La pubblicazione del rapporto di ARPA Puglia sulle emissioni di diossine nell’impianto di sinterizzazione dell’ILVA induce ad alcune riflessioni di carattere più generale.

Una Stagione nuova per il futuro di Taranto

Si apre una stagione nuova, in cui i vari portatori d’interesse hanno la possibilità di affrontare i problemi ambientali di Taranto sulla base di evidenze certificate dalla qualità degli enti intervenute e dalla loro terzietà e non sulla base della mera percezione soggettiva.
21 settembre 2007
Giorgio Assennato
Fonte: Repubblica.it

Giorgio Assennato Le problematiche ambientali possono essere affrontare con diverso approccio, a seconda dei vari punti di vista. Può essere privilegiato l’approccio tecnico, con la neutra comparazione di misure coi limiti normativi, il che è proprio degli organi di controllo. C’è chi interpreta i problemi ambientali alla luce dei prevalenti interessi strategici di politica industriale che nel settore siderurgico assumono una valenza nazionale ed europea. Analogamente, legittimi portatori d’interesse si preoccupano delle possibili ricadute in termini occupazionali che conseguenze estreme dei controlli ambientali (ad esempio, chiusura di impianti critici per la produzione d’acciaio) possono determinare. Le agenzie di protezione ambientale sono molto attente anche a queste problematiche, essendosi la mission spostata dalla pura funzione di command and control, tipica degli enti di controllo, ad una funzione più articolata a supporto dello sviluppo sostenibile e delle imprese disponibili ad investire sulla qualità e sull’ambiente, un indotto che stenta a decollare nella realtà tarantina. C’è poi ancora un’altra esigenza che un’agenzia deve considerare: la percezione soggettiva del rischio nella comunità locale. A Taranto, i cittadini vivono come se fossero in stato d’assedio da oltre 40 anni, da quando cioè è in funzione il centro siderurgico a ciclo integrato. A differenza, per esempio,di Genova, l’aggressività paesaggistica delle industrie non risparmia nessuna parte della città. Taranto, un’autentica perla del Mediterraneo, per la sua fantastica storia e per la bellezza dello scenario naturale, anche nei suoi luoghi più pregiati (il Castello aragonese, il ponte girevole) subisce il danno anche estetico al suo skyline dovuto agli impianti e alle ciminiere. Nella lunga storia spesso conflittuale tra città e industria, la città ha esercitato a volte una resistenza rispetto all’assedio della grande industria, si pensi alle azioni giudiziarie intraprese da Comune e Provincia, a tutela dell’ambiente. Poi, simbolicamente, il collasso conseguente al dissesto del Comune ha significato una sorta di resa rispetto al percepito assedio, dimostrato non solo simbolicamente dallo spegnimento per esempio delle centraline per il controllo della qualità dell’aria gestite dal Comune. Questa percezione del rischio patologica è stata ancor più esacerbata dalla diffusione dei dati epidemiologici che dimostrano come la città presenti eccessi di mortalità e di incidenza di tumori associati a fattori ambientali. Simbolicamente e non solo, la proposta di separare con un muro il parco minerali ILVA dal vicino quartiere Tamburi incrementa la sensazione di realtà fortificata ed aggressiva e non favorisce la auspicabile convivenza. In questo contesto, ho l’impressione che la grande industria non abbia saputo porsi il problema della percezione del rischio nella popolazione, tanto profonda da determinare persino condizioni prossime al panico, come testimoniano le telefonate e le e-mail di allarme che giungono quotidianamente all’agenzia. La gestione ambientale in Ilva non è stata effettuata col livello di investimenti in termini di competenze professionali interne e risorse strumentali adeguate. Naturalmente la mancanza di informazioni, l’insufficienza dei controlli, una certa ruvidità aziendale hanno ulteriormente alimentato la già elevata percezione soggettiva del rischio, con conseguente sfiducia nelle funzioni pubbliche e rifiuto psicologico di ogni possibile convivenza con la realtà industriale. Per reazione, c’è chi si spinge sino ad invocare una exit strategy per quanto riguarda le industrie pesanti presenti nell’area tarantina, sulla base di una presunta situazione di disastro ambientale in atto. In questo scenario, particolarmente delicato è il ruolo di ARPA, che a Taranto presenta le più gravi carenze di organico e di strumentazione, e una sede fatiscente, inadeguata rispetto alle esigenze di accreditamento di qualità, tipiche di un moderno laboratorio ambientale. Ciononostante, con il contributo encomiabile dei propri dipendenti e con la collaborazione dell’INCA di Lecce, ARPA è in grado ora di fornire informazioni accurate alla popolazione e alle istituzioni locali. Non siamo in presenza di un disastro ambientale. Questo è dimostrato dal fatto che le misure di diossine, di policlorobifenili e di idrocarburi policiclici aromatici hanno mostrato concentrazioni inferiori ai valori limite di legge in tre aree (Tamburi, Statte, quartiere Paolo VI), mentre invece resta problematica l’emissione di diossine dal camino dell’agglomerato, troppo alta. Si apre una stagione nuova, in cui i vari portatori d’interesse hanno la possibilità di affrontare i problemi ambientali di Taranto sulla base di evidenze certificate dalla qualità degli enti intervenute e dalla loro terzietà e non sulla base della mera percezione soggettiva. Un risultato così rilevante si può ottenere solo con una politica di investimento sulle istituzioni ambientali e sanitarie a Taranto, anche col necessario coinvolgimento delle istituzioni accademiche locali, attraverso la definizione di una struttura polifunzionale ARPA, ASL e Università in grado assicurare rapidi ed efficienti controlli ambientali, prevenzione in materia di ambiente e di sicurezza del lavoro, formazione e ricerca in campo ambientale. Non è certamente con la politica del laissez-faire di tipo liberistico che si può sperare di coniugare sviluppo industriale e tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini Se le istituzioni sapranno realizzare questa progettualità, ci si potrà magari aspettare un ruolo positivo anche da parte delle grandi industrie tarantine e di tutti gli stakeholders istituzionali e non, attivi nell’area.

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