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Il bello della Rete e quello dei quotidiani

La vendita di Slate al New York Times rende visibile il ritorno di interesse per le riviste di informazione on line. E' già finita la delusione successiva allo scoppio della «bolla» nel 2000? Ma il supporto cartaceo resta tuttora insostituibile
9 gennaio 2005 - Franco Carlini
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

«Venduto! Goodbye Bill G. - Hello, Don G.». Questa la scritta che compariva alla fine dell'anno sulla prima Home Page della rivista online Slate che annunciava appunto l'avvenuta vendita della testata. Il Bill a cui la rivista dà l'addio è Bill Gates, presidente della Microsoft, società che negli ultimi anni ha investito circa 20 milioni di dollari nella pubblicazione, ma che da tempo aveva deciso di liberarsene. Viceversa il Don G. a cui si dà il benevenuto è Don Graham, presidente e Chief Executive della Washington Post Co., il gruppo editoriale che oltre all'omonimo quotidiano controlla anche il settimanale Newsweek e che ha acquistato Slate per una somma non nota, ma verosimilmente attorno ai 15-20 milioni di dollari. Slate fu una delle prime riviste online al mondo, fondata nell'ormai lontanissimo 1996 con le ambizioni di un magazine critico e culturalmente alto. Non ebbe mai grandi fortune commerciali, un po' perché sull'Internet tutti sono abituati ad aspettarsi i contenuti gratis e un po' perché la pubblicità in forma di banner non risultò mai adeguata. Resta comunque un luogo interessante di idee e cultura (l'altro esempio solo online è Salon); attualmente impiega 30 dipendenti e registra circa 5-6 milioni di visitatori al mese che non sono affatto male per quel tipo di pubblicazione colta.

Questa svolta segnala un'interessante anche se parziale inversione di tendenza: ci fu un periodo iniziale dell'Internet (diciamo fino al 2000), in cui si pensò che l'emergere del nuovo mezzo avrebbe eroso se non eliminato la carta stampata. Vennero poi le delusioni cocenti, in corrispondenza dello scoppio della bolla Internet, e con esse molte chiusure repentine di testate online.

Oggi il vento sembra di nuovo girare, per diversi motivi. Il primo è che le connessioni alla rete Internet continuano a crescere in tutto il mondo e che fanno parte normale della normale vita quotidiana di milioni di persone, verosimilmente un miliardo. Non c'è più nulla di strano né di esotico nel sedersi al computer d'ufficio, sempre collegato, per consultare l'elenco dei treni o controllare il titolo di un libro o ancora acquistare due cartoni di acqua minerale. (A proposito di treni: si consiglia di evitare quello di TreniItalia in favore di quello più completo e usabile delle ferrovie svizzere, che copre egregiamente anche i trasporti italiani: http://www.sbb.ch/it/).

Il secondo motivo è che questa maturità diffusa dell'Internet sta convogliando nuovi flussi pubblicitari verso i siti web: il fenomeno è ormai evidente e incoraggiante e si accompagna a nuovi formati, diversi dai semplici banner o dalle invasive pagine «interstiziali», quelle che si frappongono al lettore tra un clic e l'altro, obbligandolo a vedere anche ciò che non vuole.

Il terzo motivo viene dalle indagini demoscopiche le quali dicono che non solo nel caso di eventi eccezionali (per esempio il sequestro di ostaggi) ma anche nella «piatta» normalità di tutti i giorni, la consultazione del web per essere informati sugli ultimi eventi è sempre più diffusa e questo succede anche in Italia dove le due maggiori testate, repubblica.it e corriere.it raccolgono milioni di lettori online (rispettivamente 3,8 e 2,8 milioni secondo i dati di novembre della società di analisi di mercato Audiweb).

Il tutto all'interno di un mercato dei quotidiani di carta che ovunque e da decenni continua a ristagnare o a declinare, senza riuscire ad arruolare in maniera significativa nuovi lettori, specialmente giovani. Questi ultimi usano la rete con disinvoltura, ben più che i giornali, ma sono il pubblico di domani. Nessuna meraviglia dunque che anche gli «editori di carta» come quelli del Washington Post guardino con nuovo interesse al web: nella prima ondata si erano spaventati, poi avevano tirato un sospiro di sollievo perché l'online non li stava erodendo, ora cominciano a vedere nel web delle opportunità complementari. In ogni caso si rendono conto che la presenza diffusa dei collegamenti Internet nelle mani dei loro lettori (magari anche di collegamenti mobili, via cellulare) influisce anche sul loro prodotto di base, la carta stampata. Poiché molte notizie, almeno le più importanti, sono già note ai lettori, i quotidiani giocano inevitabilmente di rimessa rispetto a radio, televisione e rete, ma conservano tuttavia diversi importanti vantaggi.

Il primo è che tuttora ciò che è fisicamente stampato (e a maggior ragione su una testata autorevole) ha un peso maggiore di ciò che scorre sul web e che viene percepito come fluido ed effimero. Sono davvero pochi per ora i casi di testate solo online che riescano a pesare nella sfera pubblica anche quando offrono contenuti e idee importanti: forse l'unico in Italia è www.lavoce.info, sito di economisti animato da Tito Boeri, che ormai viene citato persino negli editoriali del Corriere della Sera.

Il secondo pregio dei quotidiani è il loro carattere omnibus: trattano di sport come di moda, del Darfur come di Buttiglione, di delitti famigliari come di economia e finanza. Cioè sono esattamente il contrario dalle testate e newsletter online, quasi tutte molto di settore. Il quotidiano generalista, come quello che state leggendo, paga dei limiti di specializzazione, ma svolge un ruolo civico fondamentale dato che espone i suoi lettori a sollecitazioni su altri temi rispetto a quelli che esso seguirebbe per interesse prevalente. E questo dipende anche dal supporto fisico e dal formato. Come ricordava a fine dicembre Francesca Borrelli «le forme materiali alle quali i testi sono affidati svolgono un ruolo essenziale nel processo di produzione del senso» (il manifesto, 21 dicembre 2004, pag. 14. «I gesti della lettura di fronte a libri senza corpo»).

Nel caso dei quotidiani la loro fisicità e il gesto di sfogliarli per arrivare alla agognata pagina sportiva, fa sì che inevitabilmente lo sguardo e la mente incontrino altri titoli e altri temi di altre sezioni del giornale: uno può chiudere gli occhi, ma finisce per sapere, anche senza volerlo, che il riscaldamento globale rischia di sommergere l'isola di Tonga, che il presidente Ciampi auspica che si torni a vendere armi alla Cina, o che si discute persino di una legge «salva-Dell'Utri». Magari si incuriosisce e si pone qualche domanda al riguardo.

Oltre a tutto l'impaginazione dei quotidiani serve ottimamente a ordinare la materia: si provi per esempio a confrontare sul sito Repubblica.it l'edizione «navigabile con immagini», che riproduce testi e grafica del giornale cartaceo e può essere sfogliata, e quella «solo testo», una versione leggera, consigliabile in caso di connessioni lente. Nel primo caso si ha una percezione (una mappa mentale) chiara dell'oggetto che si sta leggendo, mentre nel secondo i titoli appaiono uno dietro l'altro senza chiara distinzione tra pezzi importanti, schede, box, corsivi. E' uno di quei casi in cui il vecchio formato, sia pure riversato in rete, rivela i suoi pregi rispetto a una versione come quella di solo testo che è senza con-testo: i contenuti contano, ma anche il loro formato ha il suo peso nel comunicare.

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