Zelensky scaricato dalla Casa Bianca
Il presidente degli Stati Uniti ha lanciato un duro attacco verbale contro l’Ucraina e il suo presidente Volodymyr Zelensky, dopo le critiche arrivate da Kiev per la revoca delle sanzioni sul gasolio russo. Secondo quanto riportato da Sky Tg24, il leader statunitense ha dichiarato che «è giunto il momento che l’Ucraina trovi un nuovo presidente in grado di raggiungere un accordo», accusando Zelensky di «voler solo creare problemi al mondo» e intimandogli di «smettere di colpire le raffinerie russe». L’attacco segue la firma, avvenuta ieri, di un patto sul diesel tra Washington e Mosca, definito da Putin e dai suoi portavoce come un evento dalle «parole storiche».
La decisione di Washington, secondo quanto ricostruito, sarebbe maturata dopo che Zelensky ha respinto le ripetute richieste della Casa Bianca di interrompere gli attacchi militari contro raffinerie e terminal petroliferi situati in territorio russo. L’intesa energetica mira a immettere carburante russo sul mercato per abbassare i prezzi negli Stati Uniti, ma ha spiazzato i partner europei, evidenziando una divergenza netta rispetto alla strategia di isolamento energetico finora sostenuta da Bruxelles. Da Mosca è arrivato un plauso immediato, mentre l’Europa ha accusato il tycoon di «finanziare la guerra dello zar».
Le proteste europee, tuttavia, nascondono un sottofondo di ipocrisia. L’Europa continua a comprare quantità significative di GNL trasportato via nave da impianti russi, non essendo ancora soggetto a un divieto totale e universale come quello imposto al petrolio via mare. Inoltre, vi è un aggiramento delle sanzioni tramite triangolazioni: parte dei prodotti raffinati, come il diesel, entra indirettamente nei mercati occidentali attraverso Paesi terzi (India, Cina o Turchia) che acquistano il greggio russo a basso costo, lo lavorano nelle proprie raffinerie e lo rivendono all’estero.
La questione solleva un punto centrale del dibattito politico ed economico: la contraddizione tra la retorica diplomatica e le necessità materiali dei mercati energetici. La differenza nell’approccio tra le due sponde dell’Atlantico evidenzia strategie divergenti. La Casa Bianca ha scelto la via dell’accordo esplicito e diretto – il cosiddetto “patto del diesel” – con Mosca, con l’obiettivo primario di calmierare immediatamente i prezzi interni dei carburanti e l’inflazione globale, accettando il costo politico di stringere la mano al Cremlino e sfidare apertamente la linea di Kiev.
L’Europa, invece, mantiene formalmente un impianto sanzionatorio e una linea di totale isolamento politico nei confronti della Russia. Tuttavia, la forte dipendenza strutturale e la necessità di evitare shock energetici devastanti per le proprie industrie portano alla tolleranza di mercati secondari e triangolazioni commerciali attraverso Paesi terzi. Il meccanismo delle sanzioni europee colpisce l’importazione diretta di greggio e prodotti raffinati russi. Quando il petrolio viene lavorato in un Paese terzo, come l’India, cambia legalmente “passaporto” economico, permettendo ai mercati europei di approvvigionarsi rispettando la lettera della legge, seppur aggirandone lo spirito.
Perché la Russia non è stata piegata con le sanzioni
A distanza di anni dall’inizio del conflitto, appare sempre più evidente come la strategia sanzionatoria verso la Russia sia in buona parte fallita. Le sanzioni avrebbero dovuto indebolire Mosca fino a piegarla, mentre l’invio di armi all’Ucraina doveva servire solo temporaneamente, il tempo di far resistere il Paese in attesa della “portentosa forza d’urto” delle misure economiche. Tuttavia, tali sanzioni non sono state condivise da gran parte del mondo non allineato con l’Occidente, e la Russia ha potuto contare su mercati alternativi, triangolazioni e partner commerciali che ne hanno attenuato l’impatto. Il risultato è che l’isolamento della Russia è rimasto parziale, mentre l’Europa, senza ammetterlo, continua in parte a dipendere da forniture energetiche che arrivano, direttamente o indirettamente, proprio da Mosca.
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