Il declino di Taranto, perché la città non conta?
Una città che possiede uno degli stabilimenti industriali più grandi d'Europa, uno dei porti più grandi del Mediterraneo, la base navale più grande d'Italia, e poi un arsenale, un impianto petrolchimico, un cementificio, anche queste da considerare presenze notevoli, mica minuteria industriale, e addirittura uno stabilimento della nuova presidentessa nazionale della confindustria, e poi il museo archeologico più importante d'Italia, e altre cosette che sarebbe lungo elencare, ebbene questa città alcuni hanno l'impressione che conti molto poco nel panorama economico, sociale e soprattutto politico del Paese. Le credenziali che abbiamo elencato non sono evidentemente sufficienti perché si affermi un "potere tarantino", o almeno una "presenza tarantina". E' pur vero che l'anno scorso Taranto ha goduto di una presenza sulla stampa che non ha avuto eguali nella sua storia recente e neanche in quella antica, quando è stata dichiarata la città più dissestata d'Italia, è pur vero che abbiamo avuto un sindaco e una sindachessa che sono stati gossip nazionali anche prima delle loro disavventure giudiziarie, ma era "colore" più che altro. C'è una teoria, per spiegare questo non ruolo della città nel contesto nazionale: gli insediamenti industriali, dall'inizio del secolo scorso con l'arsenale, e poi con l'Iri, con l'Eni, sono stati di tipo "delocale", non locale, e quindi la ricchezza prodotta non è restata, se n'è andata. L'indotto che doveva prodursi non si è prodotto: i tecnici parlano di "economia assistita" in questo caso, e così il contributo locale è stato, spesso, quello delle ditte di pulizia. La grande industria ha ridotto nelle proprorzioni l'agricoltura e altri settori, non ha consentito, dicono, il decollo del turismo, e soprattutto ha reso drammatica la questione ambientale. Ma si tratta, comunque, di una realtà economica e sociale immodificabi-le, se non nella qualità, almeno nei prossimi due decenni. E allora? Prima di arrivare alla risposta un'altra considerazione si rende necessaria: questa città così descritta in esordio, ha avuto una rappresentatività governativa ben misera: negli ultimi venti anni due sottosegretari appena, uno alla Pubblica istruzione- università e l'altro alla Difesa. L'ironia della sorte vuole che l'università a Taranto non ci sia, checché se ne dica, e l'arsenale militare rischi di chiudere. Non si pensa che avere un ministro rappresenti per una città la soluzione dei problemi, ma si pensa che averlo sia un riconoscimento del ruolo della città. Però il ruolo a una città lo costruiscono i cittadini, che è una bella frase, lo costruiscono le classi dirigenti, che è una frase più adatta. A questo punto la risposta a quella domanda: e allora? io non ce l'ho più. Chiedo scusa.
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