Come Londra ha scelto di tacere sugli Emirati Arabi Uniti invece di fermare il genocidio in Sudan

A rivelarlo è Nathaniel Raymond, direttore dello Yale Humanitarian Research Lab, che oggi 23 giugno ha testimoniato davanti al Comitato per lo Sviluppo Internazionale della Camera dei Comuni. Il suo racconto dipinge il ritratto di una diplomazia che ha anteposto gli interessi economici e strategici alla vita di decine di migliaia di civili.
La verità sepolta
Nel maggio 2024, funzionari del Foreign, Commonwealth and Development Office (FCDO) avevano comunicato a Raymond che il Regno Unito non avrebbe reso pubbliche le prove sul coinvolgimento dell'Etiopia e degli Emirati Arabi Uniti nel sostegno alle milizie paramilitari Rapid Support Forces (RSF). Il motivo? Una “significativa pressione personale” da parte degli Emirati.
Il ruolo dell’Etiopia nel conflitto è rimasto nascosto fino all’inizio del 2026. Nel frattempo, l’assedio di El Fasher, la capitale del Darfur settentrionale, proseguiva inesorabile per 561 giorni.
Le prove raccolte dal team di Raymond erano schiaccianti e vengono tiportate sul Guardian (si veda il link alla fine di questo articolo).
60.000 morti e una domanda scomoda
Dopo 18 mesi di assedio, El Fasher è caduta nelle mani delle RSF. Raymond ha stimato che almeno 60.000 civili siano stati uccisi dalle milizie paramilitari dopo la caduta della città.
Un funzionario del FCDO (il FCDO Foreign, Commonwealth & Development Office è il ministero degli esteri del Regno Unito) ha contattato Raymond per chiedere se quella cifra fosse troppo alta, suggerendo che rappresentasse un “problema politico” per il ministero. Raymond ha risposto che le sue stime non includevano le morti per fame o per i bombardamenti durante l’assedio, e che il numero reale poteva essere ancora più alto.
“Il governo britannico era più interessato a preservare le relazioni con gli emiratini che a prevenire atrocità di massa in Sudan”, ha dichiarato Raymond, definendo il tutto un “tentativo fallito del Regno Unito di impedire il genocidio”.
Il contesto: gli EAU e il genocidio
Le accuse contro gli Emirati Arabi Uniti (EAU) sono ritornate recentemente di drammatica attualità. Già nel gennaio 2026, il Procuratore della Corte Penale Internazionale aveva valutato che in El Fasher erano stati commessi crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il 19 febbraio 2026, la missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite sul Sudan ha stabilito che gli attacchi delle RSF portavano i “segni del genocidio”: uccisioni di massa, violenza sessuale sistematica e pulizia etnica contro le comunità non arabe.
Il Sudan ha denunciato gli Emirati Arabi Uniti ricorrendo presso la Corte Internazionale di Giustizia nel 2025, citando “sostegno militare, finanziario e politico” alle RSF. Gli EAU hanno ripetutamente negato ogni coinvolgimento, ma le prove continuano ad accumularsi: rapporti indicano che mercenari colombiani addestrati su basi degli EAU hanno partecipato alle atrocità. Va anche detto che gli Emirati Arabi Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia per questo tipo di dispute in quanto hanno formalizzato una riserva all'articolo IX della Convenzione sul genocidio, per cui la suddetta Corte Internazionale di Giustizia ha respinto la richiesta del Sudan di indicare misure provvisorie e ha ordinato la rimozione del caso dal suo ruolo generale, chiudendo di fatto il procedimento.
Il doppio gioco britannico
Il ruolo del Regno Unito appare sempre più ambiguo. Da un lato, Londra si presenta come garante della pace e della stabilità nella regione. Dall’altro, come attore chiave al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per il Sudan, il suo silenzio ha avuto un peso enorme.
Il Regno Unito ha infatti un ruolo chiave come "penholder" (paese guida) per il Sudan al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Questa posizione ha reso il suo silenzio ancora più grave, poiché il Regno Unito era considerato una grande "speranza" per fermare quello che si prevedeva sarebbe stato uno dei più grandi massacri del XXI secolo.
All'epoca dei fatti, il Primo Ministro del Regno Unito era Rishi Sunak, del Partito Conservatore.
Secondo un’inchiesta del Guardian, il Regno Unito ha messo da parte e ridimensionato i propri protocolli di monitoraggio delle atrocità per quanto riguarda il Sudan. Il meccanismo interno concepito per valutare se un genocidio fosse probabile e, in tal caso, intervenire – il Joint Analysis of Conflict and Stability (Jacs) – non è stato aggiornato per tutto l’assedio di 18 mesi. La valutazione più recente del Jacs per il Sudan risale al 2019, quattro anni prima dell’inizio della guerra.
Eppure, le stesse fonti di intelligence britanniche confermavano che le RSF volevano “eliminare” la popolazione non araba della città.
A ciò si aggiunge il fatto che il Regno Unito ha continuato a concedere licenze per l’esportazione di armi verso gli Emirati Arabi Uniti durante il conflitto. Il governo ha recentemente revisionato oltre 2.000 licenze per gli EAU, e la ministra dell’Interno Yvette Cooper ha definito “infondate” le accuse contro gli Emirati Arabi Uniti, nonostante le crescenti prove del ruolo emiratino nel conflitto.
Un prezzo inaccettabile
“Il mondo ha scelto di anteporre i propri interessi a quelli del popolo sudanese”, ha dichiarato Raymond in un’altra occasione.
Il 20 giugno 2026, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha lanciato un allarme sul “rischio imminente di atrocità di massa” a El Obeid, nel Kordofan settentrionale (uno dei 15 stati che compongono il Sudan). La guerra continua, il genocidio prosegue, e le grandi potenze guardano altrove.
Il caso del Sudan rivela una verità scomoda: quando gli interessi geopolitici entrano in gioco, i meccanismi di prevenzione delle atrocità diventano carta straccia. Il Regno Unito, che si presenta come campione dei diritti umani e della giustizia internazionale, ha scelto il silenzio. Ha scelto gli Emirati Arabi Uniti. Ha scelto gli affari.
Ha tradito il popolo sudanese.
E quel tradimento, come ha sottolineato il policy analyst sudanese Amgad Fareid Eltayeb, trasforma il Regno Unito non in un attore marginale, ma in un “facilitatore dell’aggressione emiratina in Sudan”.
Mentre il mondo discute senza far nulla per timore di rovinare i rapporti di affari, El Fasher brucia. Parliamo della capitale dello stato del Darfur Settentrionale, nel Sudan.
Attenzione: non solo il silenzio di Londra pesa come una condanna. Pesa la scelta dei nostri parlamentari che hanno deciso, tranne rare eccezioni, di non parlare del genocidio del Sudan e di ratificare un accordo di cooperazione militare con gli Emirati Arabi Uniti, dafinito un paese arabo "moderato" da sostenere anche scambiando armi e addestramento.
E pesa anche il nostro silenzio di cittadini, distratti da mille notizie e incapaci di organizzare una mobilitazione significativa contro il genocidio del Sudan e contro le complicità politiche che ne consentono l'impunità pressoché totale.
https://www.theguardian.com/global-development/2026/jun/23/uk-ties-uae-mass-atrocities-sudan-mps-select-committee-nathaniel-raymond
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