Il Parlamento Italiano approva un accordo militare con chi arma il genocidio del Sudan
C'è una guerra che non fa notizia quanto meriterebbe. Una guerra che ha prodotto — secondo i dati ACLED — oltre 70.000 vittime accertate solo tra il 2023 e i primi mesi del 2026, con picchi di 23.420 morti nel solo 2025. Una guerra combattuta casa per casa a Khartoum, con massacri sistematici nel Darfur, con droni che colpiscono aeroporti civili e mercati. È la guerra del Sudan, e l'ONU l'ha definita la più grande crisi umanitaria attuale sul pianeta.
I dati parlano da soli:
| Anno | Eventi totali | Vittime accertate |
|---|---|---|
| 2023 | 8.579 | 19.952 |
| 2024 | 9.106 | 20.435 |
| 2025 | 7.507 | 23.420 |
| 2026 (parz.) | 2.213 | 6.484 |
Solo nel Nord Darfur, tra battaglie, attacchi a civili e bombardamenti aerei, si contano oltre 7.000 vittime tra il 2023 e il 2025. Nel West Darfur, la presa di controllo del territorio da parte delle milizie paramilitari ha causato oltre 1.000 morti in tre soli eventi documentati. Milioni di persone sono in fuga. Solo il 15% delle risorse umanitarie necessarie è stato finanziato, e meno del 5% è arrivato a destinazione.
Chi arma i carnefici: il ruolo degli Emirati Arabi Uniti
Al centro di questa tragedia c'è un attore che preferisce restare nell'ombra: gli Emirati Arabi Uniti (EAU). Le prove della loro complicità con le RSF (Rapid Support Forces) — le Forze di Supporto Rapido guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto "Hemedti" — sono, come ha scritto un alto ufficiale sudanese, «schiaccianti».
Un rapporto di esperti delle Nazioni Unite ha documentato prove «credibili» riguardo alla fornitura di armi, droni e supporto logistico alle RSF, spesso attraverso rotte che passano per Ciad, Libia e Somalia. Le casse di missili Kornet rinvenute sul campo recano la scritta "Abu Dhabi" e "Comando logistico congiunto degli Emirati Arabi Uniti". Non si tratta di illazioni: sono prove materiali, fotografate e documentate.
Come ha scritto il Guardian in un editoriale del 14 aprile 2026, «questa guerra di atrocità continuerà finché gli Emirati Arabi Uniti e altri continueranno a sostenere i belligeranti». Il 28 aprile 2026, un'inchiesta giornalistica ha rivelato che i vertici delle RSF — accusati di genocidio — hanno accumulato un portafoglio immobiliare da 17,7 milioni di sterline a Dubai, usando gli EAU come «porto sicuro» per sé e per le proprie famiglie.
L'oro del Darfur: la guerra ha un motore economico
Questa guerra ha un preciso motore economico. Il Darfur è ricco di oro. Le RSF controllano le miniere e il contrabbando del metallo prezioso, che viene esportato — spesso illegalmente — verso i mercati del Golfo. Gli EAU sono il principale hub di questo commercio. L'organizzazione investigativa statunitense The Sentry ha documentato come la famiglia Dagalo abbia costruito il proprio impero economico proprio grazie ai proventi dell'oro di contrabbando, reinvestiti in proprietà di lusso a Dubai. La famiglia Dagalo è a capo delle Forze di Supporto Rapido (RSF), il potente gruppo paramilitare protagonista della sanguinosa guerra civile in Sudan.
Il meccanismo è semplice e brutale: le RSF controllano le miniere con la violenza, vendono l'oro agli EAU, e con i proventi acquistano le armi che gli EAU stessi forniscono loro. Un circolo vizioso che si alimenta di sangue sudanese.
La strategia degli EAU è quella del "doppio gioco": da un lato partecipano formalmente ai tavoli diplomatici — figurano persino come terza parte nell'ALPS Group Humanitarian Access Agreement del 23 agosto 2024 — dall'altro continuano ad armare le RSF. Questa ipocrisia è stata denunciata anche dal fallimento del Quadrilateral Security Dialogue (Stati Uniti, Arabia Saudita, EAU ed Egitto): i paesi del gruppo non sono riusciti a trovare un accordo su una dichiarazione comune, proprio a causa della rivalità tra Arabia Saudita (sostenitrice dell'esercito regolare sudanese, le SAF) ed Emirati Arabi Uniti (sostenitori delle RSF). Quasi 1,5 miliardi di euro in aiuti umanitari ma nessuna volontà politica di fermare le armi.
Il 9 giugno 2026: l'Italia sceglie da che parte stare
In questo contesto, il 9 giugno 2026 il Senato italiano ha approvato in via definitiva il disegno di legge di ratifica dell'accordo di cooperazione nel settore della difesa con gli Emirati Arabi Uniti.
L'accordo era già stato approvato dalla Camera, e il voto del Senato ne ha sancito la ratifica definitiva.
Le aule parlamentari hanno visto:
- il voto favorevole dei partiti di maggioranza
- l'astensione del Partito Democratico
- il voto contrario di Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra
Cosa significa questo accordo? Significa che l'Italia formalizza e approfondisce la propria cooperazione militare con un paese che, secondo le Nazioni Unite, sta armando una delle forze paramilitari più brutali del mondo contemporaneo. Significa che si aprono canali istituzionali di scambio di tecnologie, formazione militare e interoperabilità con un paese che usa la propria potenza militare per alimentare un genocidio.
I doppi standard dell'Occidente: l'ipocrisia che emerge
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché rivela qualcosa di profondo sulla politica estera italiana ed europea.
Negli ultimi anni abbiamo sentito ripetere, in ogni sede istituzionale, che i diritti umani sono un valore non negoziabile. Abbiamo visto sanzioni, dichiarazioni, risoluzioni parlamentari in nome della difesa dei civili. Abbiamo visto l'Europa mobilitarsi con straordinaria rapidità per i rifugiati ucraini — giustamente — mentre i sudanesi in fuga dalle atrocità affrontano rotte mortali verso l'Europa e una gestione frammentaria della loro accoglienza.
Eppure, di fronte alla più grande emergenza umanitaria del mondo, il Parlamento italiano ha scelto di rafforzare i legami militari con chi quella emergenza la alimenta.
Dove sono le sanzioni contro gli EAU? Dove sono le dichiarazioni di condanna? Dove sono le risoluzioni parlamentari? Il silenzio è assordante. E l'astensione del PD — che pure si presenta come forza progressista e attenta ai diritti umani — è una scelta politica che merita di essere chiamata con il suo nome: una rinuncia a prendere posizione di fronte all'evidenza.
Come ha scritto il Guardian il 13 maggio 2026, «gli EAU si sforzano di mantenere la propria reputazione immacolata. Ma con la guerra in Sudan, come possono?». La risposta, purtroppo, è: possono farlo finché i loro partner occidentali continuano a guardare dall'altra parte.
Cosa occorre fare
Bisogna chiedere al governo italiano e al Parlamento:
- la sospensione immediata dell'accordo di cooperazione nella difesa con gli EAU;
- Il sostegno italiano a un embargo sulle armi a tutte le parti del conflitto sudanese, inclusi i loro finanziatori esterni;
- la fine del doppio standard: chi predica il rispetto dei diritti umani non può stringere accordi militari con chi li viola nel più grande disastro umanitario del mondo;
- più attenzione mediatica e politica alla crisi del Sudan, che non può continuare a essere il conflitto dimenticato d'Europa.
Inoltre il Presidente della Repubblica ha il potere di rimandare alle Camere una legge che viola i principi costituzionali.
Il Sudan brucia. Non possiamo rimanere in silenzio, non possiamo essere complici.
Fonti: PeaceLink – Sudan: l'oro del Darfur e le armi degli Emirati Arabi Uniti | PeaceLink – Scheda Sudan | PeaceLink – Cosa è accaduto nel mondo a maggio | Dati ACLED sui conflitti 2023-2026 | The Guardian, 13-17 maggio 2026 | The Guardian, 28 aprile 2026 | PA-X Peace Agreements Database
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