Breve storia del pacifismo italiano
Nasce nuova parola: "pacifismo" (1901)
La parola "pacifismo" viene coniata nel 1901 dal francese Émile Arnaud al Congresso universale per la pace di Glasgow. In Italia, la prima associazione ufficiale è la Società per la pace e la giustizia internazionale, fondata a Milano nel 1887 da Ernesto Teodoro Moneta, che riceverà il Premio Nobel per la pace nel 1907.
Il movimento si basa su due pilastri: il disarmo progressivo e la risoluzione delle controversie tramite arbitrato internazionale.
Ma la guerra di Libia (1911-1912) provoca la prima, profonda spaccatura: il pacifismo "patriottico" di Moneta appoggia l'impresa coloniale, mentre una minoranza (socialisti rivoluzionari, anarchici, alcune voci femminili) la condanna come aggressione imperialista. Il gesto del soldato anarchico Augusto Masetti, che spara al suo colonnello per protesta, diventa il simbolo di questa opposizione radicale.
La Prima guerra mondiale: l'opposizione e la sconfitta (1915-1918)
La Grande Guerra rappresenta il crollo del pacifismo delle origini. Il movimento, che inizialmente sostiene la neutralità, si dissolve: quasi tutti i principali esponenti, incluso Moneta, finiscono per abbracciare l'interventismo, giustificandolo come una "guerra per la pace" contro il militarismo tedesco e austriaco. Solo pochissimi, come Enrico Bignami con la sua rivista «Coenobium» e la rubrica «Guerra alla guerra!», rimangono fedeli a un'opposizione coerente.
I socialisti
All'interno del Partito Socialista, la posizione ufficiale è il "né aderire, né sabotare", ma il dibattito è acceso.
I riformisti (Turati) propongono una linea di opposizione alla guerra ma che non invita alla diserzione.
Tra I massimalisti c'è Costantino Lazzari, segretario nazionale del Partito Socialista Italiano (PSI) dal 1912 al 1919, che trasformò l'opposizione all'intervento dell'Italia in atti di aperta ostilità verso la guerra, che gli costarono due arresti per "disfattismo", tra cui uno in seguito alla diffusione di una circolare del 1917 che invitava i sindaci socialisti a protestare contro un "terzo inverno di guerra".
Ma dai massimalisti si stacca una frangia, guidata da Benito Mussolini, che abbraccia l'interventismo.
Tra i riformisti Giacomo Matteotti si distingue per un'opposizione intransigente alla guerra, che definisce "barbarie e inciviltà", e per la sua critica alla linea ufficiale del partito. Condannò fermamente il conflitto definendolo un enorme massacro inutile, architettato a vantaggio del capitalismo e della borghesia industriale a scapito del proletariato. [1, 2]
Prima dell'entrata in guerra dell'Italia (maggio 1915), Matteotti auspicò l'uso della protesta popolare e dello sciopero generale per bloccare la mobilitazione dei soldati.
Durante la guerra l'opposizione si manifesta anche attraverso gli ammutinamenti: il più grave è la rivolta della Brigata Catanzaro nel luglio 1917, repressa con la decimazione.
Gli anarchici
Gli anarchici, come Pasquino Ferraresi, disobbediscono e vengono puniti con prolungamenti di ferma e spedizioni al fronte.
La maggioranza del movimento anarchico di fronte alla Grande Guerra si mantenne fermamente antimilitarista, condannando ogni guerra tra Stati e denunciandola come un massacro a fini capitalistici e imperialisti. Figure storiche come Errico Malatesta furono i massimi esponenti di questa linea, ribadendo che gli anarchici dovevano combattere il proprio nemico principale: lo Stato e il militarismo borghese. Su questa scia, l'Unione Sindacale Italiana (USI) promosse scioperi e agitazioni contro la mobilitazione.
Il periodo tra le guerre: repressione e resistenza (1919-1939)
Il pacifismo italiano esce dalla guerra politicamente distrutto. L'avvento del fascismo completa la liquidazione del movimento.
Il regime trasforma l'Italia in una macchina da guerra: essere pacifisti significa essere antifascisti. La repressione colpisce chiunque si opponga.
La repressione
Vanno ricordati:
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i Testimoni di Geova, per il loro rifiuto del servizio militare
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figure come Giovanni Bassanesi, esule e militante di Giustizia e Libertà, arrestato per propaganda pacifista;
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I fratelli Rosselli, che pur criticando il "pacifismo borghese" come inefficace, elaborano un progetto di Stati Uniti d'Europa come unica via per una pace duratura. Carlo Rosselli combatte in Spagna nella guerra civile; unì esuli antifascisti e anarchici (in particolare collaborando con Camillo Berneri) nella difesa della Seconda Repubblica Spagnola. I Rosselli criticavano aspramente il "pacifismo" passivo delle democrazie occidentali (Francia e Gran Bretagna) che non prendevano attivamente parte alla difesa della libertà. Vedevano in quell'atteggiamento una debolezza che avrebbe solo favorito l'espansione dei totalitarismi in Europa. Nel giugno 1937, poco dopo il suo rientro in Francia, Carlo Rosselli fu assassinato insieme al fratello Nello da sicari legati al regime fascista.
In questo panorama, una figura isolata getta i semi del futuro: Aldo Capitini (1899-1968). Già negli anni Trenta, il filosofo perugino scopre la dimensione politica di Gandhi e elabora una filosofia della nonviolenza, della resistenza sociale all'oppressione, della disobbedienza civile e della "omnicrazia" che rappresenta un'alternativa radicale al fascismo.
Il ruolo della resistenza culturale
La cultura della pace si esprime anche attraverso la letteratura: Fontamara di Silone (1933) e Cristo si è fermato a Eboli di Levi (1945) raccontano il distacco profondo dei contadini meridionali dal fascismo e dalla guerra, gettando le basi, nel secondo dopoguerra, per una nuova consapevolezza popolare di opposizione al bellicismo.
In Fontamara, i "cafoni" sono talmente esclusi dalla storia da non capire nemmeno di essere italiani. La loro esistenza è segnata da un'oppressione che viene da lontano e che non comprendono. La guerra, per loro, è qualcosa che arriva da Roma, da un mondo lontano e sconosciuto che li sovrasta come una condanna ancestrale.
In Cristo si è fermato a Eboli, la distanza è ancora più radicale. I contadini di Gagliano non sono fascisti, non sono liberali, non sono socialisti: "queste faccende non li riguardavano, appartenevano a un altro mondo". Per loro, lo Stato è una forza della natura, una maledizione al pari della malaria, della grandine e delle zanzare. E la guerra? La guerra si aggiunge all'elenco dei flagelli che si abbattono su di loro, con la stessa ineluttabilità. La celebre frase del romanzo riassume questa visione del mondo: "C'è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c'è lo Stato... e adesso ci manderanno a fare la guerra. Pazienza!"
Saranno Giuseppe Di Vittorio e Danilo Dolci a trasformare quel soggetto - considerato passivo per natura da scrittori come Giovanni Verga - a soggetto protagonista della propria emancipazione.
Il dopoguerra e gli anni Cinquanta: la rinascita del pacifismo (1945-1960)
La caduta del fascismo e la nascita della Repubblica aprono una nuova stagione. L'articolo 11 della Costituzione, approvato il 21 marzo 1947 con un consenso trasversale, sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa e la disponibilità a limitazioni di sovranità per un ordinamento internazionale che assicuri la pace. La parola "ripudia", dal valore "energico", viene introdotta dall'emendamento dell'onorevole monarchico Selvaggi, a testimonianza di un consenso che univa culture politiche opposte.
La pacifica rivoluzione dei contadini meridionali
La cultura pacifista si esprime - come abbiamo visto - anche attraverso la letteratura: Fontamara di Silone (1933) e Cristo si è fermato a Eboli di Levi (1945) raccontano il distacco profondo dei contadini meridionali dallo Stato e dalla guerra. Questo filone culturale anticipa l'azione di Giuseppe Di Vittorio, Rocco Scotellaro e Danilo Dolci, che trasformano la rassegnazione in volontà di riscatto. Una vera e propria rivoluzione delle coscienze che seppe costruire la mobilitazione su basi pacifiche nonostante la dura repressione violenta dei governi di centro.
Rocco Scotellaro, come giovane sindaco socialista di Tricarico, incentrò la sua azione sulla "puntigliosa regolarità democratica". Coltivò un rapporto di profonda amicizia con Carlo Levi. Non teorizzò mai la rivoluzione violenta o lo scontro armato come mezzo di riscatto per le classi subalterne. Prese parte attiva alle occupazioni pacifiche delle terre incolte insieme ai braccianti del Sud. In queste occasioni, la violenza fu subita dai contadini attraverso le dure repressioni delle forze dell'ordine, non esercitata da loro. [1, 2]
La mobilitazione pacifica della CGIL di Di Vittorio
Gli scioperi alla rovescia sono stati un'originale forma di lotta nonviolenta del secondo dopoguerra italiano (1949-1952), promossa ed estesa a livello nazionale dalla CGIL guidata da Giuseppe Di Vittorio. A differenza dello sciopero tradizionale, basato sull'astensione dal lavoro, lo sciopero alla rovescia consisteva nel mettersi a lavorare volontariamente e gratuitamente per realizzare opere pubbliche utili alla collettività. Era la risposta logica dei disoccupati e dei braccianti che, non avendo un impiego, non potevano incrociare le braccia.
I Partigiani della Pace
Negli anni Cinquanta, il movimento dei "Partigiani della Pace", di ispirazione comunista, rappresenta il primo fenomeno di massa del pacifismo italiano, mobilitando milioni di persone contro le armi atomiche. Tuttavia, la sua natura legata alle direttive di Mosca ne segna i limiti.
Il socialismo di Riccardo Lombardi
Una nuova cultura della pace
Contemporaneamente, Aldo Capitini lavora in solitudine alla diffusione della nonviolenza. Nel 1949, difende pubblicamente Pietro Pinna, il primo obiettore di coscienza italiano, gettando le basi per una vertenza che durerà anni. Figure come don Primo Mazzolari (che nel 1955 pubblica anonimamente "Tu non uccidere") arricchiscono il dibattito pacifista da una prospettiva cattolica.
Gli Anni Sessanta: la nascita del movimento di massa (1961-1969)
Il 24 settembre 1961 è una data spartiacque: Aldo Capitini organizza la prima Marcia per la pace e la fratellanza fra i popoli da Perugia ad Assisi. Partecipano circa 20.000 persone, tra intellettuali (Calvino, Guttuso, Bobbio) e famiglie operaie. È l'atto di fondazione del pacifismo come movimento di massa e l'introduzione della nonviolenza come programma politico in Italia.
Subito dopo, Capitini fonda il Movimento Nonviolento (10 gennaio 1962). La sua rivista «Azione Nonviolenta», fondata nel 1964, diventa l'organo di stampa dell'associazione.
La lotta per l'obiezione di coscienza al servizio militare si intensifica:
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Pietro Pinna subisce il carcere per la sua scelta.
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Il caso di Giuseppe Gozzini, primo obiettore cattolico, nel 1963 fa "scalpore incredibile".
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Il Partito Radicale fa dell'obiezione di coscienza una delle sue principali linee di azione.
La guerra del Vietnam (1955-1975) agisce come un potente catalizzatore, mobilitando le piazze italiane in una protesta che unisce culture politiche diverse. Ma vi è anche una mobilitazione a sfondo umanitario e religioso che fa riferimento a Raoul Follereau che si batte contro la corsa agli armamenti e che chiede ai grandi della Terra le risorse per la lotta alla povertà e alle malattie.
Gli Anni Settanta: la transizione (1970-1979)
Il decennio si apre con la morte di Capitini (1968), ma il suo movimento continua grazie alla guida di Pietro Pinna e, successivamente, di Daniele Lugli.
L'obiezione di coscienza collettiva collettiva al servizio militare viene annunciata il 9 febbraio 1971, quando sei giovani dichiarano la loro scelta in una conferenza stampa alla sede del Partito Radicale.
La vittoria storica arriva il 15 dicembre 1972, con l'approvazione della legge che riconosce l'obiezione di coscienza al servizio militare.
Il movimento si allarga all'antinuclearismo: nel 1977, un migliaio di persone blocca la ferrovia Pisa-Roma a Capalbio. Sul piano istituzionale, la legge 382 del 1978 ("Norme di principio sulla disciplina militare") introduce un principio rivoluzionario: il soldato ha il dovere di disobbedire a un ordine che costituisce reato, specie se rivolto contro le istituzioni.
L'elezione a Presidente della Repubblica di Sandro Pertini nel 1978 diede ai pacifisti un'occasione per chiedere di riconvertire le spese militari in spese di pace. Pertini, nei suoi discorsi di fine anno e negli incontri diplomatici di fine decennio, insistette ripetutamente sul tema del disarmo. Celebre rimase la sua equazione morale: i soldi spesi per gli armamenti e le testate nucleari dovevano essere convertiti in risorse per combattere la fame nel mondo, l'analfabetismo e le malattie. Per Pertini, la corsa agli armamenti dei blocchi contrapposti (USA e URSS) era un crimine contro l'umanità.
Un nuovo dialogo nacque fra monsignor Luigi Bettazzi (vescono di Ivrea e presidente di Pax Christi) e il segretario del PCI Enrico Berlinguer. Era centrato sul rapporto fra marxismo e religione ma finì per spaziare sulle grandi questioni dell'umanità, prima fra tutte la pace. Da quel dialogo nel decennio successivo discese probabilmente l'impegno di Berlinguer per mobilitare il PCI al fianco del movimento di opposizione agli euromissili.
Tuttavia, gli anni Settanta sono anche il teatro dell'infiltrazione eversiva della loggia massonica P2: su 962 iscritti, 208 sono militari, di cui 92 generali o colonnelli, a dimostrazione di quanto fosse radicata la resistenza a quella democratizzazione delle caserme che il movimento auspicava.
Gli Anni Ottanta: la lotta agli euromissili (1980-1989)
Il decennio è segnato dalla mobilitazione contro l'installazione di 112 missili Cruise nella base di Comiso, in Sicilia, decisa dalla NATO nel 1979. È la più grande mobilitazione pacifista del dopoguerra, che unisce Movimento Nonviolento, Lega Obiettori di Coscienza, cattolici di base, giovani comunisti, ambientalisti e femministe.
Il movimento adotta forme di protesta creativa e nonviolenta. L'8 agosto 1983, migliaia di persone bloccano i lavori di costruzione della base nucleare siciliana. Vi è un celebre "girotondo" di donne che avvolsero poliziotti e cancelli con gomitoli di lana colorata. La repressione è però dura: il 25-27 settembre 1983, le forze dell'ordine caricano violentemente i manifestanti.
La mobilitazione della prima metà degli anni Ottanta contribuisce a creare quel clima di pressione internazionale che porterà, nel 1987, all'accordo Reagan-Gorbaciov e allo smantellamento degli euromissili nel 1991.
In questo decennio nascono anche nuove realtà: nel 1981 la campagna di obiezione alle spese militari (che riprese la storica frase di Pertini "svuotare gli arsenali, riempire i granai"), nel 1985 l'Archivio Disarmo per un "pacifismo della ragione", e le Donne in Nero, che diventano un simbolo di opposizione alla guerra.
Prende forma l'Associazione per la pace, un'associazione di massa a cui si tesserano moltissimi militanti del PCI, in particolare quelli dell'area di Pietro Ingrao.
Nasce anche l'associazione "Beati i costruttori di pace" (1985), fondata da don Albino Bizzotto.
Di particolare importanza in questo periodo è la mobilitazione degli intellettuali. Lucio Lombardo Radice (matematico, padagogista e uomo impegnato nel PCI) è fondatore del comitato di coordinamento dei movimenti per la pace. Muore a Bruxelles nel 1982, colto da infarto, mentre partecipava ai lavori di preparazione della II Conferenza per il disarmo.
Gli Anni Novanta: verso un "pacifismo concreto"
La mobilitazione contro il commercio delle armi in zone di guerra porta ad una legge "pacifista": la 185/1990. Arriva subito dopo il crollo del muro di Berlino, dato da considerare, e di un mutato clima politico. La fine della Guerra Fredda cambia radicalmente lo scenario. Il movimento si trova a dover ridefinire il proprio ruolo.
La Legge 185/1990 disciplina in Italia il controllo e la trasparenza dell'esportazione, importazione e transito di materiale di armamento. Istituendo l'autorità UAMA, vieta la vendita di armi a paesi in conflitto o responsabili di violazioni dei diritti umani, imponendo al contempo dettagliate relazioni al Parlamento.
La guerra del Golfo (1991)
Ma il cambio di paradigma da tanti sognato si infrange contro una guerra che cambierà il "clima di pace" che sembrava affermarsi anche a livello politico.
La guerra del Golfo del 1991 è il primo banco di prova: il movimento si mobilita (con il blocco ferroviario di Pescantina del 12 febbraio).
Negli anni successivi emergono le prime divisioni all'interno della sinistra, tra il PDS (Partito Democratico della Sinistra), che guarda all'uso della forza militare in termini pragmatici, e Rifondazione Comunista, che abbraccia un'opposizione intransigente alla guerra.
Lo scoppio delle guerre in ex Jugoslavia (1991-1995) porta a un'evoluzione significativa: nasce il concetto di "pacifismo concreto" (Alexander Langer, 1993), che si traduce in azioni di solidarietà attiva: accoglienza di profughi, scambi culturali, diplomazia delle comunità locali. Le Carovane della Pace a Sarajevo (1991) diventano il simbolo di questa nuova stagione.
Rete Nonviolenta di Informazione contro la guerra
Il movimento pacifista in questi anni compra due giornali: il quotidiano Il Manifesto e il settimanale Avvenimenti. Entrambi ospitano una rubrica con gli appuntamenti e i messaggi inviati, tramite lettere o fax, dai gruppi pacifisti sparpagliati in tutt'Italia. Non esistevano le email. Al posto dei social network c'era questa rubrica molto letta curata da Marinella Correggia e Fiamma Lolli. Una simile bacheca di condivisione verrà riproposta dall'inserto dell'Unità che si chiamava Cuore.
Il decennio vede la nascita di realtà che segneranno il futuro del movimento:
- Donne in Nero (1990): si attivano in occasione della guerra del Golfo;
- Rete di Formazione alla Nonviolenza (RFN): nasce a livello nazionale nel 1990 per diffondere e applicare la metodologia del training nonviolento, dei gruppi di affinità e delle decisioni per consenso; [1, 2, 3]
- Centro Psicopedagogico per la Pace: era nato nel 1989 con Daniele Novara ma negli anni Novanta conosce una forte diffusione fra gli insegnanti che desiderano portare in classe un'idea concreta di educazione alla pace;
- PeaceLink (1991): la prima rete telematica per la pace in Italia, un "hub" informativo e tecnologico al servizio del movimento che nasce come "prolungamento digitale" dell'idea della Rete di Formazione Nonviolenta;
- Rete Lilliput (1999): su ispirazione di Alex Zanotelli, unisce le piccole realtà locali in una "globalizzazione dal basso";
- Sbilanciamoci! (1999): campagna per un'economia di giustizia e la riconversione delle spese militari.
- I Verdi (1990): portano le istanze ecopacifiste nelle istituzioni nazionali ed europee con uomini come Alex Langer
La Marcia Perugia-Assisi continua a essere un appuntamento fondamentale. Ad animarla è Flavio Lotti. Quella del 1992 ha per tema "Liberi dalla mafia, dalla corruzione e dalla violenza". Questa scelta è una risposta diretta al clima di quel periodo, segnato dalle stragi di Capaci e via D'Amelio e dall'inizio dell'inchiesta di Tangentopoli.
La Campagna Mine Antipersona diventa il filo conduttore di molteplici iniziative della società civile e porta a risultati concreti come la messa al bando di questi ordigni. Il premio Nobel per la Pace del 1997 segna un risultato di immagine notevole. Nasce Emergency sulla scia di questa campagna e Gino Strada diventa uno dei volti più noti di questo impegno concreto contro gli effetti devastanti delle guerre.
Nel 1999 la guerra del Kosovo vede la partecipazione attiva del governo D'Alema con bombardamenti Nato a cui partecipa l'aviazione italiana. Il ministro della Difesa è Sergio Mattarella.
Gli Anni Duemila: pacifismo "superpotenza mondiale"
Il decennio si apre con il trauma del G8 di Genova (19-22 luglio 2001), che segna una "ferita devastante" per il movimento no-global e pacifista.
Nel 2001 inizia la guerra in Afghanistan e anche in questo caso i DS (Democratici di Sinistra) appoggiano la partecipazione alla guerra. All'inizio della guerra in Afghanistan (ottobre 2001), in Italia è in carica il Governo Berlusconi II (centrodestra), che decide di inviare le truppe italiane a sostegno della missione internazionale.
Il movimento pacifista riprende le forme organizzative del 1999 (adottate per la guerra del Kosovo) e si muove nonostante le defezioni di una parte importante della sinistra. E' la seconda mobilitazione dal basso nel giro di due anni.
Ma la vera ondata di mobilitazione arriva altri due anni dopo con la seconda guerra del Golfo (2003).
il New York Times definisce il movimento pacifista "la seconda superpotenza".
Nello specifico, questa definizione viene usata in un editoriale del 17 febbraio 2003 a firma del giornalista Patrick Tyler, per descrivere le imponenti manifestazioni globali del 15 febbraio 2003 contro la guerra in Iraq.
Quella giornata di protesta, che vede oltre 100 milioni di persone scendere in piazza in tutto il mondo, porta il New York Times a scrivere che il movimento pacifista era una forza con cui gli Stati Uniti dovevano fare i conti.
Il movimento pacifista trova il modo di generare dal basso una notevole capacità di mobilitazione. La comunicazione fa perno attorno a figure di riferimento che sono riconosciute come "testimoni". Esse sono: Gino Strada, Alex Zanotelli, Luigi Ciotti, Tiziano Terzani. La CGIL fornisce un supporto alla mobilitazione tramite Sergio Cofferati.
Questo è uno dei periodi più fervidi per il movimento pacifista che riesce a crearsi una rete organizzativa dal basso e a usare consapevolmente la rete Internet. Non vi è in questa fase un'unica organizzazione che organizza. Prende corpo la strategia lillipuziana di padre Alex Zanotelli.
Il 15 febbraio 2003 si tiene la più grande manifestazione pacifista della storia italiana: un milione di persone a Roma (secondo gli organizzatori) e 110 milioni in tutto il mondo. Le iniziative che precedono la guerra includono la fiaccolata nazionale dell'11 dicembre 2002 in 200 città italiane e la campagna "Pace da tutti i balconi" (febbraio 2003). La bandiera della pace diventa il simbolo di questa staglione creativa di iniziative dal basso. Il sito di PeaceLink diventa una piattaforma che anticipa i social network e registra picchi mai visti prima, fino a 20 mila utenti il giorno dell'attacco americano e dell'inizio dell'invasione dell'Iraq.
Nel 2004 viene fondata la Rete Italiana per il Disarmo, che getta le basi per la futura strutturazione del movimento.
La Marcia Perugia-Assisi del 2007 raccoglie 200.000 persone. A promuoverla è la Tavola della Pace. Il tema è quello dei diritti umani: "Tutti i diritti per tutti".
Il decennio 2010-2020: disorientamento e crisi
In questo decennio il movimento entra in una fase di disorientamento e poi di crisi.
Diversi attivisti si orientano verso un impegno sulle tematiche ambientali, ogni regione ha le sue vertenze, crescono le mobilitazioni ecologiste e diminuiscono quelle per la pace.
Le primavere arabe sembrano poi convincere alcuni soggetti del movimento per la pace che non sia il caso manifestare contro l'attacco alla Libia di Gheddafi.
I conflitti armati in Libia (2011) e Siria (2013) generano disorientamento.
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Libia: il fronte si spacca. Il Partito Democratico sostiene l'intervento. La narrazione mainstream si avvale di un'uso spregiudicato di immagini non verificate. Rainews, guidata da Corradino Mineo, presenta la guerra come "umanitaria" sulla base di immagini di stragi su cui non era possibile compiere controlli accurati. Per la prima volta Internet, che era stata vista come la rete per mobilitare i pacifisti, diventa il veicolo per convincere i pacifisti a non mobilitarsi.
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Siria: il movimento fatica a posizionarsi. La complessità del conflitto e la paura di essere tacciati di filo-russismo paralizzano il movimento. Non è chiaro se chi combatte il regime di Assad sia da sostenere o no. La guerriglia in Siria diventa l'incubatore, nel frattempo, dell'ISIS.
Afghanistan: una guerra senza opposizione?
L'Afghanistan viene presentato come la palestra del terrorismo e quindi si fa sempre più flebile l'opposizione alla guerra. Non è chiaro se l'intervento Nato abbia portato dei benefici. Si possono ottenere risultati buoni (il ripristino dei diritti delle donne) con mezzi cattivi (le armi)? E' una missione di pace? E' la medicina amara per cancellare il medioevo talebano? Gli Afghanistan Papers chiariranno i retroscena di questa storia di bugie ed emergerà l'inganno in cui sono caduti anche non pochi pacifisti.
Il movimento perde la sua originaria capacità di mobilitare persone.
Le divisioni: Rete della Pace vs Tavola della pace
Un capitolo doloroso di questo decennio è la frattura organizzativa. Nel 2014, alcune associazioni fondano la Rete della Pace, percepita come un superamento dell'esperienza della Tavola della Pace guidata da Flavio Lotti.
La Rete della Pace si fonda con la Rete Disarmo e nasce la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD). La Tavola della Pace, invece, rimane fuori, proseguendo come progetto autonomo.
Gli ultimi sei anni
2021: la debacle dell'Afghanistan
Nel maggio 2021 viene avviato il ritiro dall'Afghanistan delle ultime truppe statunitensi e della coalizione NATO.
In concomitanza con tale ritiro, le forze talebane lanciano attacchi in diverse aree del Paese, riconquistandone la parte settentrionale. Il 15 agosto i talebani entrano nella capitale Kabul senza sparare dopo una rapidissima riconquista dell'Afghanistan. Avanzano senza incontrare resistenza. L'esercito afghano, addestrato e armato dalla Nato, si sfalda in pochi giorni, senza neppure provare ad usare le armi fornite dall'Occidente con tanta generosità.
Il confronto tra talebani e forze armate afghane nel 2021 è emblematico di come un esercito regolare, numericamente e tecnologicamente superiore, possa crollare di fronte a un avversario più motivato e che sfrutta al meglio i propri punti di forza. La vittoria lampo dei talebani nell'agosto 2021 non è il risultato di una superiorità militare tradizionale, ma di una combinazione di fattori strategici, psicologici e politici che hanno reso inutilizzabile l'enorme vantaggio teorico delle forze governative.
Di seguito, una tabella che riassume le principali differenze tra i due schieramenti.
| Caratteristica | Forze Armate Afghane | Talebani |
|---|---|---|
| Forze numeriche | Tra 300.000 e 350.000 uomini (esercito e polizia). | Tra 50.000 e 85.000 combattenti. |
| Equipaggiamento | Tecnologicamente superiore: fornito dagli USA con un investimento di oltre 83 miliardi di dollari. Comprendeva aerei, elicotteri (UH-60 Black Hawk, MD530), droni, veicoli blindati, visori notturni e fucili d'assalto moderni. | Leggero all'inizio: basato su tattiche di guerriglia con armamenti leggeri. Durante l'avanzata, si sono impadroniti dell'enorme arsenale governativo in fuga, acquisendo un bottino di guerra che includeva centinaia di veicoli, artiglieria, droni e persino elicotteri. |
| Addestramento e supporto | Dipendenze critiche: addestrato per 20 anni dalla NATO, ma la sua logistica e il supporto aereo (fondamentali per il morale e le operazioni) erano totalmente dipendenti dagli USA. Con il ritiro americano, questo pilastro è venuto meno. | Autonomi e motivati: guerriglieri esperti con una forte ideologia e conoscenza del territorio. Hanno saputo negoziare e sfruttare le debolezze nemiche. |
| Morale e coesione | Estremamente basso: soldati demoralizzati, spesso lasciati per mesi in avamposti isolati senza cibo né munizioni. La corruzione dilagante tra gli ufficiali minava la fiducia e la determinazione. Molti hanno preferito arrendersi in cambio di un "passaggio sicuro". | Altissimo: guidati da una forte fede e da un chiaro obiettivo politico. Hanno sfruttato la stanchezza per la guerra e il malcontento popolare verso un governo corrotto. |
La reazione delle forze politiche al ritiro dall'Afghanistan è un'altra pagina complessa. Il movimento si trova a fare i conti con una realtà quasi ignota: gli "Afghanistan Papers". Questi documenti segreti, scovati dal Washington Post, dimostrano le sistematiche bugie di guerra dei governi occidentali, confermando le ragioni dei pochi pacifisti che avevano continuato a fare opposizione e controinformazione in una situazione di isolamento.
2022: l'Ucraina
Ma il secondo evento che spiazza il movimento pacifista è l'invasione dell'Ucraina da parte delle forze armate russe. Al conflitto strategico fra la Russia e la Nato non era stato dato il peso necessario. E così anche questo evento militare ha colto in molti alla sprovvista. Anche coloro che, come da prassi, dicevano che il movimento per la pace deve intervenire prima per prevenire le guerre.
I pochi pacifisti proattivi
All'inizio del 2022, il pacifismo italiano si presenta in uno stato di profonda frammentazione e senza una capillare presenza di comitati per la pace. L'invasione russa dell'Ucraina (24 febbraio) coglie il movimento impreparato.
Tuttavia qualche sigificativo segnale di attenzione si coglie in una parte del movimento pacifista.
Fin dal gennaio 2022 - coordinati da persone come Alex Zanotelli, Domenico Gallo ed Enrico Peyretti - alcune decine di pacifisti "proattivi" si autoconvocano con una serie di webinar online a cadenza settimanale, a cui alla fine partecipano circa duecento persone e realtà del mondo pacifista. Ritorna lo spirito lillipuziano per discutere dal basso del rischio di guerra e definire una piattaforma comune di obiettivi. Viene lanciata anche una campagna per la costituzione di comitati per la pace a livello locale, coordinando le mobilitazioni del 26 febbraio che diventa la giornata nazionale di mobilitazione.
Oggi: un movimento alla ricerca di un assetto
Il pacifismo italiano si presenta oggi come un arcipelago di esperienze, associazioni e reti, spesso frammentato ma ancora vivo. Lo si vede per le mobilitazione per Gaza e la Palestina. Le sfide sono enormi: la guerra in Ucraina, il riarmo europeo, le nuove guerre in Medio Oriente.
Manca al movimento quella diffusa "coscienza nucleare" che era fortemente presente nel movimento degli anni Ottanta.
Il movimento per la pace ha perso la capacità di mobilitazione di massa che aveva caratterizzato gli anni Ottanta e il 2003. Ma è riuscito a ricostituire una presenza diffusa nel territorio dopo il lungo sonno che lo ha visto incapace di opporsi alla ventennale guerra dell'Afghanistan. Mentre per il Vietnam le bugie dell'Occidente emergevano con una forte e puntuale controinformazione, per l'Afghanistan si è assistito a un preoccupante offuscamento della capacitaà di acquisire e distillare informazioni da cui poi far partire campagne forti, efficaci e documentate. La denuncia delle menzogne non è infatti venuta dal movimento pacifista ma dal Washington Post che ha pubblicato gli Afghanistan Papers. Tutte cose che bene o male si sarebbero intercettate se il patrimonio informativo di Wikileaks avesse appassionato di più. Tutte cose che i whistleblower avevano bene o male fatto trapelare, a rischio della propria vita e della propria libertà.
Un altro aspetto emerge con evidenza andando a rileggere gli ultimi trent'anni anni di storia del movimento pacifista. Ed è la perdita di orizzontalità. Quella visione lillipuziana, ispirata dalla visione di Alex Zanotelli, si è offuscata ed è andata in crisi. Non perché non fosse buona. Ma perché non era gradita.
La sfida del presente è quella di ritrovare un'unità d'intenti e una strategia comune, superando i verticismi e le fratture che hanno segnato l'ultimo decennio, e di riconquistare quel rapporto con la società civile che sembra essersi allentato.
La sfida è quello della riconquista dell'orizzontalità delle scelte.
La storia del pacifismo italiano insegna che trova al suo interno le risorse per motivarsi, correggersi e andare avanti. Il movimento pacifista è sempre rinato dalle sue crisi, trovando nuove forme e nuovi linguaggi per opporsi alla guerra.
APPROFONDIMENTI
Storia della pace
https://www.peacelink.it/storia/a/2707.html
Storia del pacifismo e delle lotte nonviolente
https://www.peacelink.it/storia/a/48244.html
Pace in movimento: storia del pacifismo italiano
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