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Chi c'è dietro il grande orecchio?

22 settembre 2006 - Mauro Paissan (membro dell'Autorità garante per la privacy)
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

E' difficile districarsi nel verminaio venuto alla luce in queste ore in occasione del vero scandalo Telecom, quello fatto emergere dall'inchiesta della magistratura milanese. Un verminaio a suo modo «moderno», tutto giocato sull'uso disinvolto dei nuovi strumenti tecnologici: il computer, il telefono, le telecamere. Si intercetta, ci si connette, si videoriprende. Come se il malaffare - imprenditoriale, politico, istituzionale, criminale - venisse facilitato, quasi banalizzato, dalle opportunità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione.
Il quadro è a dir poco inquietante. Siamo di fronte a una vera questione democratica. Colpisce al riguardo la mancanza di adeguata reattività della politica, che in queste ore preferisce trastullarsi a ridacchiare delle gaffesdi Prodi, mentre davanti ai nostri occhi scorrono le immagini di una potenziale centrale eversiva.
Dobbiamo chiarirci le idee sulla natura dei problemi. Abbiamo a che fare con una decina di fronti. Affastellarli, confondendoli, non aiuta a capire.
C'è - primo fronte - una questione, ormai endemica, di un uso eccessivamente disinvolto delle intercettazioni legali, quelle disposte dalla magistratura. Il loro numero è abnorme rispetto agli altri paesi europei. Come se ciò non bastasse, il loro contenuto finisce spesso su giornali, senza alcun rispetto delle garanzie e della dignità di persone magari nemmeno coinvolte nelle inchieste in corso. Questo comportamento dei media, privo di ogni filtro, sta inducendo il parlamento ad approvare una legge restrittiva che prevede pesanti sanzioni ai giornalisti.
C'è poi lo scandalo delle intercettazioni illegali, clandestine. E' la notizia scoppiata l'altro ieri con numerosi arresti. Chi è il direttore d'orchestra di questi abusi che hanno colpito migliaia di cittadini sottoposti a controlli illegali? Costoro si troveranno tra qualche giorno messi alla berlina con le loro frasi pubblicate sui giornali?
Non sottovalutiamo poi il vero e proprio commercio dei dati di traffico telefonico. Basta sapere a chi (e quando) telefono per definire la mia identità, non è necessario sapere anche che cosa dico o mi viene detto. L'Italia è primatista europeo nella durata di conservazione dei dati telefonici.
Dall'inchiesta milanese emerge poi un subscandalo: componenti delle forze dell'ordine accedono con la loro password al centro elaborazione dati del ministero dell'interno ed estraggono dati personali, soprattutto giudiziari, che passano dietro compenso a centrali clandestine.
In questo quadro, ancor più inquietanti appaiono le misure che alcune procure hanno adottato nei confronti di giornalisti rei di aver informato su tali argomenti. Sequestro di computer, copiatura di file, intrusione in archivi, schedari, corrispondenza privata, documentazione varia. Rischia tra l'altro di andare alla malora il principio del segreto professionale sulle fonti delle notizie. E intanto altri giornalisti vengono arruolati dai servizi segreti, che impostano così proprie campagne stampa.
Può il cittadino sentirsi tranquillo in questo scenario? Può ritenersi tutelato a sufficienza dalla politica e dalle istituzioni? Trovandomi, personalmente, a operare in un'Autorità di garanzia posta a tutela proprio dei diritti violati da queste torme di spioni, sento in queste ore una responsabilità supplementare. Con i diritti individuali di molte persone, sono in gioco i fondamenti stessi della convivenza democratica.

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