CyberCultura

Articoli scientifici da pubblicare: aperti, proprietari o misti?

I risultati della ricerca scientifica, bene comune pagato dai contribuenti, deve essere leggibile da tutti e in rete, ma anche così i costi ci sono e la coperta risulta sempre troppo stretta per le biblioteche universitarie
5 ottobre 2006
Alessandro Delfanti
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Chi ha detto che l'open access è una mania da smanettoni libertari? Negli Usa il «Federal Research Public Access Act» è stato scritto dal senatore repubblicano John Cornyn e da Joseph Lieberman, il democratico più a destra che ci sia, recentemente sconfitto alle primarie nel Connecticut.
In fondo la questione sollevata è semplice: perché i risultati delle ricerche degli enti pubblici, cioè quelle pagate da tutti i cittadini, non dovrebbero essere liberamente accessibili a tutti, ma solo a chi si abbona alle costose riviste scientifiche? I due senatori, insomma, vorrebbero obbligare i grandi enti di ricerca a mettere tutti gli articoli scientifici su archivi open dopo sei mesi dalla pubblicazione su rivista, rendendoli così consultabili gratuitamente a chiunque disponga di una connessione internet.
Niente di rivoluzionario, dato che i primi sei mesi sono il periodo di maggior interesse scientifico di una pubblicazione, e visto che nell'ultimo anno sia il Research Council britannico che la Commissione Europea si sono espressi a favore della pubblicazione open access delle ricerche finanziate con denaro pubblico.
Del resto un'indagine internazionale ha rivelato che nel 2005 il 29% dei ricercatori aveva pubblicato in forma open, contro il 18% del 2004. Sempre negli Stati Uniti i National Institutes of Health hanno già una politica simile, anche se su base volontaria (http://publicaccess.nih.gov/).
Nel coro quasi unanime dei favorevoli alla proposta, tra cui tantissimi , ma non gli editori delle riviste scientifiche a pagamento, pochi giorni fa è emersa una voce discordante: una decina di istituzioni di pubblicazione scientifica no-profit si sono dichiarate contrarie e hanno scritto una lettera aperta ai due senatori.
Gli aderenti alla DC Principles Coalition ritengono che questo provvedimento possa «forzare alcuni giornali a passare a un modello di pubblicazione che richiede agli autori di pagare per le loro pubblicazioni attraverso i fondi federali, diminuendo i fondi utilizzabili per la ricerca» (http://www.dcprinciples.org/LiebermanLetter.pdf). In effetti il punto è proprio questo: chi paga l'open access?
In gioco ci sono diverse variabili, non solo gli interessi economici degli editori. Per esempio, se internet permette di pubblicare una rivista on line a costi irrisori, restano comunque i costi della peer review, il processo di verifica dell'attendibilità e dell'interesse scientifico di un articolo. Proprio su di esso che si fonda l'autorevolezza di una rivista. Quindi, se i lettori non pagano, devono essere gli autori a sobbarcarsi la spesa.
Le riviste open access già esistenti come Public Library of Science (Plos) o BioMedCentral chiedono agli autori un contributo che copre le spese editoriali e di revisione: recentemente hanno aumentato i prezzi, che ora variano dai 1500 ai 2500 dollari per articolo, ma, secondo dati pubblicati in giugno da Nature, entrambi i gruppi editoriali hanno un bilancio in rosso.
Da alcuni mesi però anche gli storici Proceedings of the National Academy of Science permettono agli autori di scegliere la forma di pubblicazione del loro paper, chiedendo 1000 dollari a chi opta per l'open access. Circa il 19% decide di pagare, e il risultato è che i loro lavori raddoppiano le probabilità di essere citati in bibliografia dai colleghi.
In effetti, anche se in un modello open access il costo della pubblicazione gravasse sui finanziamenti del progetto di ricerca, si tratterebbe mediamente dell'uno o del due per cento dei fondi totali. E comunque la pubblicazione open access su internet servirebbe anche per risparmiare le cifre elevatissime che le università spendono per gli abbonamenti alle riviste e anche quelli sono soldi tolti alla ricerca, che oggi soffre anche la scarsa circolazione dei dati scientifici.
Con il sistema attuale, per esempio, molte università non riescono a sostenere i costi degli abbonamenti, e stanno impoverendo rapidamente le loro biblioteche. Uno studio sulle biblioteche scientifiche commissionato nel marzo di quest'anno da Aplsp, un'associazione di editori, ha rivelato che il prezzo delle riviste è stato sino ad ora molto più importante della concorrenza degli archivi open access nella scelta di disdire un abbonamento, ma prvede che già nei prossimi cinque anni gli archivi potrebbero diventare la causa principale dell'abbandono delle riviste classiche (http://www.alpsp.org/publications/libraryreport-summary.pdf).
Un interessante laboratorio per l'open access è, già oggi, la comunità dei fisici. Per loro i due modelli - riviste tradizionali e archivi open - convivono da tempo: da anni quasi il 100% degli articoli viene pubblicato senza spese su arXiv - un archivio ad accesso libero che ogni fisico consulta quotidianamente - prima di essere sottoposto alla peer review e stampato sulle riviste di settore, le quali però continuano a garantire autorevolezza e riconoscimento accademico, e che almeno per ora non hanno subito ripercussioni negative.

Articoli correlati

  • AI - La nuova corsa agli armamenti
    Disarmo
    Intelligenza artificiale e armi autonome

    AI - La nuova corsa agli armamenti

    USA e Cina, e non solo, gareggiano sul fronte pericoloso della delega delle operazioni militari a sistemi autonomi in contesti sempre più complessi, come i combattimenti in volo
    3 dicembre 2020 - Francesco Iannuzzelli
  • TPAN: depositata interrogazione parlamentare sulla mancata firma dell'Italia
    Disarmo
    il nostro paese ospita testate nucleari

    TPAN: depositata interrogazione parlamentare sulla mancata firma dell'Italia

    Il “nuclear sharing” in Italia si traduce nel dare ospitalità a decine di testate nucleare statunitensi
    25 novembre 2020 - Rossana De Simone
  • La bambina e la gang
    Pace
    Razzismo negli Usa

    La bambina e la gang

    Aveva sei anni e solo con la scorta riusciva a entrare in classe. Nel 1960 Ruby Bridges fu la prima afroamericana della sua scuola a New Orleans. All'esterno, una combriccola aggressiva le faceva la posta, un gruppo di donne ostili le rese la vita un inferno
    22 novembre 2020 - Jasmin Lörchner
  • USA e... getta una nuova luce!
    Sociale
    Elezioni oltreoceano

    USA e... getta una nuova luce!

    Non trascurabile, inoltre, il numero di donne elette. Chissà se siamo finalmente in presenza della svolta buona per una politica più giusta per uomini e donne, per le etnie e comunità che rappresentano, per le fedi vive che professano.
    10 novembre 2020 - Virginia Mariani
PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Sito realizzato con PhPeace 2.6.38 - Informativa sulla Privacy - Informativa sui cookies - Diritto di replica - Posta elettronica certificata (PEC)