Rione Tamburi, tra veleni e lavoro
TARANTO - Questo è un posto di mostri o di favole, a seconda del vento. Se tira da nord, e tira da nord, arriva polvere rossa e arancione, arrivano i veleni dell´Ilva, dell´Agip petroli e della Cementir, arriva puzza e malattia, arriva anche la morte. Se invece tira da sud, e tira anche da sud, arriva lo stipendio il 27 del mese, arrivano le buste della spesa all´ora di pranzo, il Persico quando è festa, la cameretta arredata per i bambini, il Taranto in serie B, insomma arriva la vita normale da operaio metalmeccanico, vita non semplice ma pur sempre vita.
È un posto strano il quartiere Tamburi di Taranto: un posto dove i muri non hanno mai un colore continuo, ma perdono i pezzi, tutti scrostati per colpa dell´inquinamento.
Dove le donne ogni giorno che il signore comanda sono costrette a scopare i balconi, che si formano due centimetri di polvere al giorno. E dove i tre mostri (l´Ilva, l´Agip petroli e Cementir) mangiano ma danno anche da mangiare. Perché sputano veleni e buste paga.
«E allora come si fa?». Come si fa, signora Rosa Cavaliere? «Mio marito lavora in una ditta che sta con l´Ilva. Ha 52 anni ed è stanco, però lo stipendio lo porta a casa e noi grazie a quello riusciamo a vivere». Poi: «Mia nuora si è ammalata di tumore al seno e i medici hanno detto che forse è colpa del fatto che da quando è nata, lei ha sempre vissuto qua. Insomma che si può essere ammalata per l´inquinamento». Quindi signora? «Quindi se l´Ilva chiude noi non sappiamo dove andare. Ma se rimane aperta forse ci manda tutti quanti nell´aldilà».
Là è il cimitero di San Brunone, cento metri dall´Italsider. Camminando per i viali, ascoltando i racconti dei vecchi, ti accorgi che tanti, tantissimi sono gli operai che prima ancora della pensione sono rimasti lì: dall´Italsider a San Brunone, muoiono dove sono vissuti. Il Tamburi è un posto che non è Taranto e non può essere nemmeno nessun´altra cosa. Come ha detto Mario Desiati - lo scrittore che qui vicino è nato - uno se ne accorge anche con il termometro: al Tamburi fa più caldo che in tutto il resto della città. Il giorno quando sputano i camini. La notte quando la fiamma dell´Agip è sempre accesa. Al Tamburi ci sono almeno tre gradi in più che altrove, è provato scientificamente. Se fuori è primavera, qui dentro può essere estate. «Noi ci abbiamo fatto l´abitudine», Carlo Gagliardi, 62 anni.
«Alla puzza di zolfo e di gas, al vento, agli amici che muoiono e a quelli che non sono ancora morti. Ci abbiamo fatto l´abitudine perché qua alla fine andrà sempre così». Per questo motivo in mezzo al fuoco non si curano dell´incendio. Le polemiche, le battaglie tra ambientalisti e Ilva, Regione e azienda, i ricorsi al Tar, le moratorie, gli acronimi delle autorizzazioni (Aia) qui contano poco. Anzi nulla. «Capisco che è grave, ma ormai è così», don Nino Borsci è il parroco della chiesa di San Francesco. «Qui si combatte da anni contro l´inquinamento, si lotta per non morire: abbiamo organizzato cortei e manifestazioni. E ormai ci siamo un poco stancati, è brutto dirlo ma siamo davvero rassegnati». Perché don Nino? «Io, così come la mia gente, ci sentiamo traditi dalle promesse che sono state fatte in questi anni. Promesse di politici e di soldi: dovevano darci per esempio 54 milioni di euro, Riva si era impegnato a buttare giù le case parcheggio e a realizzare una grande, grandissima zona verde. Gli alberi avrebbero dovuto mangiarsi il veleno e invece tutto è rimasto un sogno». Un sogno come le colline che dovevano chiudere l´orizzonte e bloccare la vista delle ciminiere, colline che hanno pure cominciato a realizzare ma poi si sono bloccati a una decina di metri.
Un sogno come quello di Marzia, 17 anni, che lavora da Lina la parrucchiera, che lei da grande «me ne voglio andare da questo posto». Il veleno non c´entra niente. «La sera non c´è mai niente da fare. Il lavoro è quello che è. Io da grande vorrei aprirmi un parrucchiere in una grande città e fare i capelli alle persone famose». Un sogno come quello di Luca Maiori, 17 anni, aspirante ingegnere. «Vorrei lavorare alla Fiat» dice. «A uno che è nato ai Tamburi la fabbrica non può fare paura».
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