Difendiamo chi ci difende, ovvero i “whistleblower” (le “gole profonde”)

Per proteggerci dai reati alimentari, ambientali e altri, tuteliamo meglio i nostri “whistleblower”

Quanti dipendenti di aziende alimentari, sapendo di frodi commesse dalla loro azienda, rinunciano a denunciarle per paura di rappresaglie? Idem per gli altri tipi di azienda. E noi ne paghiamo le conseguenze! Oggi chi denuncia reati è insufficientemente tutelato. Ne sa qualcosa Julian Assange.
21 ottobre 2021
Patrick Boylan

CELEBRI WHISTLEBLOWERS: Scultore Davide Dormino in piede sulla sua scultura-installazione "Anything to Say?", che raffigura (da destra) Chelsea Manning, Julian Assange, Edward Snowden.

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Esiste in inglese la parola “whistleblower” (spesso tradotta in italiano con l’espressione “gola profonda”) che viene usata per designare chi osa denunciare pubblicamente le frodi o gli altri reati di cui viene a conoscenza nell’ente o nell’azienda dove lavora – dopo, naturalmente, aver cercato inutilmente di porre rimedio dall’interno dell’organizzazione e dopo aver fatto un esposto alla Procura rimasto inascoltato.

In altre parole il whistleblower, avendo rilevato comportamenti aziendali dannosi al pubblico e non disponendo di altri mezzi di ricorso, sceglie comunque di non rimanere zitto, di non guardare dall’altra parte, di non lavarsene le mani come Ponzio Pilato. Denuncia pubblicamente i fatti rilevati, costi quel che costi, e chiede giustizia.

Rita Atria, la giovane siciliana di Partanna e figlia di un capo mafioso, è stata una famosa whistleblower italiana. A soli 17 anni ha osato rivelare al magistrato Paolo Borsellino gli omicidi e i traffici illeciti di cui erano colpevoli i malavitosi della sua città, in apparenza imprenditori rispettabili. Sono finiti tutti quanti in galera.

Ma i whistleblower esistono anche fuori dalla Sicilia. In tutta l’Italia si trovano persone che osano mettere sotto accusa l’ente per il quale lavorano. Anzi, il loro numero è in forte crescita, afferma l’Autorità Italiana Anti-Corruzione (vedi qui e qui.).

E’ il caso, ad esempio, di Andrea Franzoso, un giovane dipendente delle Ferrovie del Nord Milano che nel 2015 ha osato denunciare gli atti di corruzione del Presidente del suo ente, facendolo condannare per peculato e truffa

La triste realtà, tuttavia, è che la maggior parte dei dipendenti aziendali non è diversa dalla maggior parte dei militari, dalla maggior parte degli ecclesiastici e dalla maggior parte dei sportivi professionisti – per nominare tre categorie scelte non a caso. Tutti quanti, venendo a conoscenza di reati commessi al loro interno, preferiscono guardare dall’altra parte, per paura di rappresaglie o comunque per quieto vivere. Certo, esiste una legge italiana del 2017 ed è stato emanato nel 2019 un Direttivo Europea, che offrono entrambi delle protezioni ai whistleblower contro le rappresaglie. Ma queste tutele non sono affatto sufficienti.  I whistleblower rimango comunque una minoranza nella società italiana.

E siamo noi che ne paghiamo le conseguenze.

Infatti, possiamo solo chiederci quanti additivi illeciti vengono utilizzati nei nostri alimenti o quali coloranti cancerogeni vengono usati nei vestiti per i nostri bambini o quanti acque industriali contaminate vengono riversate nei campi dove passeggiamo, malgrado tutti i divieti e tutte le ispezioni del NAS. Rimaniamo sempre nel dubbio perché chi è veramente a conoscenza di questi reati – cioè, i dipendenti degli enti o delle aziende che li commettono – non è incentivato a denunciarli e quindi, di regola, preferisce rimanere zitto per non avere problemi.

E’ per questo motivo che associazioni come The Good Lobby chiedono al legislatore di migliorare i meccanismi che garantiscono incolumità ai whistleblower; nel contempo, forniscono a chi pensa di fare il passo, utili consigli per proteggersi.

Anche noi, nel nostro piccolo, possiamo assecondare queste associazioni.  Come?  Tenendoci sempre pronti a sostenere i nostri colleghi e i nostri amici quando ci confidano di voler denunciare certi reati di cui sono venuti a conoscenza.

Proprio in questo mese, poi, è tornato alla ribalta un caso emblematico di whistleblowing internazionale – quello del giornalista australiano, Julian Assange, creatore del sito Wikileaks.

Interessarsi alle sue vicende e sostenerlo, nei limiti dei nostri mezzi, è senz’altro un atto concreto che possiamo fare per stare dalla parte di chi osa rompere il muro di omertà.

Assange, infatti, ha permesso ai whistleblower in tutto il mondo di caricare sul suo sito documenti attestanti misfatti – dalla frode alimentare alla frode in atto pubblico, dai crimini contro il patrimonio naturale ai crimini di guerra – e di farlo anonimamente, senza la minima possibilità di essere rintracciati. Assange e la sua squadra vagliano poi accuratamente ogni documento ricevuto e ne accertano l’autenticità e la fondatezza delle accuse. Poi pubblicano il documento in modo che sia visibile a tutti. Così la verità viene a galla.

Un esempio: nel 2010, nel bel mezzo della guerra USA/NATO in Iraq, iniziata con la bugia di inesistenti armi irachene di distruzione di massa, un giovane soldato americano, Private Manning, ha inviato a Assange il video di un massacro di civili iracheni da parte di un elicottero statunitense. In pratica, Manning ha fornito la prova di un crimine di guerra commessa dalle forze di occupazione USA/NATO. Una prova indiscutibilmente autentica, perché il video è stato filmato dall’elicottero stesso. Manning doveva poi solo archiviarlo e dimenticarlo. Invece l’ha inviato a Wikileaks.

Per la prima volta, dunque, il pubblico statunitense e mondiale ha visto con i propri occhi l’orrore di quella guerra bugiarda “per portare la democrazia agli iracheni”. Spinto dall’opinione pubblica disgustata, l’allora Presidente Bush ha, alla fine, optato per il ritiro delle truppe.

Alla notizia del ritiro, Julian Assange ha esultato. “Se le bugie possono servire per iniziare le guerre, rivelare la verità può servire per fermare le guerre,” ha detto con una frase diventata celebre.

Non hanno esultato, invece, il Pentagono e lo State Department statunitnesi. Erano furibondi e hanno ordinato la persecuzione giudiziaria dell'editore di Wikileaks, durata undici anni. Attualmente Assange è nella prigione di Belmarsh a Londra, in attesa di un’udienza il prossimo 27-28 ottobre. L’Alta Corte britannica deve decidere se spedirlo negli USA dove sarà certamente processato ai termini dell’Espionage Act del 1917 e probabilmente condannato a 175 anni di galera. Eppure Assange non è un cittadino statunitense; è un cittadino australiano che ha sempre vissuto e lavorato in Europa.

Ma non ci sono leggi e direttivi negli Stati Uniti che proteggono i whistleblower?”, ci si potrebbe chiedere. La risposta è sì, esistono, ma il Dipartimento di Giustizia ha fatto sapere che non verranno applicati a questo caso.

Eppure, il “reato” di Assange è stato soltanto quello di pubblicare le notizie fornitegli dal Private Manning. Semmai è Manning il whistleblower mentre Assange è un semplice giornalista o editore, che diffonde le notizie ricevute da fonti anonimi (dopo verifica e epurazione dei dati sensibili), come fanno tutti gli editori e giornalisti.

Difatti, Manning, inizialmente incarcerato per aver fornito il video a Wikileaks, è stato poi graziato dal Presidente Obama proprio in quanto whistleblower. Ma allora perché l’accanimento contro Assange per tutti questi anni?

E’ presto detto: al governo americano non interessa intimidire questo o quello whistleblower – sono bruscolini. Vuole chiudere il sito Wikileaks e, attraverso l’intimidazione, avvertire qualsiasi altro editore di non diffondere in primis i documenti di cui viene a conoscenza se attestano i crimini di guerra delle forze armate USA. La parola chiave è “in primis”. I giornali che hanno ripreso le notizie diffuse da Assange non vengono processati (sarebbe violare la libertà della stampa). Ma colui che ha potuto fornire loro in primis quelle notizie sì, perché quella persona – Julian Assange – ha agito al di fuori del controllo economico-finanziario “normalizzante” che invece i comuni editori subiscono. Inoltre ha creato un sistema di raccolta di informazioni a prova di bomba e devastante per il mantenimento delle narrative mainstream. In altre parole, al governo USA non interessa fermare i rivoli (ossia i giornali che ripubblicano le notizie divulgate), vuole arrivare alla fonte e chiudere per sempre quel rubinetto

Ma la persecuzione di Assange, dal momento che è diventata di dominio pubblico, rischia di avere effetti molto negativi sulla società in cui viviamo. La conoscenza di quella persecuzione non può che frenare, ad esempio, un militare, un ecclesiastico, uno sportivo che altrimenti avrebbe forse denunciato gli abusi di cui è venuto a conoscenza. Per loro, la persecuzione implacabile di Assange non può che servire di ammonimento: non conviene fare il whistleblower, vedi cosa ti succede se apri il becco? 

Ecco perché noi, con The Good Lobby, dobbiamo invece incoraggiare sempre più whistleblowers, in tutti gli enti, in tutte le aziende, in tutte le istituzioni. Più sono e più saremo tranquilli quando acquistiamo prodotti alimentari industriali, o quando affidiamo i nostri bambini ad una istituzione ecclesiale, o quando vediamo un giovane partire per il servizio militare. Noi e loro ci sentiremo davvero protetti solo se, grazie ad un rifiuto generalizzato dell’omertà e alla presenza diffusa di whistleblower nel paese, non ci saranno più segreti inconfessati dietro le mura di un’azienda alimentare, di una caserma, di una casa di riposo, di una colonia estiva per bambini.

Rivendicare la libertà di Julian Assange vuol dire rivendicare il nostro #DirittoDiSapere quello che avviene realmente nel mondo intorno a noi.

Possiamo informarci sul caso Assange facilmente in lingua italiana, andando sul sito www.peacelink.it; basta cliccare su “cerca” in alto e poi scrivere il nome Assange. Verranno fuori tanti articoli interessanti. Per informarsi delle tante iniziative a favore di Assange, invece, PeaceLink ha creato una apposita pagina su notion.site – cliccare qui.

Inoltre possiamo andare sul sito degli Statunitensi per la Pace e la Giustizia (Roma) e visitare la loro pagina su Assange in lingua italiana: cliccare qui.

Per far sentire la nostra voce, possiamo firmare la petizione lanciata dagli Statunitensi per la Pace e la Giustizia, insieme agli Italiani per Assange e al DiEM25 in Italia. La petizione si trova qui: https://chng.it/ppg2dxtr

Infine, possiamo assistere in remoto a due eventi a favore di Assange che si svolgono nei prossimi giorni:

il Tribunale di Belmarsh che avrà luogo il 22 ottobre e che seguirà le orme del famoso Tribunale Russell del 1966. Il Tribunale Russell ha potuto condannare in contumacia per crimini di guerra l’allora Presidente degli Stati Uniti Lyndon B Johnson per il suo bombardamento a tappetto della Cambogia. Questa nuova edizione del Tribunale, invece, processerà i leader degli Stati Uniti e del Regno Uniti in questi ultimi 10 anni, per i loro crimini di guerra in Afghanistan e Iraq; verranno usati come prove proprio i documenti che Julian Assange ha reso disponibili attraverso il suo sito Wikileaks. Inoltre il Tribunale processerà questi due paesi per i loro crimini contro i diritti umani di Julian Assange, da 10 anni perseguito e perseguitato da loro. Si può assistere al Tribunale tramite YouTube cliccando qui.

la Conferenza Stampa alla Camera dei Deputati, Roma, il giorno 26 ottobre dalle ore 16 alle ore 17. Moderata dal noto giornalista della RAI Riccardo Iacona, la conferenza vanta una serie di personalità internazionali – come Daniel Ellsberg, per citarne solo uno – che spiegheranno perché l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti sarebbe una mostruosità giuridica. Si potrà seguire l’evento in diretta streaming sull’apposita pagina della Camera dei Deputati a partire dalle ore 16: http://webtv.camera.it .

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