Informazione sull'Iraq? Manipolata, mistificata, unilaterale, bugiarda

Intervista di Articolo 21 a Giulietto Chiesa
10 ottobre 2004
a cura di Carlo Emanuele Trappolino

"Andate a vedere i primi dieci minuti del film di Michael Moore, Fahrenheit 9/11. In quei primi dieci minuti si vede in che stato è la democrazia americana". E' uno dei passaggi salienti della nostra intervista "a tutto campo" a Giulietto Chiesa, neoparlamentare europeo, in seguito alla pubblicazione sull'Unità della lettera, del 4 ottobre, rivolta al Presidente del Parlamento europeo Josep Borrel... L'occasione è particolarmente significativa perché ci permette da un lato di analizzare la crisi irakena nella sua drammaticità anche, e soprattutto, in relazione al tema dell'informazione, e dall'altro di spostare l'attenzione sul ruolo che può e deve necessariamente svolgere il Parlamento europeo. Nella lettera, i firmatari - insieme a Chiesa, Andrew Duff (Alde), Angelika Beer (Verdi), Véronique De Keyser (Pse), Antonio Di Pietro (Alde), Lilli Gruber (Pse), Luisa Morgantini (Gue), Michele Santoro (Pse) - sollecitano il Presidente Borrel a inviare in Iraq una delegazione parlamentare con il mandato conoscitivo di consultare tutte le forze politiche, religiose, etniche irakene e i governi dei Paesi vicini, e comunque influenti sulla situazione. L'Europa, come entità politica - continua la lettera -, non è corresponsabile di questa tragedia e, proprio per questo, è oggi in condizione di svolgere un ruolo di pace e costruttivo insostituibile. Partiamo proprio da questo ruolo insostituibile che l'Europa deve svolgere e dalle motivazioni che, in questo momento particolarmente delicato, ti hanno portato a denunciare nella lettera la condizione di impotenza del Parlamento europeo di fronte al dramma irakeno. Io denuncio in generale l'impotenza di tutta l'Europa. Sono stato motivato da questo fatto: noi non abbiamo osservatori diretti, non abbiamo informazioni dirette, siamo costretti a guardare dall'esterno una realtà che ci viene presentata in modo molto deformato, sia dall'attuale governo provvisorio sia dalle truppe di occupazione. Occorre che il parlamento sia in condizione di farci una propria idea di quello che sta succedendo, perché non vorremmo trovarci - come ho scritto - di fronte al fatto che all'inizio del prossimo anno si tengano elezioni che sono una clamorosa manipolazione della situazione reale, che ci diano per buone elezioni che non possono essere buone. Bisognerebbe, quindi, che il Parlamento in quanto tale non affidasse né al Consiglio dei Ministri, né alla Commissione, il compito di esaminare la situazione sul campo. Nel merito della richiesta che tu e i firmatari fate, il Parlamento Europeo deve assumere una funzione politica determinante. Ma come si realizza concretamente questo impegno? A partire da un contatto diretto con tutte le forze che sono sul terreno, e andando a parlare con tutti quelli che partecipano, incluso, se possibile, alcuni dei rappresentanti di questa resistenza popolare che è un evidente fatto politico sul campo, inequivocabile. Dobbiamo sancire il fatto che non è solo il Governo provvisorio che ci deve dare informazioni, ma anche coloro che si oppongono all'attuale governo in tutte le sfumature intermedie. In questo senso chiediamo una delegazione parlamentare che svolga una funzione informativa nel Parlamento. Io aggiungo un altro elemento: i popoli europei, secondo tutti i sondaggi, sono stati contrari a questa guerra, e noi parlamentari europei rappresentiamo esattamente i popoli europei. Siamo quindi chiamati a svolgere una funzione evidente di rappresentanza dei nostri elettori; è questo un modo, anche, per valorizzare fortissimamente il ruolo rappresentativo del Parlamento europeo. Tornando alla situazione irachena, quale significato e quale ruolo possiamo attribuire alle future elezioni che, secondo la risoluzione n. 1546 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dovrebbero svolgersi a gennaio? Il ruolo di queste elezioni è, secondo me, nullo. Già sappiamo, infatti, fin d'ora che non si terranno su tutto il territorio e che si svolgeranno in condizioni di guerra. Bene, come si possano fare delle elezioni in queste condizioni, per me, è incredibile. Tuttavia, sfortunatamente, se la gestione di questa situazione non verrà resa pubblica, pubblica internazionalmente, e a quanto pare neanche Kofi Annan, segretario generale dell'ONU ci crede, noi rischiamo si trovarci di fronte a vincitori che non hanno vinto niente, che non rappresentano nessuno. E questo aumenterà la crisi di tutta l'area. In qualche modo, sapere se vale la pena fare queste elezioni e quanto valgono queste elezioni, diventerà un elemento conoscitivo di enorme rilevanza politica. Sottolinei giustamente la necessità di rendere pubblica la gestione di questa situazione, mettendo in evidenza le difficoltà di chi si occupa di informazione... Non per niente questa lettera è stata firmata da tre giornalisti italiani che conoscono bene la situazione, oltre a me ci sono Santoro e Gruber, tutti e tre i parlamentari giornalisti hanno firmato, e questo significa molto. Noi tutti siamo perfettamente consapevoli che la gran parte del pubblico italiano non è informata, né correttamente né scorrettamente, e che gran parte dell'informazione che arriva è manipolata, mistificata, unilaterale e bugiarda. A proposito di manipolazione e mistificazione dell'informazione, lo scontro politico-mediatico tra Bush e Kerry, al di là del valore immediatamente contingente che esiste ed è innegabile, ci obbliga a riflettere sulle condizioni della democrazia americana. Tu, come giornalista e parlamentare europeo, cosa puoi dirci? A questo riguardo, vorrei soltanto dire: andate a vedere i primi dieci minuti del film di Michael Moore, Fahrenheit 9/11. In quei primi dieci minuti si vede in che stato è la democrazia americana. Nell'anno 2000, di fronte a una evidente truffa elettorale, il partito democratico e il partito repubblicano, al cento per cento insieme, in senato rifiutarono di votare, bastava un solo voto, un solo senatore che accettasse le richieste dei deputati che si avvicendavano alla tribuna dicendo "non fate passare la truffa elettorale". Ebbene non c'è stato un solo senatore che abbia firmato quell'appello, e sarebbe stato sufficiente e necessario per impedire la truffa. Questo dimostra con molta evidenza - diciamo, addirittura, cinematografica - che in America, come dice Gore Vidal, non c'è un bipartitismo, ma piuttosto un unipartitismo, un monopartitismo perfetto. Perfetto nel senso che ha due ali tutte e due destre. Questo è quello che posso dire sulla democrazia americana in questo momento. Per cui se vince Kerry avremo una facciata un po' diversa, ma la sostanza sarà identica, e in ogni caso prima di decidere che vincerà Kerry bisogna stare attenti a quello che accadrà durante il mese di ottobre. Sono convinto, infatti, che la partita diventerà sempre più sanguinosa, quanto più il presidente Bush sarà in difficoltà. Le classi dirigenti americane hanno già deciso che Bush deve vincere e quindi faranno in modo che Bush vinca a tutti i costi. Questo significa che nell'attuale situazione di grave crisi internazionale, anche se Kerry dovesse vincere le elezioni, la strategia politico-militare degli Stati Uniti rimarrebbe fondamentalmente la stessa? Il presidente Kerry, se sarà presidente, dovrà tenere conto del fatto che l'America è un paese in grave crisi, politica ed economica. Di fronte a una situazione tremenda di indebitamento, il nuovo presidente dovrà parare le gravissime distorsioni che Bush ha prodotto. Non credo quindi che possa girare il volante della macchina americana, né tanto né poco: sarà costretto a tenere con le unghie e con i denti l'Iraq e, se la resistenza non verrà maciullata e distrutta con le bombe, dovrà continuare la guerra. In ogni caso la stabilizzazione dell'area non è pensabile, per cui l'America si troverà, anche con Kerry, dentro la stessa operazione. Il pericolo gravissimo che io vedo è che in Italia ci sono forze del centro-sinistra che si dichiarano già adesso, in anticipo, pronti a sostenere gli Stati Uniti in questa seconda fase che sarà gestita, eventualmente, non più da Bush ma da Kerry. Ritengo che questa posizione sia una posizione senza senso, suicida, che dimostra che una parte del centro-sinistra italiano non ha capito niente di quello che sta accadendo nel mondo. Come giudichi il comportamento del centro-sinistra, in questa fase particolarmente delicata della vicenda irachena? Il centro-sinistra, di fatto, non sta facendo niente per incalzare il governo e la maggioranza parlamentare su questo terreno. Gli uomini del centro-sinistra continuano tranquillamente ad andare ai talk-show di Bruno Vespa che è il contrario del giornalismo e che è la legittimazione di un'informazione scandalosamente faziosa alla quale il centro-sinistra partecipa sistematicamente. Se continua ad avallare questo modo di fare informazione, allora, il centro-sinistra riassume un'altra volta tutta intera la gravissima responsabilità di disinformare il pubblico. Questo vale per tutti i dirigenti politici che partecipano alle trasmissioni di Bruno Vespa. Non sto dicendo di non partecipare a nessuna trasmissione, sto dicendo che ci sono alcune trasmissioni che sono l'emblema di questa epoca che nel futuro, se avremo ancora una democrazia, guarderemo con orrore. Mi domando come mai Fassino, Bertinotti, Diliberto, Letta, Rutelli e tutti gli altri continuano a partecipare a una trasmissione che è una vergogna e una offesa a tutti gli italiani. Non si fa niente quindi per combattere la situazione attuale; ci si limita a mugugnare ogni tanto, ma non si è capito che cosa sta accadendo o non lo si vuol capire. In un articolo di qualche giorno fa, sul Manifesto, denunciavi proprio queste ambiguità del centro-sinistra italiano. Ma come interpreti le evoluzioni del dibattito politico all'interno della coalizione? Mi è difficile capire, ma in queste circostanze, purtroppo, vedo l'accentuarsi delle spaccature all'interno del centro-sinistra. Non un processo di unificazione o comunque di convergenza. Vedo che c'è una parte che se ne va per conto suo verso quella che, nell'articolo sul Manifesto, ho definito una "resa preventiva". In queste condizioni unità a sinistra vuol dire unità per essere sconfitti. Se questo è quello che vogliono, questo avranno. E mi pare che questo sia proprio quello che vogliono. L'unità per essere sconfitti non è l'unità nella quale credo io, e non è l'unità nella quale credono milioni di italiani che hanno votato a sinistra. Per chiudere, torniamo alla lettera e alle considerazioni dalle quali eravamo partiti. In un quadro complessivo di grave crisi internazionale, caratterizzato dalla progressiva degenerazione delle tensioni e dalla moltiplicazione dei conflitti, qual è il ruolo che dovrà assumere l'Europa? Certo che siamo in una situazione internazionale di gravissima crisi, che si sta aggravando e che non ci sono all'orizzonte segni di miglioramento. Giudizio che coincide, del resto, con quello espresso nell'ultimo numero dell'Economist dall'editoriale che dice "guai all'orizzonte". Ci sono guai gravissimi all'orizzonte e l'origine principale di questi guai sta proprio negli Stati Uniti d'America. Sono convinto infatti che tutti gli europei e tutte le democrazie europee dovrebbero raccogliere le loro forze per fare in modo che l'Europa assuma un ruolo, velocemente, di moderazione e di dialogo con tutto il resto del mondo, anche a costo di lasciare soli gli Stati Uniti d'America quando rifiutano il dialogo. Bisogna dire che l'Europa deve svolgere questo ruolo se necessario da sola, se gli Stati Uniti non sono capaci di comprendere questa necessità inderogabile. Questo è quello che posso dire ora. Se io potessi influire su questa situazione direi proprio apertamente e pubblicamente questa cosa: con questo gruppo dirigente degli Stati Uniti noi andiamo ad una catastrofe e quindi dobbiamo sapere che l'Europa può evitare o contribuire ad evitare una catastrofe facendo un'altra politica.

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