Filosofia e cultura della pace
Introduzione
Che rapporto c'è fra la filosofia della pace e la cultura della pace? I due concetti si sovrappongono in vari punti, ma non coincidono.
La filosofia della pace
La filosofia della pace riguarda soprattutto la riflessione critica e teorica sul rapporto fra pace, guerra, giustizia, libertà, potere e concetti simili.
Le domande tipiche sono: quando è legittimo usare la forza? È possibile una società senza guerra? Come si può trasformare un conflitto senza ricorrere alla violenza?
In questo senso possiamo collocare nella filosofia della pace pensatori molto diversi fra loro fino alle filosofie contemporanee della nonviolenza e della trasformazione dei conflitti.
È quindi soprattutto un campo di ricerca e di elaborazione delle idee.
La cultura della pace
La cultura della pace è qualcosa di più ampio e collegato alla prassi. Riguarda l'insieme di valori, comportamenti, pratiche educative e modi di affrontare i conflitti per favorire una società pacifica.
E' un prolungamento degli studi di filosofia della pace e di peace research. Il suo scopo è quello di agire in continuità con gli studi disciplinari per farli diventare cultura del cambiamento sociale.
Per esempio, educare al dialogo, insegnare la gestione nonviolenta dei conflitti, contrastare il razzismo e la discriminazione, promuovere la cooperazione, educare alla cittadinanza democratica, costruire istituzioni capaci di risolvere le controversie senza violenza: tutto questo appartiene alla cultura della pace.
Un riferimento fondamentale è la definizione dell'UNESCO, secondo cui la cultura della pace comprende valori, atteggiamenti e comportamenti che respingono la violenza e affrontano le cause dei conflitti attraverso il dialogo e la negoziazione. L'ONU ha poi sviluppato questo concetto nella Declaration and Programme of Action on a Culture of Peace del 1999.
Un cammino accidentato
La storia della filosofia della pace non è una storia lineare. È piuttosto un campo attraversato da tensioni: da un lato vi sono personalità e idee che ancora oggi ispirano i movimenti per la pace e il disarmo; dall’altro vi sono filosofie che hanno giustificato la guerra, presentandola come un destino naturale, o addirittura un motore della storia. Parlare di “filosofia della pace” significa quindi ripercorrere un cammino accidentato, fatto di intuizioni profonde, battute d’arresto e veri e propri ostacoli teorici e pratici.
Anzitutto, la filosofia della pace non coincide semplicemente con il pacifismo. Il pacifismo è una delle sue espressioni più recenti, ma la filosofia nel corso dei secoli, riflettendo sull'esperienza storica, ha elaborato idee che hanno funzionato da "piattaforme concettuali" per generare altre idee sulla pace. Tali idee hanno funzionato come semi: una volta piantati, generano una reazione a catena che produce ulteriori riflessioni sulla risoluzione dei conflitti e la pace.
La filosofia si è posta problemi ancora oggi dibattuti. Ad esempio: può esistere una "guerra giusta”? A domande come questa la filosofia ha risposto in modi opposti, spesso oscillando tra realismo e idealismo.
La filosofia antica
Nella tradizione antica vi erano voci che esaltavano il conflitto armato. Eraclito vede nel polemos - il demone della guerra - il padre di tutte le cose. Platone e Aristotele considerano la guerra un’attività possibile e talvolta necessaria per la città, ma ne subordinano l’uso a fini politici ed etici. Gli stoici, invece, elaborano l’idea di una comunità universale degli esseri umani: un seme del cosmopolitismo che sarà alla base deil'Illuminismo pacifista. Roma aggiunge la nozione di pax romana e, con Cicerone, una sua codificazione della "guerra giusta". Per Cicerone la guerra deve servire a respingere un'invasione nemica (propulsandorum hostium) o a vendicarsi per un torto subito e per beni sottratti (ulciscendi / de repetitis rebus). Sono escluse le guerre intraprese senza una causa valida o di sola conquista ingiusta. Nessuna guerra per Cicerone è valida se non viene prima annunciata e dichiarata ufficialmente (denuntiatum, nisi dictum). Inoltre scrive: "Preferirei la pace più ingiusta alla guerra più giusta" (Epistulae ad Familiares, libro 6, lettera 6, paragrafo 6. Testo latino: «...cum vel iniquissimam pacem iustissimo bello anteferrem»).
Dalla nonviolenza alla "guerra giusta"
Il cristianesimo delle origini è attraversato da una forte tensione: da un lato il messaggio evangelico di nonviolenza e amore per il nemico; dall’altro, con Agostino e poi Tommaso d’Aquino, la teorizzazione della bellum iustum, che legittima la guerra se condotta da un’autorità legittima, per una causa giusta e con retta intenzione. Questa dottrina segnerà per secoli il pensiero occidentale, offrendo insieme un limite morale alla violenza e una giustificazione della stessa.
Il dibattito sulla necessità della guerra
In età moderna, il difficile percorso della filosofia della pace vede spiccare Erasmo da Rotterdam.Il suo rifiuto della guerra non è solo un vago ideale, ma il fulcro di un'intensa riflessione filosofica e religiosa che porta all'umanesimo cristiano. Al tempo stesso si intreccia con la nascita dello Stato sovrano e del diritto internazionale. Machiavelli invece si basa sul realismo politico e sulla politica intesa come scienza che nasce dall'analisi della realtà effettuale; Hobbes descrive la politica come dominio della forza e della paura; Grozio pone le basi del diritto delle genti, ossia del diritto internazionale; Locke respinge l'idea della guerra di conquista; Rousseau e Bentham puntano sul valore della pace; ma è soprattutto Kant, con Per la pace perpetua (1795), a indicare una via filosofica. Da allora il pacifismo giuridico diventa una corrente fondamentale, ripresa nel Novecento da Kelsen, Bobbio, Rawls e Habermas.
Accanto a questa linea, però, la filosofia ha anche giustificato la guerra: Hegel la vede come momento di salute etica dello Stato; Schmitt la fonda sull’opposizione amico-nemico; alcune correnti rivoluzionarie giustificano l'uso della forza esercitata dal popolo per la liberazione dall'oppressione; il nazionalismo e i totalitarismi del Novecento ne fanno uno strumento di potenza e di annientamento. Il percorso della pace si scontra così con ostacoli ricorrenti: l’antropologia pessimistica, che considera l’uomo naturalmente aggressivo; il realismo politico, che vede nei rapporti di forza internazionali un punto inevitabile da cui partire; la sovranità statale, che resiste a ogni limitazione; l’etica della responsabilità, che può sacrificare la pace a favore della difesa della libertà; le religioni e le ideologie che sacralizzano il conflitto; gli interessi economici e militari; e, nel XX secolo, la tecnologia della distruzione di massa, che rende la guerra potenzialmente suicida.
Nel Novecento, tuttavia, la filosofia della pace conosce una straordinaria fioritura: Tolstoj e Gandhi elaborano la nonviolenza come forza politica e spirituale; Russell ed Einstein lanciano il Manifesto contro le armi nucleari; Arendt distingue potere e violenza; Jaspers e Bobbio riflettono sul problema della guerra e sulle vie della pace; i movimenti per il disarmo, la obiezione di coscienza, la resistenza civile e la giustizia globale raccolgono questa eredità. Oggi la filosofia della pace deve confrontarsi con nuove sfide: armi nucleari e autonome, cyberguerra, terrorismi, migrazioni forzate, crisi climatica e disuguaglianze globali.
La pace imprescindibile
In conclusione, la storia della filosofia della pace non è una marcia trionfale verso un mondo senza guerre. È un cantiere aperto, fatto di speranze e disillusioni, di progetti istituzionali e conversioni morali, di critiche radicali alla violenza e di continue ricadute nella sua giustificazione. Proprio per questo essa resta decisiva: perché mostra che la guerra non è l’unico orizzonte pensabile e che la pace non è semplicemente un’utopia, ma un problema filosofico, giuridico, politico ed educativo imprescindibile.
Dopo questa magmatica e per certi aspetti disordinata introduzione, con tratti accentuati di semplificazione intenzionale, passiamo all'individuazione di alcuni intellettuali che ci hanno lasciato materiale sufficiente per delineare le basi per una filosofia della pace e per poter sviluppare le conseguenti linee di pensiero per elaborare una cultura della pace capace di influenzare l'azione sociale, educativa e politica.
Parte I – La filosofia della pace nell'antichità
Le tradizioni filosofico-religiose dell'India (giainismo e buddhismo)
-
Contesto storico: VI - IV secolo a.C. L'India vive una fase di tumultuoso sviluppo urbano, frammentazione politica in piccoli regni in costante guerra tra loro e la rigidità del sistema castale vedico.
-
L'astensione dalla violenza: attraverso l'ahimsā (l'innocuità assoluta verso ogni creatura), l'azione umana si astiene dal distruggere. Le correnti ascetiche dell'Asia meridionale (movimento śramaṇa) non accettano i sacrifici cruenti della religione vedica. Questa visione del mondo ha ispirato l'imperatore Ashoka (che si convertì alla nonviolenza) e poi ha influenzato la visione del mondo del Mahatma Gandhi, di Aldo Capitini e di Johan Galtung.
Laozi e la nascita del taoismo
-
Contesto storico: Cina, VI - IV secolo a.C., il drammatico periodo dei "regni combattenti". Un'epoca di scontri sanguinosi, dove i signori della guerra devastano le campagne militarizzando la società.
-
La nuova visione filosofica: la pace si ottiene attraverso il wu wei (l'agire non forzato), che non è passività, ma il rifiuto di imporre con la violenza e la legge un ordine artificiale alla natura. Le armi sono "strumenti di sventura". La prassi politica del sovrano saggio consiste nel ritirare l'interventismo statale e militare, lasciando che le comunità si autorganizzino in armonia spontanea. Questa concezione ha ispirato il pensiero libertario, l'ecologismo profondo del Novecento e la critica della forza di Simone Weil.
Lucio Anneo Seneca
-
Contesto storico: I secolo d.C. Roma è l'epicentro di un impero globale che si fonda sulla sottomissione militare dei popoli ("fanno un deserto e lo chiamano pace", scrive Tacito) e sulla violenza autocratica degli imperatori.
-
La sua visione filosofica: la pace è l'esercizio della ragione che controlla l'ira e contrasta l'ambizione imperialistica. Seneca denuncia il capovolgimento morale della guerra moderna nel De ira: lo Stato romano con la guerra istituzionalizza il delitto che privatamente condannerebbe. La prassi è il cosmopolitismo stoico: riconoscersi cittadini della magna civitas universale. Questa visione filosofica ha ispirato l'umanesimo di Erasmo da Rotterdam.
Tertulliano
-
Contesto storico: Cartagine/Roma, II - III secolo d.C. I cristiani sono una minoranza perseguitata e marginalizzata dall'Impero romano, un sistema statale che esige il culto divino dell'imperatore e la partecipazione attiva alla macchina militare.
-
La sua filosofia: Tertulliano formula la prima radicale teorizzazione dell'obiezione di coscienza e del pacifismo cristiano assoluto. La fede non si concilia con l'apparato coercitivo: «il Signore, disarmando Pietro, ha disarmato ogni soldato». La prassi è il rifiuto categorico del giuramento militare e l'accettazione del martirio piuttosto che versare sangue. Ha ispirato Petr Chelčický, i quaccheri, Lev Tolstoj e le lotte per l'obiezione di coscienza nel Novecento.
Parte II – Lo spartiacque: il modello coercitivo e quello critico
Sant'Agostino d'Ippona
-
Contesto storico: IV - V secolo d.C. L'Impero romano, ormai cristiano, è scosso dal sacco di Roma (410) e dalle invasioni barbariche. All'interno della Chiesa imperversa lo scisma dei donatisti, che rifiuta l'autorità dei vescovi compromessi con lo Stato.I donatisti pretendono una Chiesa composta esclusivamente da persone senza peccato, rifiutando qualsiasi compromesso con lo Stato romano e con le autorità imperiali. Sostengono che l'efficacia dei sacramenti dipenda dalla dignità morale del ministro che li amministra. Per loro, un sacerdote peccatore o "traditore" non può trasmettere sacramenti validi
-
La filosofia agostiniana nasce dalla giustificazione teologica dell'ordine costituito. Da qui nasce anche la giustificazione della violenza istituzionale. Per salvare la civiltà dal caos, Agostino teorizza la "pedagogia della paura" (la cosiddetta "costrizione benevola"). Secondo Agostino, l'eretico è spesso accecato dall'orgoglio, dall'abitudine o dalla propaganda della propria setta. La deliberazione razionale da sola può non bastare a scuoterlo. L'applicazione di una sanzione statale (come una multa o l'esilio, ma anche "frustate leggere") genera una paura salutare. Questa paura funge da "rottura" psicologica: costringe l'eretico a fermarsi e a riflettere. Per Agostino la coercizione estrinseca apre la strada a una successiva adesione interiore e volontaria alla verità di fede. La "guerra giusta" (condotta per riparare un torto o difendere lo Stato) e la "costrizione benevola" (cogite intrare) diventano due facce della stessa medaglia. Usando la metafora del padre severo che frusta il figlio ribelle per salvargli l'anima, Agostino trasforma la coercizione politica e religiosa in quello che ritiene un atto d'amore redentivo. Questa diventerà la prassi del potere organizzato ed esercitato dall'alto.
-
Le conseguenze: questa visione della religione ha poi ispirato l'Inquisizione e ogni forma storica di paternalismo autoritario e totalizzante. Nel corso della storia questo è il grande nodo dogmatico che altri hanno voluto scardinare.
Ipazia di Alessandria
- Il contesto storico: vive ad Alessandria d'Egitto tra il IV e il V secolo d.C., in un momento di drammatica transizione per l'Impero Romano. Ipazia e Agostino non si conosceranno mai. La città di Alessandria, un tempo faro della cultura ellenistica e della tolleranza scientifica, si trasforma in una polveriera antropologica e politica con la cristianizzazione forzata. Con l'Editto di Tessalonica (380 d.C.), il Cristianesimo diventa l'unica religione di Stato. I templi pagani vengono progressivamente chiusi, distrutti o riconvertiti.
- La sua visione filosofica: a differenza della "pedagogia della paura" agostiniana (che legittima la forza dello Stato per correggere l'errore), Ipazia ritiene che l'intelletto umano potesse essere orientato solo attraverso la persuasione razionale. In un'epoca di violentissimi scontri di identità, in cui cristiani, ebrei e pagani si combattono per le strade di Alessandria, la scuola di Ipazia rappresenta un'oasi di pace e di convivenza. Ipazia non fa discriminazioni confessionali. Tra i suoi studenti ci sono futuri vescovi cristiani (come Sinesio di Cirene) e intellettuali pagani. Ipazia difende il primato del dubbio e della ricerca razionale contro l'oscurantismo dei dogmi. Per lei, la violenza nasce laddove finisce il pensiero critico e inizia il fanatismo. Il suo metodo si basa sul dialogo interreligioso e interculturale, anticipando l'idea che la pace si costruisca attraverso la condivisione del sapere e l'educazione orizzontale.
Parte III – Le alternative medievali e la rinascita della ragione
Il monachesimo benedettino
-
Contesto storico: VI secolo d.C. L'Europa occidentale è sprofondata nei secoli bui: le istituzioni romane sono polverizzate, le strade sono infestate da bande armate, l'economia è regredita e regna il nomadismo militare.
-
La filosofia: è basata sulla costruzione di oasi di civiltà in un contesto di grave crisi. Attraverso l'ora et labora e lo stabilitas loci (il radicamento al territorio), i benedettini trasformano le abbazie in una zona franca, autosufficiente, che offre mediazione diplomatica e rifugio, ripristinando il legame armonico tra uomo, terra e comunità. E' nota la regola di san Benedetto da Norcia e la tradizione comunitaria. Ha ispirato la rinascita economica e culturale dell'Europa medievale ma anche le "utopie concrete" comunitarie basate sul lavoro di Robert Owen.
La filosofia francescana di Raimondo Lullo
-
Contesto storico: XIII - XIV secolo. L'Europa vive la nascita dei comuni, dei mercati finanziari e delle prime grandi università. Imperversano le Crociate. Quando pensiamo al Duecento filosofico, la nostra mente corre quasi spontaneamente alla maestosa sintesi di San Tommaso d’Aquino, al rigore della scolastica e alla sua codificazione della "guerra giusta" come strumento per ristabilire l’ordine morale. Eppure, nel cuore dello stesso secolo, si è manifestata una delle rivoluzioni concettuali più audaci e inascoltate del pensiero filosofico pacifista.
-
La filosofia: il pensiero francescano, aperto al dialogo, favorisce uno stappo anche in campo filosofico. Il protagonista di questo strappo è Raimondo Lullo, filosofo e scrittore catalano, una figura che oggi parla al nostro presente con una forza e un'attualità sconcertanti. Infatti, nel pieno dell'epoca delle Crociate, mentre la contrapposizione tra civiltà si risolveva nel sangue e la forza delle armi era teologicamente e politicamente legittimata, Lullo ribalta radicalmente la prospettiva. Per lui la violenza non è mai una soluzione o una triste necessità, ma il segno tangibile del fallimento della ragione. Mentre i suoi contemporanei teorizzavano l'uso della spada per difesa o conversione, Lullo propone un’alternativa rivoluzionaria basata sull'ascolto, sulla padronanza delle lingue orientali e sul dialogo paritario. Nel suo celebre Liber de Gentili, un ebreo, un cristiano e un musulmano si confrontano in un clima di profondo rispetto e fratellanza di fronte a un pagano, senza che il testo imponga una vittoria dogmatica. La sua convinzione profonda era che l'unica vera difesa dell'umanità risiedesse nella persuasione amorosa e nella dimostrazione razionale.
Lullo non scelse la strada del sacerdozio ordinato, cioè non diventò mai prete. Decise invece di diventare terziario francescano. Questo gli consentì di rimanere uno stato laicale.
Ciò che rende Lullo una stella polare nel panorama filosofico del Medioevo è il modo in cui decise di sostenere la sua visione francescana e pacificatrice. Fu un filosofo razionale e concepiva la logica come un terreno su cui risolvere le dispute senza ricorrere alla violenza.
Lullo inventò una nuova forma di logica per dare forza alle idee. Nel suo capolavoro, l'Ars Magna, compie un gesto mai visto prima nell'intera storia del pensiero: decide di astrarre i concetti complessi trasformandoli in simboli alfabetici, anticipando l'uso delle variabili nella logica formale, e costruisce dispositivi fisici composti da dischi di carta concentrici e ruotabili. Ruotando manualmente questi cerchi, le diverse combinazioni di idee generavano e verificavano automaticamente nuove proposizioni sul piano logico.
Lullo ha intuito con sette secoli di anticipo che il pensiero umano possiede una struttura matematica e combinatoria. Ha creato, a tutti gli effetti, il primo hardware analogico della storia guidato da un algoritmo logico. Questa intuizione straordinaria influenzerà direttamente Gottfried Wilhelm Leibniz nel Seicento, portandolo allo sviluppo della logica binaria, ed è oggi riconosciuta come la prima radice storica dell'informatica, dei linguaggi di programmazione e persino dell'Intelligenza Artificiale.
La straordinaria novità di Raimondo Lullo sta proprio nella sintesi tra logica e cultura della pace.
Conoscere Lullo oggi significa riappropriarsi di un'eredità in cui la ragione scientifica, la ricerca logica e la risoluzione pacifica dei conflitti possono giocare su uno stesso piano e generare sinergie.
John Wycliffe
-
Contesto storico: Inghilterra, XIV secolo. La Chiesa cattolica vive la crisi del papato di Avignone e del grande scisma d'Occidente. Il clero è una potenza feudale ricchissima, corrotta e militarizzata, che usa la coercizione per difendere i propri feudi.
-
La filosofia: la sua concezione punta alla delegittimazione teologica del potere clericale coercitivo. Se la gerarchia ecclesiastica usa la violenza e accumula ricchezze, allora va contestata. Traduce la Bibbia in volgare affinché il popolo vi acceda. La sua visione del mondo vieta le crociate, le guerre e le sanzioni fisiche. L'obiettivo è il disinvestimento materiale della Chiesa e il ritorno alla povertà apostolica. La sua filosofia ha ispirato in modo diretto la sintesi politica radicale di Petr Chelčický.
Petr Chelčický
-
Contesto storico: Boemia (Repubblica Ceca), XV secolo. Il paese è devastato dalle guerre hussite. Da una parte ci sono i crociati papali, dall'altra gli hussiti radicali (taboriti) che usano le armi per instaurare l'uguaglianza sociale. Gli hussiti radicali vogliono abolire la gerarchia ecclesiastica e le ricchezze della Chiesa. Vogliono l'abolizione delle differenze di classe e la comunione dei beni (nelle prime comunità di Tabor vige una forma di condivisione totale delle risorse).
-
La filosofia di Chelčický esprime il rifiuto totale della violenza. Sebbene inizialmente vicino all'ala radicale del movimento hussita, Chelčický se ne distanzia drasticamente non appena questa sceglie la via delle armi. [1, 2, 3, 4, 5] Nel trattato La rete della fede, Chelčický denuncia l'alleanza storica tra l'imperatore e il papa (la "donazione di Costantino") come il veleno che ha distrutto il cristianesimo. Lo Stato è per sua natura un apparato di violenza, prigioni ed eserciti. La prassi di Chelčický è orientata alla nonviolenza: i veri cristiani devono rifiutarsi di fare i soldati e di pagare le tasse di guerra. La sua idea è quella di fondare comunità agricole ugualitarie. Petr Chelčický è profondamente influenzato sia da John Wycliffe che da Jan Hus. Le loro opere teologiche rappresentano le fondamenta del suo pensiero riformatore. Ma mentre Wycliffe e Hus lasciano "una porta aperta" all'uso legittimo della forza in casi estremi, Chelčický la sbarra completamente, compiendo un'operazione di pulizia concettuale radicale. Afferma che la "guerra giusta" è un inganno diabolico. Nella sua prima opera importante, Sulla guerra spirituale (O boji duchovním, 1421), accusa apertamente i radicali hussiti (i Taboriti) di essere caduti nelle trappole del diavolo proprio perché avevano trasformato la fede in un esercito militare. Per lui, l'unica guerra che il cristiano può combattere è quella interiore e spirituale contro il peccato. Chelčický prende il "materiale incendiario" di Wycliffe e Hus (che in Boemia stava alimentando una guerra sanguinosa) e lo trasforma in un manifesto di "pacifismo assoluto", dimostrando che si poteva essere radicali nella riforma senza versare una sola goccia di sangue.
-
La sua concezione influenzerà il pacifismo intransigente di Lev Tolstoj e l'anarchismo nonviolento cristiano.
Parte IV – La svolta della modernità: ragione e diritto
René Descartes (Cartesio)
-
Contesto storico: XVII secolo. L'Europa è sconvolta dalla guerra dei Trent'anni (1618-1648), un conflitto armato totale e confessionalizzato che stermina un terzo della popolazione tedesca. Cartesio stesso si arruola inizialmente nell'esercito, vivendo dall'interno l'orrore delle armi.
-
La sua visione della guerra: nel libretto del balletto "La naissance de la paix", generalmente attribuito a Cartesio e rappresentato a Stoccolma nel 1649, si legge che chi considera bella la guerra o la preferisce alla pace è “storpio nel cervello”. Nel Discorso sul metodo Cartesio racconta di aver scelto di viaggiare, frequentare corti ed eserciti e conoscere persone di carattere e condizioni differenti. L’arruolamento fu quindi anche un modo per acquisire esperienza del mondo, non necessariamente la ricerca di una carriera militare. Secondo il racconto autobiografico del Discorso sul metodo, in quel periodo egli comprese l’esigenza di liberarsi dall’accettazione passiva delle opinioni ricevute. Il suo discorso sul metodo è basato sulla ricerca dell'evidenza, basata sul dubbio. L'educazione militare invece puntava a togliere i dubbi e a eseguire gli ordini prontamente senza ragionare. Il contrasto fra disciplina militare e metodo cartesiano può essere un utile strumento per leggere il giovane Cartesio.
- Cartesio ha ispirato il razionalismo illuminista, anch'esso contrario alla guerra (si pensi a Voltaire).
I quaccheri (George Fox, Robert Barclay, William Penn)
-
Contesto storico: Inghilterra e America coloniale, metà del XVII secolo. Il paese esce dalle sanguinose guerre civili inglesi e dalla dittatura puritana di Cromwell. Regnano il fanatismo dottrinale e le persecuzioni religiose di Stato.
-
La visione del mondo: Fox teorizza che una scintilla divina abiti in ogni essere umano, rendendo l'omicidio in guerra un deicidio. La prassi quacchera è la Testimonianza di pace (1660): il rifiuto organizzato e collettivo delle armi (obiezione di coscienza politica) e il boicottaggio delle tasse belliche. Con William Penn, la filosofia si fa esperimento costituzionale nella fondazione della Pennsylvania (1681): uno Stato privo di esercito, dove la terra viene acquistata legalmente dai nativi e la pace positiva è mantenuta attraverso il commercio equo e la libertà religiosa totale, distruggendo il monopolio coercitivo agostiniano. Questa visione delmondo ispira il movimento abolizionista contro la schiavitù, i moderni movimenti per i diritti civili, la disobbedienza civile e il pacifismo istituzionale di Immanuel Kant.
Baruch Spinoza
-
Contesto storico: Olanda, XVII secolo. La Repubblica delle Sette Province Unite è un'oasi di commercio e di discreta tolleranza, ma è costantemente minacciata dalle guerre dogmatiche e dal fanatismo teocratico dei pastori calvinisti interni.
-
La filosofia: la pace è vista come dinamismo della democrazia e della gioia collettiva. Nel Trattato politico, Spinoza demolisce il modello coercitivo: la pace non è semplice assenza di guerra (quella è solo "inerzia dei sudditi" sottomessi dalla paura), ma una virtù attiva che scaturisce dalla fermezza d'animo. La prassi della pace coincide con lo sviluppo di uno Stato democratico che garantisce la libertà di pensiero e di parola, liberando i cittadini dal terrore e permettendo l'espansione della loro potenza vitale (conatus).
Voltaire
-
Contesto storico: Francia ed Europa del XVIII secolo. È l'epoca dell'assolutismo regio, delle guerre di successione dinastica.
-
La filosofia di Voltaire punta alla demistificazione satirica e militante dell'intolleranza e del militarismo. Nel Candido, Voltaire ridicolizza la guerra dipingendola come una "macelleria eroica", smascherando i sovrani che ordinano stragi dai loro palazzi e gli eserciti che obbediscono ciecamente senza pensare (anticipando la Arendt). Nel Trattato sulla tolleranza, polverizza la "costrizione benevola" di Agostino. Voltaire propugna l'uso della ragione e dell'ironia per costruire una filosofia scevra dai dogmi del militarismo e dell'obbedienza gerarchica.
Immanuel Kant
-
Contesto storico: fine del XVIII secolo. L'Europa assiste allo scoppio della Rivoluzione francese e alle guerre coalizionali. Gli Stati moderni si stanno strutturando come potenze militari permanenti basate sulla leva di massa e sulla competizione geopolitica globale.
-
La filosofia di Kant formula un "pacifismo" giuridico e istituzionale su scala mondiale. Nel saggio Per la pace perpetua (1795), Kant spiega che la pace non è uno stato naturale, ma va istituita artificialmente dal diritto. Formula una prassi istituzionale in tre articoli: ogni Stato deve essere una repubblica (dove i cittadini votano e subiscono i costi della guerra), il diritto internazionale deve fondarsi su una federazione di Stati liberi (anticipando la Società delle Nazioni e l'ONU), e il diritto cosmopolitico deve garantire l'universale ospitalità. Chiede inoltre l'abolizione graduale degli eserciti permanenti, considerati motori di insicurezza e di corsa agli armamenti.
Parte V – L'Ottocento: la giustizia sociale strutturale
Robert Owen
-
Contesto storico: prima metà dell'Ottocento. L'Europa vive i traumi della prima rivoluzione industriale: l'urbanizzazione selvaggia, lo sfruttamento disumano di donne e bambini nelle miniere e nelle fabbriche, e la nascita del proletariato urbano ridotto alla miseria.
-
La filosofia di Owen punta alla fondazione della pace positiva attraverso la cooperazione economica. Owen intuisce che non può esserci pace politica se la società è fondata sulla violenza quotidiana dello sfruttamento industriale. Il carattere dell'uomo è modellato dall'ambiente: la miseria e la competizione sfrenata generano violenza. La sua idea concreta consiste nel rifondare le fabbriche (l'esperimento di New Lanark) riducendo gli orari, istituendo asili nido gratuiti, abolendo le punizioni corporali (rifiuto della coercizione punitiva) e progettando comunità cooperative autogestite basate sulla condivisione del profitto. Owen crede che il cambiamento sociale possa avvenire solo tramite riforme pacifiche, l'educazione e l'esempio di comunità cooperative autosufficienti, opponendosi a rivoluzioni o lotte sanguinose. Sostiene che gli esseri umani debbano superare le divisioni legate a confini, nazioni o religioni, che creano pregiudizi e impediscono la convivenza pacifica. [1, 2]
-
Ha ispirato il movimento cooperativo internazionale, il socialismo utopico ed etico, come pure la psicologia umanistica di Erich Fromm.
Altri pensatori che hanno formato la cultura della pace dell'Ottocento
Parte VI – Il Novecento: la diagnosi della forza e l'etica planetaria
Simone Weil
-
Contesto storico: metà del Novecento. L'Europa attraversa l'ascesa dei totalitarismi (fascismo, nazismo, stalinismo), l'esperienza alienante della catena di montaggio taylorista, la guerra civile spagnola e la Seconda guerra mondiale.
-
La filosofia: nel saggio L'Iliade o il poema della forza (1940), definisce la forza come quel meccanismo geometrico che trasforma l'uomo in una cosa (cadavere o automa), reificando sia chi la subisce sia chi la esercita. La prassi della Weil è la condivisione radicale del dolore del mondo: lavora in fabbrica per vivere l'alienazione operaia e si unisce alla Resistenza. Nel testo La prima radice (1943), indica che la pace si costruisce non con il nazionalismo, ma guarendo lo "sradicamento" dell'anima attraverso l'accesso alla verità, alla bellezza e alla responsabilità comunitaria.
-
Simone Weil ha vissuto il pacifismo come un percorso tormentato e radicale, che l'ha portata a passare da un rifiuto totale della guerra alla consapevolezza della necessità di resistere alla forza e al nazifascismo. Negli anni della formazione, la pensatrice francese fu vicina alle idee del filosofo pacifista Alain, abbracciando un antimilitarismo convinto. [1] Giunse poi però a considerare il pacifismo integrale dell'epoca come una forma di "negligenza criminale" e un meccanismo indiretto di complicità con il male. [1]
- Per il suo tormentato rapporto con la nonviolenza cliccare qui.
Hannah Arendt
-
Contesto storico: il secondo dopoguerra. L'Europa fa i conti con l'orrore della Shoah e dei campi di sterminio, mentre il mondo si congela nella contrapposizione nucleare della guerra fredda.
-
La filosofia: nel reportage La banalità del male (1963), la Arendt svela che il male mostruoso del Novecento non nasce da una perversione diabolica, ma dall'assenza di pensiero (thoughtlessness) e dall'obbedienza militare e burocratica (il caso Eichmann). La prassi della pace richiede l'esercizio continuo del giudizio critico individualizzato e la disobbedienza civile al comando ingiusto.
Erich Fromm
-
Contesto storico: XX secolo, l'era della civiltà dei consumi di massa, della militarizzazione psicologica della guerra fredda e della minaccia di distruzione nucleare globale mutuamente assicurata.
-
La filosofia: Fromm mappa il conflitto umano attraverso la dicotomia tra necrofilia (l'amore per il meccanico, il controllo rigido e la distruzione armata) e biofilia (l'amore attivo per la vita e lo sviluppo spontaneo). Spiega che la pace globale è impossibile dentro la modalità dell'avere (accumulo, egoismo economico, corsa paranoica al riarmo), che genera inevitabilmente aggressività. La prassi della pace è la trasformazione antropologica verso la modalità dell'essere (condivisione, presenza interiore, solidarietà). La pace si fa reimpostando le strutture della società psicologicamente ed economicamente a misura d'uomo.
- E' ispirato dalla psicoanalisi di Freud e la critica sociale di Marx. Ha la psicologia umanistica, la sociologia critica della Scuola di Francoforte, l'ecologia politica e la cultura dei movimenti nonviolenti occidentali.
Bertrand Russell
-
Contesto storico: è attivo nella prima metà del Novecento ma diventa particolarmente noto nella seconda metà del Novecento, segnata dalla crisi dei missili di Cuba, dalla corsa alla bomba all'idrogeno e dalla sanguinosa guerra del Vietnam, vissuta come l'apice dell'imperialismo occidentale.
-
La filosofia: applica la logica analitica all'attivismo politico. Co-autore del Manifesto Russell-Einstein (1955), lancia un appello contro le armi nucleari e per la sopravvivenza della specie sopra ogni bandiera: «Ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto». La sua prassi è dirompente: sperimenta il carcere per disobbedienza civile e fonda il Tribunale Russell (1966), un tribunale etico internazionale dei popoli che processa i crimini di guerra in Vietnam, squarciando il velo dell'obbedienza militare e dimostrando che i cittadini hanno il diritto e il dovere di giudicare gli Stati sovrani.
-
Ha ispirato i movimenti per il disarmo nucleare mondiale come il CND.
Aldo Capitini
-
Contesto storico: Italia, XX secolo. Capitini vive la dittatura fascista (che lo confina fuori dall'università), la tragedia della Seconda guerra mondiale, e nel dopoguerra sperimenta la rigidità ideologica dei blocchi politici contrapposti che soffocano il dibattito democratico dal basso.
-
La filosofia: propone la nonviolenza scritta tutta attaccata, una sola parola, come valore positivo e rivoluzionario dell'esistenza. Teorizza la omnicrazia (il potere di tutti) e la "compresenza dei vivi e dei morti": una solidarietà cosmica radicata nell'unicità dell'essere. La prassi capitiniana è l'azione diretta nonviolenta dal basso, la fondazione dei Centri di orientamento sociale e l'ideazione della Marcia della pace Perugia-Assisi (1961).
- Si ispira all'esperienza di Gandhi, alla spiritualità della scuola francescana e l'antifascismo morale.
- Ha ispirato il movimento nonviolento italiano, la teologia della pace di Ernesto Balducci e la pedagogia critica contemporanea.
Ernesto Balducci
-
Contesto storico: Italia e scenario internazionale dagli anni Sessanta agli anni Novanta. Vive lo spirito profetico del concilio Vaticano II, il trauma della minaccia nucleare costante e la prima drammatica guerra del Golfo (1991), che inaugura l'era dei conflitti post-guerra fredda.
-
La filosofia: padre Ernesto Balducci dichiara la guerra atomica un'assurdità che cancella la distinzione tra vincitori e vinti, rendendo obsoleto il modello della guerra giusta. Difende storicamente l'obiezione di coscienza e teorizza la necessità storica dell'uomo planetario: un soggetto antropologico nuovo che impara a de-nazionalizzare la propria coscienza, abbattendo le frontiere politiche per riconoscere la Terra come unica patria interdipendente. La prassi è l'educazione alla pace come mutazione culturale necessaria alla sopravvivenza biologica della specie.
-
Ha ispirato le reti dell'associazionismo pacifista italiano, la teologia della liberazione europea e i movimenti per i beni comuni e i diritti della Terra.
Hans Jonas
-
Contesto storico: fine del Novecento. È il periodo in cui l'umanità prende coscienza della crisi ecologica globale, del riscaldamento climatico, della distruzione degli ecosistemi e della potenza tecnologica manipolativa (ingegneria genetica, proliferazione nucleare) capace di mettere fine alla vita stessa sul pianeta.
-
La filosofia: Jonas formula il nuovo imperativo etico per l'età tecnologica: agire in modo che le consequenze delle proprie azioni non distruggano la possibilità futura della vita. Introduce l'euristica della paura: l'uso razionale e cosciente del timore del disastro come freno etico alla nostra onnipotenza tecnica. La prassi è la custodia biocentrica e la limitazione volontaria della nostra potenza distruttiva per preservare i diritti delle generazioni future. Giustifica la guerra per combattere il nazismo ma si oppone alla guerra nucleare perché distrugge il futuro dell'umanità.
- Ha ispirato l'ecologismo politico contemporaneo, i movimenti di giustizia climatica globale e la visione transgenerazionale dell'umanesimo filosofico.
Johan Galtung
-
Contesto storico: tra il XX e l'inizio del XXI secolo. Vive l'evoluzione della sociologia contemporanea e partecipa direttamente come mediatore a oltre cento conflitti geopolitici internazionali in tutto il mondo, testando sul campo l'inefficacia della diplomazia militare classica.
-
La filosofia: Galtung scompone la violenza in un modello geometrico a tre facce (il triangolo della violenza): diretta (la guerra visibile), strutturale (le ingiustizie sociali ed economiche che bloccano i bisogni umani, contro cui lottava Owen) e culturale (le ideologie, le teologie o i linguaggi che legittimano le altre due violenze). La prassi da promuovere è il metodo della trasformazione dei conflitti (transcend): la pace non è assenza statica di conflitto (pace negativa), ma un processo dinamico e creativo che cura le relazioni umane per promuovere la pace positiva.
-
Ha ispirato la nascita dei dipartimenti di peace studies in diverse università del mondo.
La filosofia della pace di Jean-Marie Muller
https://www.einaudiblog.it/la-filosofia-della-pace-di-jean-marie-muller/
Jean-Marie Muller: "Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace"
https://www.peacelink.it/pace/a/7584.html
Articoli correlati
Dall'inizio del Novecento a oggiBreve storia del pacifismo italiano
L'opposizione alla guerra, nelle sue molteplici forme, è al centro di questo saggio che va considerato come provvisorio e incompleto. Sarà sottoposto a ulteriori revisioni, verifiche e arricchimenti. Sono benvenute osservazioni, integrazioni, altre analisi e proposte.26 luglio 2026 - Redazione PeaceLink
Protestanti che perseguitarono altri protestanti nel SeicentoIl pacifismo dei quaccheri perseguitati in America nel Seicento
Fra i quaccheri che fuggivano in America era radicata la convinzione che nessun protestante avrebbe potuto uccidere un altro protestante per motivi di coscienza. Ma non fu così. Perfino i capitani delle navi che li trasportavano vennero pesantemente sanzionati. Cerchiamo di ricostruire la storia.15 luglio 2026 - Redazione PeaceLink
Scheda storica su Smedley ButlerIl generale americano pluridecorato che divenne il più feroce oppositore dell'imperialismo
Nato negli Stati Uniti il 30 luglio 1881, partecipò a quasi tutti i conflitti militari dell'epoca. Ma da eroe si trasformò in critico intransigente delle guerre americane fino a scrivere un manifesto pacifista: "War is a racket"5 luglio 2026 - Redazione PeaceLink
Terzo secolo a.C.L'imperatore Ashoka che abbandonò le guerre di conquista
Al posto della conquista militare, Ashoka propose quella che chiamò "conquista mediante il Dhamma" (dhammavijaya), cioè la diffusione dell'esempio morale, della giustizia e della cooperazione. Governò gran parte dell'attuale India, Pakistan, Bangladesh e Afghanistan orientale.5 luglio 2026 - Redazione PeaceLink
sociale.network