A giudizio in 24 per l'Ilva: omicidio colposo
Omicidio colposo. È questa l’accusa, pesantissima, alla quale dovranno rispondere 24 persone, di cui 23 dipendenti dell'Ilva - funzionari, capiarea e capiturno - rinviati oggi a giudizio a Taranto per l'incidente sul lavoro in cui morì il 9 settembre 2005 Gianluigi Di Leo, di 25 anni. Mentre passava sotto la campata del ponte dove passano i carri 17 e 18, l'operaio fu travolto e schiacciato da una trave della copertura, divelta proprio dai carri che si erano scontrati. Sotto processo è finito anche un caporeparto della ditta Nigro, che aveva eseguito lavori di carpenteria sui carri-ponte tre giorni prima dell'incidente. Il gup ha respinto la costituzione di parte civile della Fiom Cigl. Nel processo, fissato per il 4 marzo del 2009, gli imputati dovranno rispondere anche dell’accusa di omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro. E per l’Ilva è solo la punta di un iceberg. La grande acciaieria di Taranto, tra le più inquinanti d’Europa, si trova già al centro di mille polemiche e proteste in seguito ad alcune ricerche e analisi scientifiche eseguite sul territorio, spesso condotte contro il muro omertoso dell’azienda, che hanno rivelato nelle zone vicine agli stabilimenti una quantità di diossina pari al totale di quella emessa dalle industrie di Austria, Regno Unito, Svezia e Spagna: «171 grammi l’anno contro i 166 delle quattro nazioni europee». Dati allarmanti, che diventano inquietanti se confrontati a quelli diffusi dall'associazione ambientalista Peacelink, dalla sezione tarantina dell'Associazione italiana contro le leucemie e dal Comitato per Taranto, secondo i quali un bambino che vive a ridosso dell'area industriale inala in media 2,14 sigarette al giorno, ovvero 780 all'anno. «D'altronde - hanno spiegato le associazioni con dati riferiti al 2000 - un operaio della cokeria dell'Ilva, in un turno di otto ore, può inalare a seconda delle mansioni svolte da 305 a 7.278 sigarette».
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