasi totalità – sono ancora lì. Senza processo. Senza fine. Senza giustizia.

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