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    Cosa rimane in piedi dei valori di pace e libertà, di pluralismo e solidarietà?

    Il compito di difendere la Costituzione italiana nata dalla Resistenza

    Oggi che gli uomini della Resistenza non ci sono più, ricade sulle nostre spalle la responsabilità di assumerci il compito di difendere i valori e i principi della Costituzione, a partire dalla pace, dalla libertà e dal ripudio della guerra.
    24 aprile 2026 - Domenico Gallo
  • Storia della Pace
    Lettera a uno studente

    Quei muri che raccontano una storia di Resistenza

    Ti presentiamo la storia delle immagini di chi ha lottato contro il nazifascismo e degli artisti della street art che oggi rievocano quel messaggio di resistenza e di libertà.
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  • Editoriale
    Dalla lotta al nazifascismo al ripudio della guerra

    Perché il 25 aprile ci parla del futuro

    La Resistenza ci insegna che anche nelle situazioni più difficili è possibile opporsi al male, rompere l’indifferenza, costruire legami di solidarietà.
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    Amnesty International: "The EU has failed"

    The proposal to suspend the EU-Israel agreement was launched by Spain, Ireland, and Slovenia over war crimes against the Palestinian population and in Lebanon. However, Italy and Germany vetoed the proposal.
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    German youth challenge Chancellor Merz's draft

    "Merz, lick my balls"

    The slogan "Merz leck eier," written on a sign confiscated by police during a peace demonstration, is making the rounds in German schools. Students are organizing a major school strike on May 8th against military conscription.
    22 aprile 2026 - Redazione PeaceLink

Forum: Segnalazioni

23 novembre 2004

Convegno del 19 novembre sulle basi militari di Taranto

Autore: Giovanni Russo Spena
Fonte: 03.01.2005 - Intervento al convegno sulle basi militari di Taranto

Mi dispiace non essere con voi. Tento di farmi perdonare accennando a due osservazioni intorno alle quali avrei sviluppato il mio intervento.
L’orgia militarista scandisce, ormai, ore, minuti, secondi della nostra quotidianità, invade i nostri territori nella <> ossessiva ed autistica della guerra preventiva, infinita, globale. <> l’ordine del Pentagono. È la metafora della legge marziale e di quel conseguente <>, di quel neoautoritarismo emergenziale globale che colpisce, reprime il conflitto ed i movimenti come “fronte interno” della guerra stessa. Perché la guerra è, oggi, livello estremo di tecnologia distruttiva ma anche colossale mistificazione politico/culturale (facciamo la guerra, dice Bush, per portare democrazia, libertà e, insieme, per salvare il modello di vita, di produzione, di consumo di tutti i paesi ricchi; che vanno, quindi, allineati nella nuova “crociata”; e i “disertori” vanno puniti). Non a caso: sulla civiltà mesopotanica piovono bombe e, insieme, la violenza dei libri per le future elementari scritti e stampati negli USA. Gli iracheni dovranno imparare da piccoli libero mercato e “pax statunitense”. Questo è lo scontro devastante tra civiltà. Mutano i paradigmi e le strutture ideologiche: la guerra preventiva si fa essa stessa politica, teoria politica contemporanea. Le risorse vengono, per questo, dirottate violentemente dallo stato sociale alle spese militari, allo “stato penale globale”. Credo che tocchi al nuovo movimento pacifista mettere e fuoco la contraddizione insanabile tra aumento delle spese militari e pace, rilanciando la centralità della concezione del disarmo, costruendo obiettivi, vertenze, lotte quotidiane. La pace non è, infatti, assenza di guerra; è un piano di obiettivi di disarmo, di lotta contro i territori militarizzati, sequestrati per la guerra. Credo che dobbiamo impegnarci a costruire quotidianamente pratiche antimilitariste, obiezioni di coscienza e fiscali alle spese militari, lotte al commercio delle armi e alla produzione di esse, anche con progetti di riconversione dal militare al civile. La campagna per la chiusura delle basi militari è uno degli obiettivi tesi a disarticolare i “modelli di difesa imperiali”, fondati sui militari “professionisti di guerra” e sui territori sottratti alla socializzazione e messi al lavoro per la guerra.
In secondo luogo (come piano strategico che deve vivere nei programmi di lotta quotidiana), noi dobbiamo rifiutare la trasformazione del Mezzogiorno in piattaforma armata nel Mediterraneo, dentro la nuova strategia USA di spostamento delle strutture armate per controllare le risorse energetiche e proteggere i propri protettorati nel Medio Oriente e nei Sud del mondo. Perché non far ripartire la ricerca politica e sociale sulla “regione Euromediterranea”? il capitale guarda al Sud disegnando, per esso, un ruolo futuro “modernamente coloniale”, zona franca della precarizzazione e militarizzazione assoluta del territorio. Chiudere le basi, riappropriarsi del territorio, significa contrastare questo destino del Sud dentro la globalizzazione liberista, significa delineare il Mediterraneo come mare di pace, di inclusione, di rapporti, relazioni, cooperazioni, di accoglienza dei migranti e non come frontiera blindata che

esclude. Da questo punto di vista ritengo che la “nuova questione meridionale” vada assunta complessivamente, in quanto cerniera tra il Mediterraneo e l’Unione Europea, come “questione Euromediterranea”.
Continuerò, dunque, ad essere partecipe del vostro impegno,che ritengo non contingente e settoriale, ma fondamentale per delineare una strategia alternativa.

Giovanni Russo Spena

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