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Gli ambientalisti: pericolo polonio all'Ilva

I tecnici Arpa chiedono controlli. L'azienda: allarmismo, intervenga la procura. In Gran Bretagna, nelle acciaierie Corus sono state trovate da anni tracce di radioattività. Ieri è stata decisa la cassa integrazione per duemila dipendenti
31 ottobre 2008
Carlo Vulpio
Fonte: Corriere della Sera

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TARANTO — Tenetevi forte. Nella città più inquinata dell'Europa occidentale per emissioni industriali non c'è soltanto una valanga di diossina (il 92% di quella prodotta in Italia e l'8,8% del totale europeo). A Taranto si convive anche con la radioattività del piombo 210 e del polonio 210, sostanza, quest'ultima, con cui fu avvelenato Aleksandr Litvinenko, l'ex agente del Kgb inviso a Putin.

Come per la diossina, a lanciare l'allarme sono ancora una volta le associazioni. L'Ail, l'associazione contro le leucemie, Peacelink e Comitato per Taranto. Come per la diossina, si arriva a «scoprire» il pericolo radioattività soltanto dodici anni dopo che è stato scoperto, e affrontato, all'estero.

Ma a differenza di quanto accaduto per la diossina, adesso a chiedere controlli immediati per la radioattività sono, oltre alle associazioni, anche i tecnici della stessa Arpa, l'agenzia di protezione ambientale, che, si scopre oggi, finora ha «controllato» i camini dell'Ilva, l'acciaieria più grande d'Europa, attraverso un collegamento online il cui software è gestito dalla stessa Ilva.

Proprio da quei camini, in particolare da quello dell'impianto di agglomerazione, il camino E-312, alto 212 metri, verrebbero emessi, con la diossina, il piombo e il polonio radioattivi. A dirlo, ben prima delle associazioni e dei tecnici, sono stati altri due giganti dell'acciaio, l'inglese Corus e la cinese Baosteel, che la diossina la misurano in propri laboratori fin dal 1994, quando in Italia si faceva finta di niente. Corus in particolare ha sempre rimproverato agli italiani di produrre in condizioni di concorrenza sleale, «come si fa nel Terzo Mondo». Certo, per ragioni commerciali più che di tutela della salute e dell'ambiente. Ma questo non cambia la sostanza delle cose. Ciò che conta è che Corus, nel 1996, appena avverte il rischio di radioattività lo comunica al governo inglese. Che misura, riscontra la radioattività e obbliga Corus a ridurla ai minimi termini, pena il mancato rilascio dell'Aia (l'autorizzazione integrata ambientale).

In Italia, nulla di tutto questo. Eppure, il processo di agglomerazione (il primo trattamento del minerale di ferro, che può contenere quell'uranio 238 da cui poi si formano il piombo e il polonio) è lo stesso. «Ciò che ci interessa ora è la soluzione del rischio diossina e radioattività - dicono le associazioni - . Chi ci riuscirà passerà davvero alla storia. La polemica politica invece appartiene a un passato in cui nessuno schieramento può dirsi incolpevole».

Se non ci fossero state le associazioni, con le loro analisi «parallele» e autofinanziate, forse non avremmo mai saputo che dal camino E-312 fuoriuscivano 7 nanogrammi per metro cubo di diossina, un'enormità per la salute e per i limiti europei (0,4 ng), ma non per i limiti italiani (100 ng). Così è adesso per il piombo e il polonio, che però vanno «certificati » con analisi ufficiali, ovviamente fatte in modo corretto e in contraddittorio fra le parti.

L'Ilva però non ci sta. E attraverso Girolamo Archinà, ex operaio delle cokerie oggi portavoce dell'azienda, contesta i dati sulle emissioni, sostiene che la campagna di ambientalizzazione è in corso e chiede che «nei confronti di chi allarma la gente con notizie come quella del bambino di 13 anni malato di tumore da fumo per colpa della diossina, intervenga la procura». Ma Patrizio Mazza, l'ematologo che ha scoperto il caso, conferma la sua diagnosi. Mentre le associazioni, con in testa l'ingegnere Biagio De Marzo, sfidano Ilva, Governo e Regione Puglia a un confronto pubblico, in passato sempre rifiutato sia dall'Ilva che dai governi regionali, compreso l'ultimo assessore all'Ambiente, Michele Losappio (Rifondazione).

Eppure, secondo gli esperti della materia, una via d'uscita, e veloce, ci sarebbe. Da un lato, con un provvedimento (come in Friuli-Venezia Giulia) che porti la Puglia in Europa e fissi a 0,4 nanogrammi il limite per le diossine. Dall'altro, con l'installazione dei «filtri a manica », che costerebbero 80 milioni di euro (l'utile Ilva del 2007 è stato di 878 milioni) e abbatterebbero in un colpo solo polveri, diossina, le altre sostanze cancerogene e anche quelle radioattive.

Ieri però, nonostante il vento forte, l'aria di Taranto si è fatta ancora più «irrespirabile». Duemila dipendenti, ha deciso Ilva, finiranno in cassa integrazione.

Allegati

  • Corriere della Sera 31.10.2008

    Carlo Vulpio
    219 Kb - Formato pdf
    Estratto del Corriere della sera del 31.10.2008, pag. 24

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