Bonifica, transizione ecologica e 15mila posti di lavoro

Dalle tute blu alle tute verdi: un piano di riconversione per Taranto

Un progetto organico per riconvertire i lavoratori dell’Ilva in attività di bonifica, adattamento climatico e risanamento ambientale. Con una base giuridica solida, fondi europei e clausole sociali negli appalti pubblici. Costa meno delle attuali perdite dell’Ilva e va sottratto al riarmo.
2 novembre 2026
Redazione PeaceLink
 

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Manifestazione in piazza della Vittoria a Taranto

Mentre la Cassazione chiude definitivamente la stagione dell’area a caldo e il governo si prepara a gestire lo spegnimento degli impianti, migliaia di lavoratori e un intero territorio si trovano davanti a un bivio: diventare una “zona di sacrificio” abbandonata a se stessa, oppure trasformare la più grande crisi industriale del Paese in un laboratorio di rinascita ecologica. La seconda strada esiste e può avere un’architettura giuridica, finanziaria e operativa.

A delinearla è un piano organico di “Giusta Transizione” (Just Transition) per Taranto e per i lavoratori dell’ex Ilva e del relativo indotto. L’obiettivo è ambizioso ma concreto: superare lo storico conflitto tra diritto alla salute e diritto al lavoro, trasformando gli ammortizzatori sociali passivi – la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria – in risorse per l’impiego attivo in lavori orientati alla bonifica e all’adattamento climatico. Il bacino stimato è di circa 15.000 lavoratori, da riassorbire gradualmente.


Una base costituzionale solida

Il progetto poggia sugli articoli 4, 9 e 41 della Costituzione: il diritto al lavoro, la tutela del paesaggio e dell’ambiente, la libertà d’impresa perimetrata dall’utilità sociale. Sono esattamente i principi che le Sezioni Unite della Cassazione hanno richiamato nella sentenza che ha respinto i ricorsi di Ilva e AdI.

Le attività spaziano dalla bonifica diffusa dei suoli inquinati su un raggio di 20 km dal camino E312 dell'ILVA – 125.600 ettari – allo smantellamento e alla decontaminazione dell’area a caldo e delle discariche industriali, fino alla creazione della “Green Belt” urbana e all’installazione di Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) . Quattro filiere operative verdi: fito-rimedio dei suoli, infrastrutture verdi urbano e periurbane, impianti rinnovabili ed economia circolare con decommissioning.


I tre pilastri dell’architettura operativa

Il piano si regge su tre pilastri interconnessi.

  • Il primo è l’integrazione finanziaria tripartita: Just Transition Fund, PNRR e Fondo Sociale Europeo Plus. Il JTF destina all’Italia 1,21 miliardi di euro per Taranto e il Sulcis; le Missioni 2 e 5 del PNRR, con il Programma GOL, inseriscono i lavoratori nei bandi pubblici; il FSE+ della Regione Puglia sostiene formazione, indennità di frequenza e tutoraggio. I tre strumenti funzionano come una filiera integrata: l’FSE+ sostiene il lavoratore durante la formazione, il PNRR lo inserisce nei bandi vincolati da clausole sociali, il JTF copre i costi delle infrastrutture verdi permanenti.

  • Il secondo pilastro sono le clausole sociali vincolanti negli appalti pubblici, ai sensi del Codice dei Contratti Pubblici (D.Lgs. 36/2023, articoli 102 e 108). Le clausole operano sia come condizione di esecuzione dell’appalto – obbligo di assorbimento dal bacino ex Ilva per almeno il 30-50% – sia come punteggio tecnico premiale nelle gare aggiudicate all’offerta economicamente più vantaggiosa. Un meccanismo che trasforma la spesa pubblica in leva occupazionale.

  • Il terzo pilastro è l’Anagrafe Dinamica delle Competenze gestita da ARPAL Puglia e mappata sullo standard europeo ESCO. Una scheda lavoratore in cinque moduli interconnessi – anagrafica, competenze storiche, reskilling, idoneità mediche e patentini, disponibilità – e un algoritmo di Smart Matching che assegna un Match Score percentuale ai candidati, facilitando le chiamate delle imprese aggiudicatarie. La Matrice di Riconversione delle Competenze associa i ruoli industriali tradizionali – conduttori di mezzi pesanti, tubisti, saldatori, elettricisti, addetti alla manutenzione, tecnici HSE – alle corrispettive mansioni verdi, con una Gap Analysis strutturata in moduli normativi, ecologico-operativi e tirocini nei cantieri di bonifica. Nel campo del reskilling (la riqualificazione professionale per assumere nuove mansioni), la Gap Analysis serve a: [1]

    • Mappare il capitale umano: fotografare le abilità tecniche (hard skills) e trasversali (soft skills) già presenti nel lavoratore o nel team. [1, 2]

    • Individuare le lacune (gap): capire esattamente quali conoscenze o capacità mancano per passare dal ruolo attuale a una nuova posizione richiesta dal mercato o dal progetto lavorativo. [1, 2]

    • Progettare la formazione: definire un percorso di apprendimento mirato, evitando sprechi di tempo e budget su corsi inutili e focalizzandosi solo su ciò che serve colmare. [1, 2]

Pianificare la bonifica

Il masterplan operativo si articola in quattro ambiti: bonifica delle aree industriali, mitigazione e Green Belt, edilizia pubblica e CER (Comunità Energetiche Rinnovabili), recupero delle masserie storiche contaminate. Due le relazioni tecniche essenziali.

  • La prima relazione è il Piano di Bonifica Diffusa del territorio esterno all'ILVA: un programma da 10-15 anni basato su fitorimediazione e biochar per 125.600 ettari, con un fabbisogno stimato di 15.000 lavoratori. La fitorimediazione (canapa, pioppi) è un campo molto importante che si integra anche alla produzione di biocarburanti e di materiale da costruzione. Il biochar (carbone vegetale) agisce come una spugna molecolare a livello sotterraneo. Quando viene miscelato ai terreni contaminati della cintura di Taranto, il biochar adsorbe e intrappola i metalli pesanti e gli inquinanti organici.

  • La seconda relazione riguarda la bonifica dell’area a caldo e delle discariche: a seguito dello spegnimento ordinato dalla Cassazione, prevede decommissioning. Il termine decommissioning (traducibile in italiano come smantellamento, dismissione o disattivazione) non indica una semplice demolizione degli impianti dell'area a caldo ma di un processo ingegneristico altamente pianificato, progressivo e sicuro. L'obiettivo finale è decontaminare il sito e rimuovere le strutture per restituire l'area al territorio, rendendola disponibile per nuovi utilizzi (industriali, commerciali o naturali).


Fronteggiare il cambiamento climatico

Il tutto si connette alle strategie di mitigazione – riduzione delle emissioni, fonti energetiche rinnovabili – e di adattamento climatico: Green Belt, creazione di aree verdi che riducano le isole di calore, difesa dal dissesto idrogeologico, efficientamento energetico delle scuole e degli edifici pubblici.

I lavoratori riqualificati porterebbero in dote vantaggi competitivi non banali: elevata cultura della sicurezza, abilità impiantistica, patentini ufficiali PES/PAV/FER. Un patrimonio che il trasferimento delle competenze dal settore pubblico al mercato privato – edilizia sostenibile, ESCO, agricoltura di precisione – renderebbe immediatamente spendibile.


Due considerazioni che cambiano le priorità

Il filo conduttore che unisce l’intero progetto è la costruzione di un modello sistemico di riconversione ecologica e occupazionale, per evitare che il ridimensionamento della siderurgia pesante si traduca in spopolamento o in ammortizzatori sociali passivi a vita. A rendere il piano non solo possibile, ma conveniente, sono due considerazioni finali.

La prima: i costi sarebbero inferiori alle attuali perdite. Le ultime due relazioni dei commissari Ilva parlano di perdite di 551 milioni di euro nel primo semestre 2026 e di 602 milioni di euro nel secondo semestre 2025: oltre un miliardo di euro in un anno, bruciato in un’azienda che produce perdite e veleni. Investire la stessa cifra – o una frazione di essa – in bonifica, Green Belt, Comunità Energetiche Rinnovabili e riqualificazione di 15.000 lavoratori non è un costo aggiuntivo: è un investimento che genera occupazione, risanamento ambientale e riduzione della spesa assistenziale. Il piano di Giusta Transizione costa meno di quello che stavamo pagando fino a oggi.

La seconda: quei costi vanno detratti dal programma di riarmo. Il governo punta a incrementare il budget della Difesa dall’1,3% del PIL del 2026 all’1,6% nel 2027, con un’immissione aggiuntiva di circa 8 miliardi di euro. Il piano di riarmo prevede una spesa di prospettiva elevatissima per il progetto GCAP finalizzato alla costruzione del caccia di sesta generazione (il più costoso programma militare degli ultimi ottant'anni). La progettazione e lo sviluppo dei componenti del solo prototipo è passata in poco tempo da 6 a 18,6 miliardi di euro. Che aumenterà a dismisura con la realizzazione del prototipo e poi della produzione in serie. Il costo finale non è stato neppure quantificato e questo potrebbe portare al fallimento del progetto. Tanto vale allora stoppare questo progetto per garantire la bonifica e la riconversione di Taranto, nonché la sicurezza occupazionale delle tute blu.

Spostare anche solo una parte dei fondi di riarmo per la Giusta Transizione significherebbe coprire l’intero piano di riconversione e avanzerebbe ancora qualcosa non solo per Taranto ma per tutte le realtà nazionali collegate alla crisi ILVA.


La volontà politica

La sentenza della Cassazione ha stabilito che salute e ambiente non sono bilanciabili con una produzione estremamente pericolosa per la salute e l'ambiente. Ora la politica ha davanti a sé delle scelte. Il piano per Taranto esiste, è documentato, ha basi giuridiche solide e possibilità di successo. Manca solo la volontà di scegliere cosa fare e da che parte stare.

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