Gli Stati Uniti ammettono di aver attaccato l’Iran per conto di Israele
L'ammissione del Dipartimento di Stato americano è una crepa nel muro di omertà che circonda questa guerra. Il consigliere legale Reed Rubinstein ha scritto nero su bianco che gli Stati Uniti sono entrati nel conflitto «su richiesta del suo alleato israeliano».
Non si tratta di un'interpretazione giornalistica o di una fuga di notizie: è un documento ufficiale, datato 24 aprile 2026.
Questa ammissione tanto esplicita quanto rara smonta le bugie di Donald Trump, il quale ha ripetutamente negato qualsiasi condizionamento esterno. Il presidente USA sulla sua piattaforma Truth Social, ha continuato a ripetere che "Israele non mi ha mai convinto a fare la guerra con l'Iran". La distanza tra le parole e i fatti è, in questo caso, documentata.
L'ammissione del Dipartimento di Stato ha il merito di aver reso palese ciò che molti sospettavano.
Dall'altra parte di questa contraddizione c'è Benjamin Netanyahu. Secondo quanto ricostruito, l'ingresso americano nel conflitto sarebbe stato deciso dopo un incontro del 11 febbraio nella Situation Room della Casa Bianca, con il premier israeliano, i suoi funzionari e quelli americani. Ma non è tutto: nello stesso incontro, Netanyahu avrebbe esercitato una pressione diretta su Trump. I comandanti militari americani avevano avvertito che alcuni aspetti del piano di attacco all'Iran erano «farseschi», ma il presidente, ormai convinto, decise comunque di procedere.
Lo scenario è ancora più inquietante se si considera che la guerra in Iran non finirà quando la Casa Bianca lo deciderà: Trump ha dichiarato al Times of Israel che la decisione sarà «reciproca», presa insieme a Netanyahu. Una dichiarazione che rende esplicito il trasferimento di una sovranità decisionale – quella sulla guerra e sulla pace – dal presidente degli Stati Uniti al primo ministro israeliano.
Siamo quindi - in buona sostanza - di fronte a una guerra su commissione.
Rubinstein ha scritto nella sua nota che l'attacco all'Iran non è l'inizio di una nuova guerra, ma la continuazione di un conflitto «in corso da anni». Dal punto di vista legale, questa argomentazione ha un obiettivo preciso: aggirare il termine di 60 giorni imposto dal War Powers Act, che richiede l'approvazione del Congresso per qualsiasi operazione militare prolungata.
Più di cento esperti di diritto internazionale hanno pubblicato una lettera in cui definiscono l'inizio del conflitto «una chiara violazione» della Carta delle Nazioni Unite, sottolineando che non esiste alcuna prova di una minaccia imminente che potesse giustificare l'autodifesa.
Il tentativo trumpiano di legalizzare l'illegale non fa che aggiungere cinismo a una strategia già cinica.
Il conflitto è costato ai contribuenti americani più di 60 miliardi di dollari, con un costo giornaliero superiore al miliardo di dollari, mentre tredici soldati statunitensi hanno perso la vita.
Non c'è da stupirsi, quindi, se l'opinione pubblica americana è sempre più ostile alla guerra. Nei sondaggi, la maggioranza degli americani dà la colpa a Trump per l'impennata dei prezzi della benzina (conseguenza diretta del conflitto), mentre il 21% dei suoi stessi elettori del 2024 sostiene oggi la possibilità di metterlo in stato di accusa per questa guerra non provocata.
La speranza è che la verità documentata che emerge possa alimentare quella mobilitazione pacifista capace di favoprire un'inversione di tendenza. Perché ogni guerra racconta sempre due storie: quella costruita con la propaganda e le bugie e quella reale.
In questo caso, la prima ha appena mostrato una delle sue crepe più profonde. Sta a noi, ora, far sì che quella crepa diventi una breccia profonda.
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