Il racconto di un sopravvissuto alla strage di Bologna
Bologna, 2 agosto 1980, ore 10. Il binario n. 3 della stazione è un luogo di transito e di attesa. Roberto Lovattini, maestro elementare, è appena sceso da un treno proveniente dalla Calabria. È tornato da Torre Melissa, il paese di sua madre, in un viaggio alla ricerca delle sue radici. Nelle sue mani, però, non c'è una valigia di cartone, simbolo dell'emigrazione di quei "terroni" che partivano per la Germania, ma un canestro di vino, una cesta di salamini piccanti e olio, doni degli zii portati a casa con orgoglio.
Ed è proprio quella stanchezza per il viaggio notturno e la pesantezza di quei doni a salvargli la vita. Decise di rimanere sul binario, rinunciando ad andare in edicola per comprare i giornali. Mentre si chinava per prendere una pesca dalla cesta, un boato fortissimo squarciò l'aria. Un fumo alto si levò oltre il treno fermo sul primo binario. In pochi secondi, le urla della gente, i vetri in frantumi, il panico.
Lo stordimento e l'incredulità lasciarono presto spazio alla consapevolezza di aver assistito a qualcosa di tremendo.
"Le lenzuola trasportate dai soccorritori volontari contenevano persone o quel che ne rimaneva", ricorda Lovattini. In quel caos telefonò a casa, mentendo, per non preoccupare la madre malata, e dicendo che c'era stato solo un piccolo incidente.
La società civile di Bologna, in quel momento di totale sconforto, non si spezzò. Lovattini rimase colpito dall'impegno di forze di pronto soccorso, volontari, ferrovieri. Un esempio straordinario di resistenza e slancio, a cui fece subito seguito l'azione politica. Infatti due giorni dopo, il Lovattini era di nuovo in Piazza Maggiore per manifestare il suo "no" a quel disegno politico che aveva come obiettivo quello - sono parole sue - "di impedire la partecipazione democratica dei cittadini, gettare nel panico la società per poi presentarsi come i paladini dell’ordine e della legalità". Quel giorno il governo fu fischiato con un messaggio chiaro: vogliamo giustizia, e che siano riconosciute le responsabilità dei servizi segreti .
Era una consapevolezza che, purtroppo, solo con il tempo e il lavoro ostinato della magistratura e dei familiari delle vittime avrebbe portato a una verità giudiziaria.
Per anni la strage di Bologna è stata al centro di depistaggi e tentativi di insabbiamento.
Oggi, però, la sentenza è chiara: l’attentato neofascista, che causò 85 morti e oltre 200 feriti, fu eseguito con la "cornice piduista" e in una "prospettiva politica atlantista". Emerge il ruolo di Licio Gelli e della P2 come organizzatori e finanziatori, e le complicità di pezzi dello Stato e in particolare dei servizi segreti coordinati da Federico Umberto D'Amato.
La storia di Roberto Lovattini, un sopravvissuto per un pugno di salamini e una pesca, è raccontata per intero su PeaceLink.
La sua testimonianza ci ricorda che la Strage di Bologna non fu un atto folle e sconsiderato, ma un preciso disegno eversivo contro la democrazia come espressione della sovranità popolare. Il suo racconto ci parla di una dignità che la violenza fascista e le trame occulte non hanno cancellato. La memoria e la partecipazione civile possono e devono mantenere viva questa storia di dolore e resistenza.
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